06/01/2026
La Befana è strenna, e il carbone è vita.
La Befana non nasce come figura stanca che chiude le feste, ma come presenza di rinascita, portatrice di doni propiziatori, augurio di continuità, serenità e benessere. È una figura antica, legata al tempo che muore e a quello che si prepara a rinascere, a ciò che si consegna e a ciò che resta.
Nell’antica Roma, alle celebrazioni del Solis Invictus seguivano i Sigillaria, giorni dedicati soprattutto ai bambini, durante i quali venivano donate piccole statuette chiamate sigilla.
Erano spesso realizzate in pasta dolce e raffiguravano animali, bambole, forme semplici. Non erano solo giochi, ma segni: piccoli presagi benevoli, simboli di protezione e di vita che continua il suo corso.
Alla Befana, però, è da sempre associato anche il carbone. Un simbolo che oggi leggiamo in modo riduttivo, ma che in origine portava con sé un significato potente.
Tra Natale e la Befana si accendevano grandi ceppi destinati a bruciare lentamente per dodici notti, fino alla dodicesima notte, quella della Befana. Non un fuoco impetuoso, ma paziente, capace di trasformarsi senza distruggere. La fiamma veloce produce cenere, il fuoco lento genera carbone. Ed è quel carbone che veniva raccolto come elemento augurale, da conservare, da usare per riaccendere la vita.
Il carbone è materia trasformata, non annientata. È ciò che resta quando il passaggio è avvenuto con rispetto dei tempi. È una metafora profonda del divenire: di una trasformazione che non cancella, ma custodisce; che non consuma, ma concentra forza. Un processo antidistruttivo, aperto alla rinascita, capace di portare calore a lungo.
E forse, oggi più che mai, di questo carbone — silenzioso, resistente, rivoluzionario — sentiamo un bisogno urgente. Di trasformazioni meno spettacolari e più vere. Di passaggi che non bruciano tutto, ma lasciano qualcosa di vivo da cui ripartire.
Con amore e presenza ✨️❤️🪽
Roberta
🖼 Art by Anne Yvonne Gilbert