Dott. Pasquale Saviano Psicologo-Psicoterapeuta

Dott. Pasquale Saviano Psicologo-Psicoterapeuta Dott. Pasquale Saviano
Psicologo-Psicoterapeuta
Specialista in Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicoanalitica Perchè lo Psicologo?

Noi tutti non sempre ci prendiamo cura della nostra salute psicologica tanto quanto facciamo con quella fisica. Inoltre esiste ancora in molte persone la diffidenza nei confronti dell'esperto in salute psicologica, considerato spesso il "medico dei pazzi". Andare dallo Psicologo non significa assolutamente essere "pazzi" o "diversi": indica, al contrario, la volontà di prendersi cura della propria salute mentale, che va di pari passo con quella fisica e con il benessere generale.

18/04/2026



Molti credono che per essere felici debbano cambiare tutto: lavoro, partner, città, corpo, vita. E a volte sì, il cambia...
18/04/2026

Molti credono che per essere felici debbano cambiare tutto: lavoro, partner, città, corpo, vita. E a volte sì, il cambiamento esterno serve.

Ma il vero ago della bilancia non è lì. Non sono le condizioni a determinare la felicità, è lo sguardo con cui le attraversiamo.

In psicodinamica lo sappiamo bene: non è l’evento in sé che crea sofferenza, ma il significato che gli attribuiamo. La narrazione interna.
La storia che ci raccontiamo.

Ecco perché due persone nella stessa identica situazione possono viverla in modi opposti.
Ecco perché possiamo imparare a soffrire meno — non cambiando tutto, ma cambiando prospettiva.

La felicità non è un premio da vincere. È un modo di vedere.

MENTE ED EMOZIONI - RisentimentoIl risentimento è una delle emozioni peggiori che possiamo provare. Nasce spesso dalla n...
17/04/2026

MENTE ED EMOZIONI - Risentimento

Il risentimento è una delle emozioni peggiori che possiamo provare. Nasce spesso dalla nostra disponibilità e ha un forte legame con la rabbia. Sì, la rabbia che nasce dal fatto di non poter manifestare il nostro malessere, perché spesso ci viene impedito o ci impediamo di parlare apertamente del modo in cui ci sentiamo feriti, umiliati o frustrati a causa della nostra dipendenza dall’approvazione altrui. Questa rabbia si radica nei meandri profondi della nostra anima e ne emerge con piccole ripicche, scatti di stizza, provocazioni, punzecchiature.

Il “progenitore” del risentimento era, nel Medioevo, il rancore, qualcosa che era considerato una forma di amarezza, una brama di vendetta inappagata. Essa era accompagnata da un deperimento emotivo legato all’inerzia, da cancri emotivi velenosi. Il rancoroso veniva rappresentato magro, pallido, con pustole sulla pelle causate da malessere emotivo profondo, sguardo arcigno e rabbioso.

Ancora oggi temiamo che il risentimento lasci delle tracce sul nostro corpo. Infatti, nella scuola americana di medicina psicosomatica, già durante gli anni 50, il risentimento veniva messo in relazione ai disturbi della digestione e alle ulcere gastriche. Secondo i medici, l’unico modo per porre rimedio a ciò che veniva causato dal risentimento era di esprimere la propria furia all’interno di un rapporto terapeutico “sicuro”; le loro idee sono andate così avanti negli anni fino a giungere a noi.

Oggi il risentimento è visto un’emozione che “brulica”, che è “sepolta”, che spesso viene messa in atto da chi rimane ai margini, defilato perché non abbastanza coraggioso da mostrare apertamente i propri sentimenti. Si tratta di quei soggetti che provano una sorta di piacere perverso nel sentirsi scontenti e maltrattati, celando sistematicamente agli altri quale sia il problema.

Nietzsche ne parlava come qualcosa di futile e represso che caratterizzava la vita degli individui. Secondo il suo punto di vista, si era passati da una “morale dei signori”, in cui sostanzialmente si reagiva facendo valere i propri diritti, anche con rabbia e vendetta, a una “morale del gregge”, in cui avveniva qualcosa di diametralmente opposto: l’impulso a vendicarsi che nasceva dalla rabbia di essere stati trattati male veniva represso e, al massimo, appariva in qualche atto di stizza e dispetto. Secondo Nietzsche, ad alimentare questa negazione e rabbia inespressa erano state la morale religiosa dell’ebraismo e del cristianesimo, con la loro visione di una paziente sopportazione della vita terrena per ricevere una rinascita, un premio nell’aldilà.

Sul lungo periodo, il risentimento diventa qualcosa di malsano, contorto, anche se in alcuni casi può essere una scelta saggia quella di reprimere la propria rabbia nel momento in cui la si prova. Essa provoca una violenza immediata, mentre il risentimento “aspetta”, pianifica, ma non agisce, mette un freno e si alimenta.
I lunghi e pazienti anni passati a soffrire e a fantasticare su una possibile vendetta, con la speranza di qualche forma di risarcimento, lasceranno una profonda delusione e segni indelebili nella nostra psiche.

Sebbene possa sembrare una difesa, il risentimento non ci protegge. Al contrario, ci limita, ci fa sentire prigionieri di un passato che non riusciamo a lasciare andare. Non è solo un’emozione, è uno stato d’animo che influenza la nostra capacità di vivere pienamente il presente.
La chiave per affrontarlo non sta nel cancellarlo, ma nel riconoscerlo, nel capire da dove viene, e nel decidere se è ancora utile tenerlo o se è arrivato il momento di lasciarlo andare.

BIBLIOGRAFIA
Watt Smith T., Atlante delle emozioni umane, 2017, GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.

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Psicologo – Psicoterapeuta

- Meditazione -La meditazione è un processo psicofisico auto-indotto che tende a creare uno stato di rilassamento profon...
16/04/2026

- Meditazione -

La meditazione è un processo psicofisico auto-indotto che tende a creare uno stato di rilassamento profondo. Questa tecnica - che può essere praticata individualmente e autonomamente dal soggetto o con la guida di maestri o gruppi di meditazione - passa attraverso uno stato di purificazione mentale che presuppone la cessazione del pensiero.

Come tale, la meditazione si differenzia dalla concentrazione, che invece implica un allenamento controllato della mente avendo di mira un obiettivo preciso.

FIGLI DI GENITORI SEPARATILe ricerche dimostrano chiaramente che la maggior parte dei figli di genitori separati, anche ...
15/04/2026

FIGLI DI GENITORI SEPARATI

Le ricerche dimostrano chiaramente che la maggior parte dei figli di genitori separati, anche di quelli che hanno gestito la separazione in modo civile e con tutte le accortezze, presentano difficoltà psicologiche e relazionali. Questo perché, anche da adulti, i figli ricordano quei momenti in modo chiaro e con un intenso carico emotivo. Un momento che rappresenta uno spartiacque tra l’illusione, il sogno di una famiglia forte, compatta e coesa ed il dolore legato alla separazione e alla paura dell’abbandono. Un dolore che nel tempo porta a decisioni non sempre funzionali rispetto alle proprie relazioni importanti e può generare anche una forte incapacità di mettersi in gioco.

Non sempre è facile creare una famiglia felice quando l’esempio di come dovrebbe essere non c’è, perché uno dei due partner o entrambi provengono da genitori separati. Le vicissitudini di una vita vissuta con dolore ed insicurezza sicuramente non favoriscono benessere e sicurezza nel progettare e programmare una vita con un’altra persona.

Costruire un rapporto è faticoso, sposarsi giovani e mantenere un “impegno” a tempo indeterminato non è semplice e se esso non funziona è ancora più difficile. Viviamo in un tempo in cui crediamo nell’autorealizzazione ed essere infelici non è accettabile. Spesso si dice: “Restiamo insieme per il bene dei figli” ma quel rimanere ingabbiati in un rapporto disfunzionale diventa uno stillicidio, una guerra e come in tutte le guerre ci sono vittime collaterali, inconsapevoli, innocenti e sono proprio i figli. La tendenza è quella di rimettere in scena comportamenti appresi dai genitori, ma se quei modelli comportamentali non hanno portato a nulla, si commetteranno gli stessi errori.

Soffrire per le proprie scelte è giusto, ma soffrire per le scelte degli altri non lo è, e quindi si sceglie la via più consapevole, quella più matura, quella della rottura. In quel caso si giunge ad una consapevolezza legata al fatto che la strada intrapresa porta alla sofferenza di più individui, creando appunto dolore ed insicurezza nei figli.

Il punto di partenza deve essere la consapevolezza, a cui si accodano reciprocità, sobrietà e comunicazione. Spesso i figli si rendono conto che l’unione dei genitori non è più dovuta alla loro felicità ma alla presenza della prole e questo dà adito al senso di colpa che nasce dalla consapevolezza di essere stati un motivo di infelicità. Ciò che resta in loro è l’idea profonda di dover affrontare scelte di vita difficili senza sostegni adulti. Tanto più quando i figli diventano quel contenitore di lamentele, di confidenze dell’uno o dell’altro genitore.

Essi si trovano ad essere dei mediatori per evitare che i contrasti si acuiscano sempre di più e che i toni salgano ulteriormente, si trovano davanti un dolore profondo difficile da gestire che li condiziona nelle scelte soprattutto di relazione di coppia. Il “per sempre” spaventa tutti, ma ancora di più i figli di genitori separati, che spesso cercano di colmare quel vuoto lasciato da uno dei due genitori piuttosto che creare qualcosa ex-novo.

Ciò che è necessario fare in questi casi con i figli è essere più chiari possibile rispetto a ciò che sta succedendo. Aiutarli a dare parola ai loro pensieri, ai loro sentimenti, rispondere alle loro domande, accogliere le loro paure affinché essi si sentano meno soli e sappiano che al di là di tutto ci sono due persone che li vogliono bene come prima. Non usare i figli come arma contro l’altro coniuge dovrebbe essere la prerogativa di ogni genitore. Insegnargli come vivere i cambiamenti della vita quotidiana è la base fondamentale per il loro benessere, presente e futuro.

I genitori dovrebbero manifestare vicinanza e comprensione per il doloroso momento che tutta la famiglia sta attraversando. Essere chiari sul fatto che la decisione di separarsi non dipende dai figli e che non è loro l’onere di risolvere la questione ma spetta solo a papà e mamma.
Infine, affrontare momenti dolorosi di separazione è difficile e potrebbe essere utile l’aiuto di un mediatore familiare che aiuti a gestire le dinamiche che insorgono in un percorso così complicato.

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14/04/2026
COME USCIRE DA UNA RELAZIONE VIOLENTA E NON TORNARE INDIETRONon importa quante volte sei tornato sui tuoi passi, puoi an...
13/04/2026

COME USCIRE DA UNA RELAZIONE VIOLENTA E NON TORNARE INDIETRO

Non importa quante volte sei tornato sui tuoi passi, puoi andare avanti tranquillamente e uscire definitivamente da una relazione violenta. Sono molte le coppie che vivono in una relazione violenta in tutto il mondo.
Se vivi in una relazione violenta, se il tuo partner abusa in qualche modo di te, abbi fiducia in te stesso/a, non è mai colpa tua. Puoi interrompere il ciclo di abusi e lasciare il tuo partner per sempre ma ciò richiede un’ampia pianificazione affinché tu possa ricevere supporto e cura.

Non è facile all’inizio di una relazione capire se un partner diventerà violento poiché alcuni comportamenti ossessivi e di controllo possono emergere e intensificarsi man mano che la relazione cresce. Tuttavia alcuni segnali d’allarme possono essere rilevati, così come certe tipologie di abuso devono essere attenzionate.
Ad esempio, un partner che tende ad isolarti da amici e parenti, che vuole costantemente controllarti sapendo dove sei e cosa stai facendo o che assume il controllo e la gestione delle tue finanze, che raramente si assume la responsabilità o ammette le proprie colpe, che mostra comportamenti intensi, come ossessione e possessività o che mette in atto comportamenti di violenza fisica, emotiva o sessuale probabilmente durante il corso della relazione diventerà un partner violento e abusante.

Secondo le statistiche, sono necessari in media sette tentativi affinché una persona lasci finalmente un partner violento. Questo perché uscire da una relazione violenta non è solo emotivamente difficile ma può essere anche pericoloso per la propria vita. Infatti diversi studi riportano che la minaccia di separazione o la separazione effettiva si configura come un aumento di comportamento violento da parte del partner.

I motivi che portano molti a rimanere in una relazione di coppia violenta nonostante tutto sono diversi: provare un forte legame con il proprio partner a causa del trauma, controllo eccessivo ed ostile da parte del partner, personalità insicura, nessun posto dove andare, assenza di risorse finanziarie, mancanza di supporto, sentimenti di vergogna, paura o imbarazzo, preoccupazione per i figli o per lo stesso partner.
Uscire da una relazione violenta non è facile, è necessario pertanto sviluppare e mettere in atto delle strategie.

Prima su tutte è quella di creare un piano di sicurezza.
Gestire la sicurezza può aiutarti perché ti permette di gestire i rischi e valutare i danni che potrebbero derivare dalla tua decisione. È importante quindi sapere dove andare, creare una rete intorno a te, informarsi sulla presenza sul territorio di servizi di accoglienza o rivolgersi a persone che possono aiutarti, preparare adeguatamente le cose da portare, pensare a come proteggere eventuali bambini e animali domestici, valutare i vari scenari che si potrebbero verificare col partner e sviluppare strategie per anticiparli.

Alcune relazioni possono essere più violente di altre; ogni relazione e ogni situazione è unica così come ogni rottura, quindi è importante creare un piano per terminare la relazione in modo sicuro. Esiste un numero il 1522 al quale rivolgersi in caso di violenza domestica e farsi aiutare a sviluppare un piano; ci sono diversi passaggi che si possono mettere in atto, bisogna solo trovare il coraggio e il modo di farlo.
Per evitare di tornare in una relazione violenta è necessario circondarti di una rete di supporto fatta di persone care che siano al corrente del motivo che ti spinge ad andartene. Cerca di riconnetterti con i tuoi cari (nel caso di allontanamento) con gli amici, le persone della tua comunità.

Un’altra considerazione che devi fare è che è perfettamente normale sentire la mancanza di un partner, anche se è violento ma ciò non significa che sia giusto stare con lui o con lei. Probabilmente qualcosa di buono nella relazione c’era, ma il male supera di gran lunga il bene e poiché tutti meritano una relazione sana, sicura, responsabilizzante e gioiosa, andare via a volte è l’unica scelta. Ti consiglio di scrivere una nota sul motivo per cui hai scelto di lasciare la relazione e perché ritieni che sia importante non tornare indietro. Ogni volta che inizi a sentirne la mancanza, rileggi quella nota grazie alla quale ricorderai che la relazione non era sana.

Mettere al primo posto te stesso è sicuramente una strategia vincente perché i tuoi sentimenti contano ed è importante dare priorità al tuo benessere. Ricordati che uscire da una relazione malsana non significa “mollare”. Si tratta piuttosto di una decisione positiva per una vita più sana, sei stato coraggioso perché hai fatto una scelta difficile ma giusta per te. È importante che ti concentri sulla tua crescita e sulla tua elaborazione; concediti gentilezza e tempo per guarire.

La terapia individuale è un’altra strada da intraprendere perché può aiutarti a rinforzare le tue convinzioni, stabilire confini e comprendere meglio le dinamiche della violenza domestica. Un professionista della salute mentale può anche aiutarti a sviluppare strategie di coping e suggerimenti per costruire relazioni più sane.

Ricordati: nessuno merita di subire abusi e ci sono molte risposte per uscire da dinamiche di violenza, prendersi cura di sé e guarire.
Non sei solo/a e la tua relazione non riflette chi sei, la tua forza o il tuo valore.
Meriti un amore che ti faccia sentire bene. Potrai costruire relazioni più felici e più sane se e quando sarai pronto/a. Nel frattempo concentrati sulla tua sicurezza e sul tuo benessere.

© Dott. Pasquale Saviano
Psicologo – Psicoterapeuta

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Via Carmelo Pezzullo, 103
Frattamaggiore
80027

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Lunedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 13:00
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Mercoledì 09:00 - 13:00
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Giovedì 09:00 - 13:00
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