Dott. Pasquale Saviano - Psicologo Psicoterapeuta

Dott. Pasquale Saviano - Psicologo Psicoterapeuta Psicologo - Psicoterapeuta
Specialista In Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicanalitica

Psicologo - Psicoterapeuta
Specialista in Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicanalitica

22/05/2026



MENTE ED EMOZIONI - Ruinelust MENTE ED EMOZIONI - RuinelustCon questa emozione si indica l’attrazione irresistibile che ...
22/05/2026

MENTE ED EMOZIONI - Ruinelust

MENTE ED EMOZIONI - Ruinelust

Con questa emozione si indica l’attrazione irresistibile che qualcuno prova nei confronti di palazzi fatiscenti e luoghi abbandonati. Non si tratta solo di curiosità per il degrado, ma di un’esperienza più profonda: un fascino che non ha nulla a che fare con il semplice voyeurismo, bensì con un’affinità emotiva verso ciò che è in rovina, in transizione, in attesa di un futuro incerto.

La ruinelust, termine derivato dal tedesco Ruine (rovina) e Lust (desiderio). è un fenomeno sempre più diffuso nel mondo contemporaneo, dove la nostalgia per il passato si mescola con un bisogno di contatto con il tempo che scorre, con i segni del dimenticato. Chi ne è affetto non cerca solo bellezza estetica, ma un’eco del tempo perso, un’atmosfera di silenzio, di incompiutezza, di possibilità ancora aperte.
In realtà, questo desiderio non è casuale. È spesso un riflesso dell’anima che cerca qualcosa di autentico in un mondo troppo perfetto, troppo pulito, troppo programmato. I luoghi abbandonati, con le loro pareti scrostate, i vetri rotti, gli affreschi sbiaditi, raccontano storie che nessun museo può riprodurre: storie di vita vissuta, di relazioni interrotte, di progetti mai realizzati. Sono come libri aperti che non vogliono essere letti, ma solo osservati.

Questo fenomeno ha radici profonde nella psiche umana. Secondo alcuni psicologi, la ruinelust può essere interpretata come una forma di riconnessione con la vulnerabilità, con la fragilità che ognuno di noi porta dentro. In un’epoca in cui tutto deve sembrare perfetto dalle case ai corpi, dai social media alle carriere guardare una casa cadente diventa un atto di ribellione silenziosa. È un modo per dire: “Anche la rovina ha valore. Anche il disfacimento ha un senso.”

Allo stesso tempo, la ruinelust può essere anche un segnale di disagio. Quando la nostra mente si attira verso il degrado, forse sta cercando di riconoscere qualcosa che abbiamo ignorato dentro di noi: il bisogno di smettere di costruire, di riposare, di lasciar andare. È come se il corpo chiedesse: “Perché non posso permettermi di crollare?” E allora, invece di affrontarlo, lo proiettiamo su un edificio cadente, su una città fantasma, su un parco abbandonato.

Non si tratta di un’ossessione patologica, ma di un’apertura mentale. Un invito a guardare con occhi diversi, a trovare bellezza non solo nell’ordine, ma anche nel caos, non solo nel nuovo, ma anche nel vecchio. La ruinelust ci ricorda che la bellezza non è solo nella perfezione, ma anche nella trasformazione, nel tempo che passa, nel dolore che rimane.
E forse, in fondo, chi ama le rovine non ama solo i luoghi, ma il pensiero che tutto ciò che è vivo è destinato a cambiare, a svanire, a diventare storia. E che proprio in quel processo c’è una forma di libertà.

In conclusione, la ruinelust non è un’emozione da evitare, ma da ascoltare. Se provi un’attrazione per i luoghi abbandonati, non è perché sei triste o nostalgico, ma perché il tuo cuore ha bisogno di ricordare che anche la fine può essere poetica. A volte, per capire chi siamo davvero, dobbiamo fermarci davanti a qualcosa che non funziona più.
Forse, allora, non è il luogo che ci affascina, ma la nostra capacità di stare con la fine, senza paura, senza vergogna, senza fretta.

BIBLIOGRAFIA
Watt Smith T., Atlante delle emozioni umane, 2017, GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.

© Dott. Pasquale Saviano
Psicologo – Psicoterapeuta

- Nonni -Dal tardo latino "nonnus", questo termine significava in origine "monaco" e "balio", indicando una persona anzi...
21/05/2026

- Nonni -

Dal tardo latino "nonnus", questo termine significava in origine "monaco" e "balio", indicando una persona anziana oppure di un'estrazione sociale superiore.

NON USIAMO I FIGLI COME ALIBI PER LE NOSTRE INSICUREZZENell’età preadolescenziale i figli possono sviluppare un conflitt...
20/05/2026

NON USIAMO I FIGLI COME ALIBI PER LE NOSTRE INSICUREZZE

Nell’età preadolescenziale i figli possono sviluppare un conflitto più o meno forte con uno o entrambi i genitori. Spesso questa contrapposizione si esplica attraverso le attività quotidiane (non mangiare cibi che non gli piacciono o che non conosce, non intraprendere attività nuove o abbandonarle poco dopo averle cominciate). I ragazzi mostrano una noia di fondo che porta i genitori a chiedersi se abbiano un reale apporto nella loro crescita e nel loro cambiamento.

Purtroppo si può verificare che a causa di un forte attaccamento tra madre e figlio, si crei una un legame più forte di quello tra marito e moglie. Ciò accade molto spesso in famiglie in cui c’è un solo figlio, per giunta maschio, e la madre è una casalinga. La possibilità del ragazzo di trascorrere del tempo con la madre lo porta a scegliere questa routine, ma dall’altro lato gli fa rendere conto della noia che può provare stando con lei e non con i coetanei, portandolo a riversare frustrazioni e malessere sulla mamma.

Spesso la madre cerca di spronare il figlio, di indirizzarlo, di motivarlo ma di fatto rimanendo lì, sempre nello stesso “posto”, senza spostarsi mai. Così facendo ci si fa compagnia a vicenda nell’idea che ci si basti l’un l’altra e viceversa. L’assenza di un papà che per un motivo o per un altro non si cura del figlio e della moglie è indicativo e può portare a pensare che all’interno della coppia madre-figlio ognuno assolva all’esigenza dell’altro di colmare quel vuoto.

La spinta a motivare il ragazzo viene ad essere qualcosa di costante che però resta un copione che non si realizzerà mai e potrà essere portato avanti all’infinito. È necessario spezzare la catena, staccarsi fisicamente e psicologicamente. I genitori dovrebbero essere d’esempio ai figli. Come si può pensare di favorire l’indipendenza dei propri figli se prima i genitori hanno legami simbiotici con loro?

L'atteggiamento di un genitore che riempie il proprio tempo libero di passioni ed interessi porterà inevitabilmente anche i figli a dedicare a loro stessi il tempo libero ed a cercare il benessere attraverso ciò che li attira.
Si può pensare anche di essere “più direttivi”, magari iscrivendolo a qualche attività e facendogli sentire la propria aspettativa rispetto al mantenimento dell’impegno preso.

È utile favorire un rapporto tra coetanei permettendo l’ingresso di altri bambini in casa. All’inizio potrà prevalere la noia per la mancanza di abitudine a giocare insieme, ma un po’ alla volta le cose miglioreranno ed i ragazzi troveranno il modo di divertirsi.
Un’altra cosa da tenere in considerazione è che i figli si crescono in due. C’è bisogno che la coppia genitoriale si “spenda” parimenti per favorire l’autonomia ed il distacco dei figli: ognuno dei genitori deve fornire un apporto secondo le proprie caratteristiche e capacità.

© Dott. Pasquale Saviano
Psicologo – Psicoterapeuta

ENDOMETRIOSI: 190 MILIONI DI VOCI INASCOLTATEL’endometriosi rappresenta una delle condizioni croniche più debilitanti e ...
19/05/2026

ENDOMETRIOSI: 190 MILIONI DI VOCI INASCOLTATE

L’endometriosi rappresenta una delle condizioni croniche più debilitanti e dolorose che una donna possa vivere. Si stima che in tutto il mondo circa il 10% delle donne soffre di questa condizione, cosa che lo rende comune quanto l’asma e il diabete; l’impatto è considerato lo stesso del cancro al seno o alle ovaie. Le persone affette da questa malattia infiammatoria vivono una situazione di malessere anche e soprattutto psicologico dovuto ad un’inadeguata assistenza sanitaria. Le storie sono molto simili tra di loro, intrise di paura, frustrazione, rassegnazione.

Gli esperti paragonano l’endometriosi ad un cancro benigno.
Si tratta di un’insolita mutazione cellulare che può causare formazioni di tessuto simile all’endometrio (quello che normalmente riveste la cavità uterina) all’esterno della cavità uterina stessa, più comunemente intorno alla vescica, all’ovaio, all’intestino, al peritoneo pelvico, al setto retto-vaginale o all’appendice. Spesso si procede con la rimozione di questo tessuto, ma ciò porta alla formazione di cicatrici che provocano più dolore. È una condizione cronica che dura tutta la vita, che non ha cura, ma con un’incidenza minore dopo la menopausa.

Le donne che si rivolgono alle strutture pubbliche presentano generalmente un’endometriosi “profonda” o di “Stadio 4”. Ciò significa che l’endometriosi è radicata nelle strutture delle pelvi e dell’addome come intestino, vescica, nervi e vasi sanguigni. L’intervento chirurgico in questo caso è multidisciplinare ed è la scelta più accettabile per le pazienti, ma comporta il rischio di lesioni ad altre strutture.

Nonostante la natura cronica e debilitante di questa condizione, gli evidenti limiti chirurgici e i rischi ad essa associati, la ricerca in questo settore è limitata.
Le donne con endometriosi sviluppano disturbi psicosociali e disagio psichico. Inoltre la maggior parte ha subìto un qualche tipo di trauma nella propria vita. I principali sintomi fisici legati all’endometriosi sono: dolore, affaticamento e infertilità che impattano fortemente sulla loro quotidianità personale e professionale. Le donne riferiscono di sentirsi turbate, arrabbiate, depresse, deboli, impotenti, indifese, sconfitte, frustrate, un peso per gli altri. Ad oggi il tempo medio per ricevere una diagnosi è di 8 anni.

La sofferenza delle donne affette da endometriosi oggi si configura a livello mondiale come una sofferenza silenziosa, caratterizzata da dolore associato allo svuotamento dell’intestino o della vescica, agli effetti solitamente negativi dei trattamenti ormonali, al comportamento a volte arrogante e atteggiamenti poco empatici del personale medico, ad interventi chirurgici strazianti e complessi che spesso non alleviano efficacemente i sintomi.
La maggior frustrazione nasce dal fatto che nel giro di un paio di anni o addirittura pochi mesi l’endometriosi ritorna con tutto il carico di dolore e disperazione.

In genere i sintomi diventano evidenti verso i 15-16 anni e quindi pregiudicano le relazioni coniugali/sessuali, impattano sulla vita sociale sugli aspetti fisici e psicologici. Le donne esprimono in diversi modi come l’endometriosi ha compromesso la loro vita. Molte trovano difficile o addirittura impossibile intraprendere relazioni sentimentali per la paura di rapporti dolorosi e conseguente rifiuto. Altre sono fortemente restie anche ad una vita sociale e di divertimento perché temono di deludere le amicizie a causa della fatica e del dolore, autostigmatizzandosi come un’amica inaffidabile.

La subfertilità rappresenta una delle principali conseguenze dell’endometriosi e quel senso di vuoto per una vita che non si può vivere sono spesso considerati il peggior sintomo psicologico. Le donne affette da endometriosi possono avere problemi sul posto di lavoro quando la loro patologia non viene riconosciuta dai datori di lavoro. Molte donne cercano di ignorare i segnali del proprio corpo e continuano ad andare al lavoro. Inutile dire che ciò provoca ulteriori fattori di stress e tensione con impatto negativo sul dolore e sulla fatica.

Le donne che convivono da tempo con l’endometriosi senza supporto cercano di affrontare da sole la natura debilitante della malattia. Credono di dover avere una buona quantità di “grinta” per affrontare la vita e raggiungere una qualità di vita ragionevolmente normale, il che significa strategie di coping che implicano un impegno enorme in comportamenti ed attività spesso inutili. Salvo poi sentirsi, una volta “fermi”, senza speranze e sconfitte. Molte descrivono la quotidianità fatta di momenti buoni e altri caratterizzati da dolori che le costringono a letto, solitamente in prossimità del ciclo mestruale.

Aiutare le donne a riconoscere lo “spreco” eccessivo di energie fisiche e psichiche è importante qualora decidano di avviare un percorso di sostegno psicologico.
Anche la meditazione può aiutare in quanto promuove una crescente consapevolezza delle sensazioni corporee e della loro natura mutevole, in particolare il dolore che per alcune è così forte, soprattutto durante il ciclo, che solo antidolorifici oppiacei possono ridurlo.

Con il progredire della terapia psicologica e quella farmacologica si cerca di fornire alle pazienti una “scatola di strumenti” utili per la gestione del dolore che un po’ alla volta permetteranno loro di sviluppare un atteggiamento meno rabbioso e più proficuo nei confronti del dolore stesso. Come detto molte donne affette da endometriosi portano traumi nella loro storia personale. Il trauma non trattato tende a compromettere molte funzioni corporee (diminuendo la funzione immunitaria e aumentando la risposta infiammatoria per esempio) ma aumenta notevolmente anche il disagio psicologico. In questo caso ad esempio gran parte del trauma è basato sulla vergogna, che causa e mantiene comportamenti inutili di coping e convinzioni negative su se stesse.
Le donne spesso riferiscono una sfiducia nel proprio corpo perché percepiscono che “le ha deluse”. Un atteggiamento autocompassionevole è un metodo efficace per aiutare la donna ad elaborare ciò che sta affrontando. Questo cambiamento di approccio promuove un rapporto più gentile con il proprio corpo che spesso si materializza in un aggiustamento dello stile di vita, come lavorare meno ore e ad un ritmo più basso, prendersi cura di sé invece di ignorare i propri bisogni.

Alcuni temi sono comuni a tutte le donne che soffrono di endometriosi, ma ci sono molte differenze individuali, per questo è utile proporre approcci diversi sia psicologici che di altro tipo. Per molte donne è già tanto poter raccontare la loro storia, questo le aiuta a sentirsi comprese e permette loro di normalizzare la loro esperienza. Spesso queste donne sono ben informate sulla loro patologia perché la mancanza di informazioni cliniche disponibile porta a ricercare informazioni per saperne di più, sentirsi più sicure nell’affrontare le pratiche diagnostiche, cliniche, di trattamento, ecc.

Purtroppo la mancanza di uguaglianza nell’assistenza sanitaria sta determinando cure frammentarie o inadeguate, soprattutto durante le prime fasi del percorso delle pazienti, portando a molte sofferenze fisiche e psicologiche inutili. Un approccio olistico che abbracci corpo e mente promuoverà una migliore comprensione di come l’endometriosi colpisce tutti gli ambiti della vita di una donna e guiderà la fornitura di servizi e la ricerca futura per soddisfare le esigenze di 190 milioni di donne in tutto il mondo affette da questa condizione.

© Dott. Pasquale Saviano
Psicologo – Psicoterapeuta

Ho il piacere di invitarvi al mio canale WhatsApp di Psicologia🌿 Il tuo spazio di crescita psicologica, ogni giorno.Sei ...
18/05/2026

Ho il piacere di invitarvi al mio canale WhatsApp di Psicologia

🌿 Il tuo spazio di crescita psicologica, ogni giorno.
Sei stanco di sentirti perso tra pensieri, emozioni e aspettative?
Di vivere una vita che sembra fatta per te, ma che in realtà è stata scelta da altri?

Nel mio canale WhatsApp troverai:
✅ Riflessioni profonde sulle emozioni, il dolore, la crescita
✅ Approfondimenti su temi come ansia sociale, fobia, relazioni, autenticità
✅ Concetti poco noti (come Matutolype, Man, Oìme, Amae)
✅ Messaggi brevi ma potenti per ascoltare te stesso
✅ Spunti pratici per vivere con più consapevolezza
Non è un blog. Non è un articolo.
È un dialogo quotidiano con te stesso.

👉 Clicca qui per entrare nel canale:
https://whatsapp.com/channel/0029Vb5kjDw8V0tjVxT5yH07

Follow Psicologia - Dott. Saviano's WhatsApp Channel. Dott. Pasquale Saviano – Psicologo Psicoterapeuta

Uno spazio per chi è curioso di psicologia, per chi ama riflettere, per chi ha voglia di prendersi cura di sé.

Qui condivido articoli, pensieri, immagini e contenuti che parlano di mente, emozioni e vita.

Un canale per restare in contatto, con leggerezza e profondità.

Trovate approfondimenti anche sulla mia pagina Facebook:
https://www.facebook.com/saviano.psicologofrattamaggiore. Join 85 followers for the latest updates.

QUANTO SUCCESSO SERVE PER SENTIRSI AMATI? RIFLESSIONI SU AUTOCOMPASSIONE E TRAGUARDIUna riflessione che spesso emerge ne...
18/05/2026

QUANTO SUCCESSO SERVE PER SENTIRSI AMATI? RIFLESSIONI SU AUTOCOMPASSIONE E TRAGUARDI

Una riflessione che spesso emerge nei miei colloqui con i pazienti è: quanto successo serve per sentirsi amati? Quanti traguardi dobbiamo raggiungere per sentirci accettati, apprezzati e, soprattutto, amati? Questa domanda, apparentemente semplice, nasconde una verità più profonda che riguarda il nostro rapporto con noi stessi e con gli altri.

Nella mia esperienza clinica, mi capita spesso di incontrare persone che, nonostante abbiano raggiunto obiettivi importanti nella vita, si sentono ancora insoddisfatte, come se mancasse qualcosa. Quel “qualcosa” è spesso legato alla ricerca di amore e accettazione, non solo dagli altri, ma anche da se stessi. Il successo, infatti, non sempre basta a colmare il vuoto emotivo che sentiamo dentro. Eppure, continuiamo a correre dietro a traguardi esterni, sperando che possano darci quel senso di appagamento che cerchiamo.
Ma perché cerchiamo all’esterno ciò che dovremmo trovare dentro di noi? La risposta, in parte, risiede nelle nostre esperienze passate.

Da bambini impariamo che l’amore è spesso condizionato: siamo amati quando siamo bravi, quando otteniamo buoni risultati, quando ci comportiamo come gli altri si aspettano. Questo schema si ripete nell’età adulta, portandoci a credere che per essere amati dobbiamo continuamente dimostrare il nostro valore attraverso il successo. Ma questa ricerca esterna può diventare una trappola, perché l’amore che cerchiamo negli altri non è mai abbastanza. Non riempie il vuoto che deriva dalla mancanza di autocompassione e di accettazione di sé.

In terapia, spesso mi ritrovo a parlare con i pazienti di quanto sia importante imparare a volersi bene, a essere gentili con se stessi, soprattutto nei momenti di difficoltà.
Kristin Neff, psicologa e ricercatrice, si è soffermata sul concetto di autocompassione, definendola come la capacità di trattare se stessi con la stessa comprensione che riserveremmo a un amico in difficoltà. Quante volte, infatti, siamo duri e critici con noi stessi, mentre con gli altri siamo accoglienti e indulgenti?

Facciamo un esercizio semplice: immaginiamo di parlare a noi stessi come parleremmo a un amico che sta attraversando un momento difficile. Quanto saremmo più felici se usassimo con noi le stesse parole di conforto che rivolgiamo agli altri? Questo approccio può avere un impatto profondo sul nostro benessere psicologico.
L’autocompassione non significa accontentarsi o rinunciare ai propri obiettivi. Al contrario, significa riconoscere le proprie emozioni, accettare i propri limiti e lavorare su di sé con gentilezza, senza cadere nell’eccessiva autocritica.

In terapia, spesso aiuto i pazienti a sviluppare questa capacità, che permette di bilanciare la ricerca del successo con il bisogno di amore e accettazione. Non si tratta di smettere di ambire a traguardi importanti, ma di farlo con una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie emozioni.
Un altro esercizio che propongo spesso è immaginare di parlare con il sé del passato. Cosa direbbe il te stesso bambino, adolescente o giovane adulto, se potessi mostrargli i traguardi che hai raggiunto oggi? Probabilmente sarebbe fiero di te, riconoscerebbe i tuoi sforzi e la tua crescita. Eppure, spesso siamo così concentrati sui nostri fallimenti o su ciò che non abbiamo ancora raggiunto, da dimenticare quanto siamo già andati lontano. Questo esercizio aiuta a ridimensionare l’eccessiva autocritica e a riconoscere i propri successi, non solo in termini numerici, ma anche emotivi e personali. Chi sarà felice in futuro non è chi avrà raggiunto più obiettivi, ma chi avrà imparato a essere compassionevole con se stesso, a lavorare con la giusta misura interna, senza farsi travolgere dalle aspettative esterne.

La ricerca del successo è legittima e può essere motivante, ma non deve diventare l’unica misura del nostro valore. L’amore che cerchiamo all’esterno deve partire da dentro di noi. Imparare a essere gentili con se stessi, riconoscere le proprie emozioni e accettare i propri limiti sono passi fondamentali per costruire un benessere duraturo.
Spesso parlo con i pazienti di quanto sia importante trovare un equilibrio tra la ricerca del successo e il bisogno di amore e accettazione. Si tratta di lavorare su di sé con consapevolezza e autocompassione, senza farsi travolgere dall’eccessiva autocritica o dai paragoni con obiettivi stereotipati.

Se ti ritrovi in queste riflessioni, prova a chiederti: quanto successo serve per sentirti amato? E, soprattutto, cosa puoi fare oggi per iniziare a volerti bene un po’ di più?
Ricorda, il primo passo verso il benessere è imparare a essere gentili con se stessi. E se senti di aver bisogno di un supporto in questo percorso, non esitare a chiedere aiuto. Insieme, possiamo lavorare per costruire un rapporto più sano e compassionevole con te stesso e con gli altri.

© Dott. Pasquale Saviano
Psicologo – Psicoterapeuta

Indirizzo

Via Carmelo Pezzullo, 103
Frattamaggiore
80027

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 11:00
15:30 - 20:00
Martedì 09:00 - 11:00
15:30 - 20:00
Mercoledì 09:30 - 11:00
15:30 - 20:00
Giovedì 09:00 - 11:00
15:30 - 20:00
Venerdì 09:00 - 11:00
15:30 - 20:00

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Dott. Pasquale Saviano - Psicologo Psicoterapeuta pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi