Dott. Pasquale Saviano - Psicologo Psicoterapeuta

Dott. Pasquale Saviano - Psicologo Psicoterapeuta Psicologo - Psicoterapeuta
Specialista In Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicanalitica

Psicologo - Psicoterapeuta
Specialista in Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicanalitica

31/03/2026



31/03/2026
ABBRACCIARE MIGLIORA LA VITA Anche un semplice abbraccio può essere un salvavita. Beh, forse non nel senso classico del ...
30/03/2026

ABBRACCIARE MIGLIORA LA VITA

Anche un semplice abbraccio può essere un salvavita. Beh, forse non nel senso classico del termine, ma di sicuro ha molteplici benefici per la nostra salute, sostenuti dalla scienza.

Gli abbracci non sono solo un gesto di affetto, ma hanno un impatto profondo sul nostro benessere fisico e psicologico. Ecco come.
Gli abbracci contribuiscono a regolare la pressione sanguigna. Bastano solo 20 secondi di abbraccio per abbassarla, e l’effetto persiste per qualche tempo anche dopo che l’abbraccio è finito. Questo non solo riduce lo stress, sia negli uomini che nelle donne, ma potrebbe anche aiutare a prevenire possibili malattie cardiache.

Ma i benefici degli abbracci non si fermano qui. Le coccole e gli abbracci rilasciano ossitocina, un ormone spesso chiamato “l’ormone dell’amore” per la sua stretta connessione con le interazioni sociali e il legame. L’ossitocina, a sua volta, aumenta le cellule di regolazione T, che potenziano il sistema immunitario e lo bilanciano. Questo significa che abbracciarsi non solo ci fa sentire bene, ma ci aiuta anche a rimanere in salute. È come se il nostro corpo rispondesse al contatto fisico rafforzando le sue difese naturali.
E non è tutto. Secondo uno studio, il rilascio di ossitocina può anche riparare i muscoli, agendo come un potenziale trattamento per lo spreco muscolare legato all’età. Questo ormone può aumentare la salute delle ossa e aiutare gli anziani a riprendersi più velocemente dalle lesioni. In un certo senso, abbracciarsi può farci sentire più giovani, non solo emotivamente, ma anche fisicamente.

Gli abbracci agiscono anche come un antidolorifico naturale. Il rilascio di ossitocina blocca il cortisolo, l’ormone dello stress, riducendo la sensazione di dolore e rilassando i muscoli. Inoltre, durante un abbraccio, vengono rilasciate endorfine, sostanze chimiche che alleviano il dolore e ci fanno sentire bene. Per notare questi benefici, però, è importante che un abbraccio duri almeno 20 secondi. Non è solo una questione di quantità, ma di qualità: un abbraccio lungo e sincero ha un effetto più profondo sul nostro benessere.

Gli abbracci hanno una valenza fondamentale anche nei bambini.
È stato scientificamente provato che, durante l’infanzia, chi riceve meno contatto fisico tende a essere biologicamente in ritardo, rispetto a quelli che hanno un contatto stretto e confortante. Durante un abbraccio, si creano connessioni neurali e i modelli di attività cerebrale vengono modulati. Il contatto pelle-a-pelle stimola il cervello, favorendo uno sviluppo più sano e armonioso. Questo ci ricorda quanto sia fondamentale il contatto fisico fin dai primi anni di vita, non solo per il benessere emotivo, ma anche per lo sviluppo cognitivo.

Ma perché gli abbracci hanno un effetto così potente sul nostro corpo e sulla nostra mente? La risposta risiede nella nostra natura umana. Siamo esseri sociali, programmati per connetterci con gli altri attraverso il contatto fisico. L’abbraccio è una forma di comunicazione non verbale che trasmette sicurezza, affetto e supporto. Quando abbracciamo qualcuno, il nostro corpo rilascia sostanze chimiche che ci fanno sentire bene, riducono lo stress e rafforzano il nostro sistema immunitario. È come se il nostro corpo ci dicesse: “Questo è ciò di cui hai bisogno per stare bene”.

E non dimentichiamo l’aspetto psicologico. Gli abbracci possono aiutarci a sentirci meno soli, a ridurre l’ansia e a migliorare il nostro umore. In un mondo sempre più connesso digitalmente ma spesso distante fisicamente, il potere di un abbraccio diventa ancora più significativo. È un modo per riconnetterci con gli altri, per ricordarci che non siamo soli e che possiamo contare su qualcuno.

La prossima volta che qualcuno ti abbraccia, non avere fretta di lasciare andare. Fai durare quell’abbraccio un po’ di più, assapora il momento e lascia che il tuo corpo assorba tutti i benefici che può offrire. E se hai l’opportunità, abbraccia qualcuno a cui tieni. Perché un abbraccio è un gesto semplice, ma ha il potere di cambiare la giornata di qualcuno, forse anche la sua vita, ed insieme la tua.

© Dott. Pasquale Saviano
Psicologo – Psicoterapeuta

30 Marzo – Giornata Mondiale del Disturbo BipolareCi sono realtà che il mondo continua a raccontare nel modo sbagliato. ...
30/03/2026

30 Marzo – Giornata Mondiale del Disturbo Bipolare

Ci sono realtà che il mondo continua a raccontare nel modo sbagliato. Il disturbo bipolare è una di queste. Troppo spesso ridotto a un'etichetta, a una semplificazione brutale: "lunatico", "imprevedibile", "esagerato". Troppo spesso trasformato in una caricatura che oscilla tra il genio maledetto e l’instabilità incontrollabile. Ma le persone non sono estremi. Sono storie, percorsi, equilibri che si costruiscono giorno dopo giorno.
Il disturbo bipolare “non è un tratto del carattere", non è un capriccio emotivo, non è una questione di volontà. È una condizione complessa, una danza tra picchi di energia che sembrano onnipotenza e discese vertiginose in cui ogni cosa pesa il doppio. È il corpo che accelera prima ancora che la mente se ne accorga, è il pensiero che si frammenta in mille direzioni, è il ritorno improvviso della notte dopo giorni di sole accecante.
Eppure, chi vive con il disturbo bipolare "non è la propria diagnosi". È una persona, prima di tutto. Con sogni, relazioni, aspirazioni, desideri di stabilità. Con una forza che spesso nemmeno sa di avere, perché convivere con il bipolare significa affrontare sé stessi ogni giorno, ricostruire il proprio equilibrio anche quando sembra impossibile, dare un nome a ciò che dentro urla senza chiedere il permesso.
La terapia aiuta. I farmaci aiutano. Ma ciò che aiuta più di tutto è uno sguardo che non giudica, uno spazio in cui non ci sia il peso dello stigma, in cui una diagnosi non diventi una condanna sociale. Perché il vero problema non è il disturbo in sé, ma la solitudine che spesso lo circonda.
Oggi non serve parlare di chi ha il disturbo bipolare. Serve ascoltare. Serve riconoscere. Serve smettere di chiedere "perché sei così?" e iniziare a chiedere "come posso esserci per te?".

C’è una parte della realtà che non dipende da noi. Le opinioni degli altri, il passato, il tempo che passa, il meteo, le...
29/03/2026

C’è una parte della realtà che non dipende da noi. Le opinioni degli altri, il passato, il tempo che passa, il meteo, le reazioni altrui, ciò che è già accaduto. Eppure consumiamo moltissima energia nel tentativo di modificarla.
L’impotenza fa paura. Per questo preferiamo lottare contro ciò che non possiamo cambiare, piuttosto che accettarne il limite. Ma accettare non significa approvare, né rassegnarsi. Significa riconoscere il confine tra ciò che è nostro e ciò che non lo è.

Quando continuiamo a combattere contro l’incontrollabile, il prezzo è l’ansia, la frustrazione, il senso di ingiustizia permanente. Quando invece riconosciamo il limite, liberiamo energia. Non per subire, ma per investirla dove ha davvero senso.

Non possiamo governare tutto ciò che accade. Possiamo però governare il modo in cui decidiamo di stare dentro ciò che accade. E questa distinzione, spesso, è ciò che restituisce equilibrio.

Quando parliamo di ansia, tendiamo a considerarla il nemico da eliminare. Un disturbo da gestire, un fastidio da ridurre...
28/03/2026

Quando parliamo di ansia, tendiamo a considerarla il nemico da eliminare. Un disturbo da gestire, un fastidio da ridurre, qualcosa che “non dovrebbe esserci”. E in parte è comprensibile: l’ansia è scomoda, a volte paralizzante.
Ma dal punto di vista psicologico, l’ansia raramente è il vero problema. È più spesso un segnale. Un campanello che indica che qualcosa, a un livello più profondo, sta cercando di mantenere un equilibrio. Dietro l’ansia c’è spesso un’organizzazione difensiva costruita nel tempo: modalità di controllo, bisogno di approvazione, paura del conflitto, timore di perdere legami o identità.

Il sintomo protegge. Anche quando fa soffrire, sta tentando di evitare un dolore percepito come ancora più grande. Per questo combatterlo frontalmente, senza comprenderne la funzione, rischia di diventare una lotta sterile.

Il lavoro non è spegnere l’ansia a ogni costo, ma chiedersi: da cosa mi sta difendendo? Quale equilibrio sta cercando di preservare? Quando iniziamo a leggere il sintomo come linguaggio e non solo come errore, l’ansia smette di essere un nemico assoluto e diventa una porta di accesso alla comprensione di sé.

MENTE ED EMOZIONI - RimpiantoIl rimpianto può essere qualcosa di molto seducente. Pensate al fatto che porta con sé un’a...
27/03/2026

MENTE ED EMOZIONI - Rimpianto

Il rimpianto può essere qualcosa di molto seducente. Pensate al fatto che porta con sé un’aura di possibilità rispetto a ciò che è successo; sembra addirittura che tutto si possa aggiustare. Ci illude perché sembra offrirci la possibilità di prendere una decisione diversa rispetto a prima o di riuscire a prevenire le nostre sfortune. È per questo che spesso ci si sente davvero a proprio agio nell’alimentarlo.

Nell’antico francese, il termine regrés significava dolori o delusioni ed entrò a far parte dell’uso comune nel 400, diventando regret, un termine che descriveva il lutto per la perdita di una persona o della propria posizione sociale. Anche il significato più antico del termine italiano rimpiangere indicava il ‘piangere un morto’.
La caratteristica, però, più distintiva del rimpianto consisteva nel fatto che esso era visto come una performance, un’esagerata manifestazione esterna del dolore. Il rimpianto veniva messo in pratica piuttosto rumorosamente durante le veglie funebri e nei funerali veri e propri.

Fu nel 500 che il termine rimpianto assunse il significato che gli diamo noi oggi: una forma languida di rimorso, di senso di colpa, un’angoscia tipica di chi torna col pensiero a un’azione che sarebbe stato meglio non compiere o a una cosa non fatta che sarebbe stato meglio forse attuare. Ed è proprio in quest’epoca che il rimpianto divenne un elemento dissuasivo usato frequentemente da genitori e preti come monito per indurre il pentimento.

Oggi il rimpianto è profondamente radicato in noi sotto forma di esperienza emotiva intima e personale. Secondo la psicologia, i rimpianti che proviamo sono quelli legati all’immagine che abbiamo di noi stessi. Se una persona si considera coraggiosa, rimpiangerà amaramente di non essersi fatta avanti in un momento cruciale. Non dimostrare, al momento giusto, quello che ci vantiamo di essere: coraggiosi, onesti, sinceri, ecc. Rappresenta una sconfitta ed è dolorosa, perché tocca quelle parti di noi stessi sulle quali facciamo più affidamento per difenderci da un fallimento o da una critica ricevuta in passato, magari da un genitore o un insegnante. Il rimpianto si intreccia al modo in cui possiamo perdere quei ruoli sociali che ci caratterizzano o che abbiamo stabilito per noi stessi.

Il rimpianto oggi viene visto come qualcosa di inutile perché può impedire il faticoso processo del fare ammenda. Tuttavia, questo non implica che il rimpianto non possa avere una sua caratteristica positiva: ci permette infatti anche di imparare dai nostri errori, ma soprattutto di soffermarci a capire perché rimpiangiamo alcuni nostri errori e creare in noi un buon senso di autocritica.

Il rimpianto può anche aiutarci a scoprire una parte di noi più flessibile e resistente. Ma soprattutto, prendere coscienza che stiamo rimpiangendo una decisione mancata ci consente di capire che è una certa ambivalenza ci accompagna per tutta la vita. Forse ci abitueremo a convivere con i nostri rimpianti, impareremo qualcosa grazie ad essi. Il rimpianto ci fa eccitare, ci tormenta, ma ci permette anche di immaginare un finale diverso per una determinata situazione, alimentando le nostre speranze nel futuro.

BIBLIOGRAFIA
Watt Smith T., Atlante delle emozioni umane, 2017, GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.

© Dott. Pasquale Saviano
Psicologo – Psicoterapeuta

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