17/04/2026
MENTE ED EMOZIONI - Risentimento
Il risentimento è una delle emozioni peggiori che possiamo provare. Nasce spesso dalla nostra disponibilità e ha un forte legame con la rabbia. Sì, la rabbia che nasce dal fatto di non poter manifestare il nostro malessere, perché spesso ci viene impedito o ci impediamo di parlare apertamente del modo in cui ci sentiamo feriti, umiliati o frustrati a causa della nostra dipendenza dall’approvazione altrui. Questa rabbia si radica nei meandri profondi della nostra anima e ne emerge con piccole ripicche, scatti di stizza, provocazioni, punzecchiature.
Il “progenitore” del risentimento era, nel Medioevo, il rancore, qualcosa che era considerato una forma di amarezza, una brama di vendetta inappagata. Essa era accompagnata da un deperimento emotivo legato all’inerzia, da cancri emotivi velenosi. Il rancoroso veniva rappresentato magro, pallido, con pustole sulla pelle causate da malessere emotivo profondo, sguardo arcigno e rabbioso.
Ancora oggi temiamo che il risentimento lasci delle tracce sul nostro corpo. Infatti, nella scuola americana di medicina psicosomatica, già durante gli anni 50, il risentimento veniva messo in relazione ai disturbi della digestione e alle ulcere gastriche. Secondo i medici, l’unico modo per porre rimedio a ciò che veniva causato dal risentimento era di esprimere la propria furia all’interno di un rapporto terapeutico “sicuro”; le loro idee sono andate così avanti negli anni fino a giungere a noi.
Oggi il risentimento è visto un’emozione che “brulica”, che è “sepolta”, che spesso viene messa in atto da chi rimane ai margini, defilato perché non abbastanza coraggioso da mostrare apertamente i propri sentimenti. Si tratta di quei soggetti che provano una sorta di piacere perverso nel sentirsi scontenti e maltrattati, celando sistematicamente agli altri quale sia il problema.
Nietzsche ne parlava come qualcosa di futile e represso che caratterizzava la vita degli individui. Secondo il suo punto di vista, si era passati da una “morale dei signori”, in cui sostanzialmente si reagiva facendo valere i propri diritti, anche con rabbia e vendetta, a una “morale del gregge”, in cui avveniva qualcosa di diametralmente opposto: l’impulso a vendicarsi che nasceva dalla rabbia di essere stati trattati male veniva represso e, al massimo, appariva in qualche atto di stizza e dispetto. Secondo Nietzsche, ad alimentare questa negazione e rabbia inespressa erano state la morale religiosa dell’ebraismo e del cristianesimo, con la loro visione di una paziente sopportazione della vita terrena per ricevere una rinascita, un premio nell’aldilà.
Sul lungo periodo, il risentimento diventa qualcosa di malsano, contorto, anche se in alcuni casi può essere una scelta saggia quella di reprimere la propria rabbia nel momento in cui la si prova. Essa provoca una violenza immediata, mentre il risentimento “aspetta”, pianifica, ma non agisce, mette un freno e si alimenta.
I lunghi e pazienti anni passati a soffrire e a fantasticare su una possibile vendetta, con la speranza di qualche forma di risarcimento, lasceranno una profonda delusione e segni indelebili nella nostra psiche.
Sebbene possa sembrare una difesa, il risentimento non ci protegge. Al contrario, ci limita, ci fa sentire prigionieri di un passato che non riusciamo a lasciare andare. Non è solo un’emozione, è uno stato d’animo che influenza la nostra capacità di vivere pienamente il presente.
La chiave per affrontarlo non sta nel cancellarlo, ma nel riconoscerlo, nel capire da dove viene, e nel decidere se è ancora utile tenerlo o se è arrivato il momento di lasciarlo andare.
BIBLIOGRAFIA
Watt Smith T., Atlante delle emozioni umane, 2017, GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
© Dott. Pasquale Saviano
Psicologo – Psicoterapeuta