Dott. Pasquale Saviano Psicologo-Psicoterapeuta

Dott. Pasquale Saviano Psicologo-Psicoterapeuta Dott. Pasquale Saviano
Psicologo-Psicoterapeuta
Specialista in Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicoanalitica Perchè lo Psicologo?

Noi tutti non sempre ci prendiamo cura della nostra salute psicologica tanto quanto facciamo con quella fisica. Inoltre esiste ancora in molte persone la diffidenza nei confronti dell'esperto in salute psicologica, considerato spesso il "medico dei pazzi". Andare dallo Psicologo non significa assolutamente essere "pazzi" o "diversi": indica, al contrario, la volontà di prendersi cura della propria salute mentale, che va di pari passo con quella fisica e con il benessere generale.

18/02/2026



𝗟'𝗜𝗠𝗣𝗢𝗧𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗔𝗣𝗣𝗥𝗘𝗦𝗔Il primo a parlare di impotenza appresa fu Martin Seligman, alla fine degli anni 60.Attraverso questo...
18/02/2026

𝗟'𝗜𝗠𝗣𝗢𝗧𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗔𝗣𝗣𝗥𝗘𝗦𝗔

Il primo a parlare di impotenza appresa fu Martin Seligman, alla fine degli anni 60.
Attraverso questo concetto egli esprimeva uno stato psicologico in cui un soggetto non si ritiene in grado di modificare, attraverso il proprio comportamento, la situazione spiacevole in cui si trova e pertanto smette di provarci; da qui l’errata convinzione della mancanza di controllo sull’ambiente che caratterizza i pensieri di molti.

Gli esperimenti di Seligman sono stati condotti prima sugli animali e poi sugli esseri umani.
Essi hanno permesso di comprendere alcuni comportamenti legati ai deficit umani ed a sentimenti di impotenza. Ciò può portare una persona a non mettere in atto un comportamento vantaggioso per se stesso perché è convinta che le sue azioni non cambieranno la situazione attuale.

L’impotenza appresa si basa sostanzialmente sulla contingenza tra la risposta e la conseguenza rinforzante. Quando risposta e ricompensa non sono dipendenti tra loro, i soggetti apprendono che il loro comportamento è indipendente dalla ricompensa e tale apprendimento ha effetti di disturbo sull’apprendimento futuro. Gli esperimenti di Seligman, fatti per lo più su cani, hanno avuto un grosso impatto in ambito psicologico e quindi sulle capacità degli esseri umani di agire e reagire alle situazioni per modificarle.

L’impotenza appresa che nasce dalla mancanza di interdipendenza tra comportamento e conseguenze si può manifestare in due modi:
• Con una perdita di motivazione che comporta una diminuzione delle prestazioni ed un livello elevato di passività. Lo ritroviamo nelle persone demotivate, ansiose con tratti depressivi le quali ad un certo punto smettono di agire o reagire perché si fa strada in loro l’idea che qualsiasi azione metteranno in atto non porterà modificazioni nella situazione che le circonda.
• Un’altra modalità con cui si manifesta l’impotenza appresa è la tendenza da parte del soggetto a sviluppare un’aspettativa generalizzata rispetto al fatto che qualunque sia il suo comportamento il rinforzo che avverrà o le reazioni che susciterà saranno indipendenti da esso. Per cui forte è l’idea di alcune persone che soffrono di un disagio psicologico che anche se reagissero le cose comunque rimarrebbero sempre uguali, come a dire: “nulla cambia anche se cambio io”.

Queste convinzioni influenzano estremamente l’apprendimento futuro, anche in circostanze diverse creando un deficit in esso. Purtroppo anche quando si riesce a far mettere in gioco queste persone, aiutandole ad “osare” in circostanze nuove, è difficile e richiede loro grossi sforzi per lasciarsi andare a nuovi comportamenti, poiché le vecchie e radicate modalità comportamentali fungono anche da comfort zone.

Esistono tuttavia situazioni in cui con un lavoro mirato, basato sull’ascolto, sul supporto e sulla motivazione si possono aiutare persone con disagi legati all’ansia, alla depressione, ecc. ad affrontare le cose vedendole da un punto di vista diverso. Se il soggetto riesce ad affrontare, un passo alla volta, cominciando dalle questioni più semplici ed aumentando un po’ alla volta la difficoltà delle situazioni da sperimentare, con un adeguato supporto e motivazione egli potrà abbandonare la convinzione legata all’impotenza appresa ed entrare nell’ottica di poter modificare l’ambiente intorno a sé, quanto meno per la parte che riguarda lui; ma soprattutto giungere alla consapevolezza che non tutto può essere controllato, quindi lasciarsi andare a ciò che non si conosce, o meglio approcciarsi all’ignoto con curiosità e non con paura e chiusura.

© 𝗗𝗼𝘁𝘁. 𝗣𝗮𝘀𝗾𝘂𝗮𝗹𝗲 𝗦𝗮𝘃𝗶𝗮𝗻𝗼
𝗣𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗼 – 𝗣𝘀𝗶𝗰𝗼𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗲𝘂𝘁𝗮

Integrare stile di vita e training cognitivo è la chiave per una memoria ottimale.
17/02/2026

Integrare stile di vita e training cognitivo è la chiave per una memoria ottimale.

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16/02/2026

Ho il piacere di invitarvi al mio canale WhatsApp di Psicologia

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IL VALORE CHE TI DAI DIPENDE DA TE O DAGLI ALTRI?L’autostima è davvero qualcosa di interno, un valore che ci attribuiamo...
16/02/2026

IL VALORE CHE TI DAI DIPENDE DA TE O DAGLI ALTRI?

L’autostima è davvero qualcosa di interno, un valore che ci attribuiamo autonomamente, o è influenzata da ciò che gli altri pensano di noi?
Da sempre, la psicologia ha cercato di rispondere a questa domanda, e la verità è che non esiste una risposta univoca. Molte teorie concordano su un punto essenziale: la nostra autostima si forma e si sviluppa nel contesto sociale in cui viviamo. Non siamo isole, e il modo in cui gli altri ci percepiscono - o meglio, il modo in cui noi crediamo che ci percepiscano - gioca un ruolo cruciale nella costruzione della nostra immagine di noi stessi.

Già nel 1902 il sociologo Charles Cooley parlava del concetto di “specchio sociale”: noi non ci vediamo per quello che siamo, ma attraverso il riflesso di come pensiamo di essere visti dagli altri. Crescendo, interiorizziamo giudizi, aspettative e conferme (o mancate conferme) che riceviamo dalle persone che ci circondano. In questo senso, l’autostima non è solo un’esperienza interna, ma il risultato di un dialogo costante tra noi e il nostro ambiente. Se da bambini ci hanno ripetuto che eravamo intelligenti, capaci, meritevoli, è probabile che questa percezione sia diventata parte del nostro senso di identità. Se invece abbiamo ricevuto critiche costanti, disapprovazione o scarsa considerazione, potremmo aver sviluppato una convinzione più negativa su noi stessi.

Le ricerche più recenti confermano questa visione.
Uno studio condotto su oltre 1.000 adolescenti ha evidenziato che la loro percezione di popolarità all’interno del gruppo di pari influenzava direttamente la loro autostima: più si sentivano accettati, più si percepivano come persone di valore.
Un’altra meta-analisi ha mostrato che le relazioni sociali positive migliorano il senso di autostima, mentre le esperienze negative lo riducono drasticamente. Un aspetto interessante riguarda l’impatto dei social media: il confronto costante con vite apparentemente perfette e la dipendenza dai like e dai commenti hanno un’influenza diretta sul modo in cui le persone valutano sé stesse.

In terapia mi capita spesso di lavorare con persone la cui autostima è diventata una sorta di “battaglia sociale”, un continuo oscillare tra conferme e delusioni basate sui feedback virtuali.
E se pensassimo che tutto questo sia solo una costruzione mentale? Ecco che entrano in gioco le neuroscienze. Studi recenti hanno utilizzato tecniche di imaging cerebrale per indagare come il nostro cervello elabora l’autostima. È stato scoperto che l’attività della corteccia prefrontale mediale, un’area chiave nell’autovalutazione, è più intensa nelle persone con bassa autostima quando ricevono feedback negativi, mentre chi ha una maggiore autostima mostra una minore reazione. È come se il cervello di chi ha una scarsa considerazione di sé fosse “sintonizzato” sulle opinioni altrui, arrivando persino a riflettere gli stessi schemi di attivazione cerebrale delle persone che lo giudicano. Chi invece ha una solida autostima, sembra avere una maggiore indipendenza a livello neurologico: il suo cervello non si lascia condizionare facilmente dai giudizi esterni.
Tutto questo ha implicazioni importanti. Se il nostro cervello è programmato per rispondere ai giudizi degli altri, significa che dobbiamo imparare a sviluppare una forma di autostima più autonoma. Ma come si fa? Una strategia è quella di iniziare a distinguere tra ciò che pensiamo di essere e ciò che ci è stato insegnato a credere di essere. Molte persone crescono con etichette che non corrispondono alla loro vera natura, ma che hanno assorbito senza metterle in discussione. In terapia dico spesso ai miei pazienti: “Quella voce nella tua testa che ti dice che non vali abbastanza, è davvero tua, o è qualcosa che hai imparato a forza di sentirlo ripetere?” Riconoscere questi schemi è il primo passo per spezzarli.

Se la nostra autostima è sempre stata legata agli altri, possiamo iniziare a costruire un nuovo modello basato su ciò che realmente ci fa sentire bene con noi stessi. Piuttosto che misurarci sulla base di aspettative esterne, possiamo chiederci: quali sono i miei valori? Quali aspetti di me apprezzo davvero? Quali sono le qualità che riconosco in me, indipendentemente da quello che pensano gli altri? È un processo che richiede tempo, ma è fondamentale per emanciparsi da un'autostima costruita sugli specchi degli altri.

Essere consapevoli di quanto siamo influenzati dall’esterno è il primo passo per riappropriarci del nostro valore. L’autostima può nascere dall’approvazione altrui, ma la vera sicurezza arriva quando impariamo a riconoscere il nostro valore a prescindere dal giudizio degli altri. E forse, a quel punto, non sarà più così importante sapere cosa pensano di noi.

© Dott. Pasquale Saviano
Psicologo – Psicoterapeuta

A volte la mente non ha bisogno di nuove strategie, ma di tornare a ciò che è essenziale. Rallentare, rimettere a fuoco,...
15/02/2026

A volte la mente non ha bisogno di nuove strategie, ma di tornare a ciò che è essenziale. Rallentare, rimettere a fuoco, ricordare che l’equilibrio psicologico non nasce solo da ciò che facciamo, ma dal modo in cui ci parliamo mentre lo facciamo.

Il dialogo interno è uno spazio spesso trascurato, eppure influenza profondamente il modo in cui viviamo le giornate e le relazioni. Quando diventa rigido, giudicante o svalutante, anche le difficoltà più comuni possono trasformarsi in pesi difficili da sostenere. Al contrario, concedersi parole più umane non significa abbassare le aspettative, ma riconoscere i propri limiti senza farsene schiacciare.

Darsi il permesso di essere imperfetti, di procedere per tentativi, di essere in cammino, non è una concessione debole. È una forma di orientamento interno. Piccole frasi, pensieri semplici, possono diventare vere bussole psicologiche: non risolvono tutto, ma cambiano il modo in cui attraversiamo ciò che ci accade.

San Valentino viene spesso raccontato come il giorno dei gesti grandi, delle frasi perfette, delle coppie che “funzionan...
14/02/2026

San Valentino viene spesso raccontato come il giorno dei gesti grandi, delle frasi perfette, delle coppie che “funzionano”. Ma l’amore reale assomiglia poco a una vetrina. È fatto di presenza, di inciampi, di tentativi imperfetti di restare in relazione senza perdersi.

Amare non significa essere sempre d’accordo, né evitare il conflitto. Significa imparare a stare nella distanza senza scappare, a riconoscere l’altro anche quando non ci rassicura, a tornare — ogni volta — a scegliere la relazione invece di difendere il proprio orgoglio.

E poi c’è un altro amore di cui si parla meno: quello verso sé stessi. Non come slogan, ma come capacità di non tradirsi continuamente per paura di perdere l’altro. Perché senza questo spazio interno, l’amore rischia di diventare adattamento, sacrificio silenzioso, rinuncia.

Forse San Valentino può essere questo: non una prova da superare, ma un’occasione per chiederci come stiamo amando. Se stiamo incontrando l’altro o solo cercando di non restare soli.

Indirizzo

Via Carmelo Pezzullo, 103
Frattamaggiore
80027

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00

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