Dottoressa Stefania Veneto Psicologa clinica Gavardo - Brescia

Dottoressa Stefania Veneto Psicologa clinica Gavardo - Brescia Consulenza clinica e trattamento del disagio psicologico in ottica PNEI. Svolgo regolarmente anche servizi online.

Aree di intervento:ansia,depressione,stress,gestione della rabbia,crisi personali,dipendenze,isolamento sociale,difficoltà di concentrazione nello studio e nel lavoro,genitorialità. Sono una Psicologa clinica con formazione specialistica in PNEI (Psico-neuro-endocrino-immunologia), un approccio integrato che mi permette di considerare la persona nella sua totalità, comprendendo le connessioni prof

onde tra mente, sistema nervoso, sistema endocrino e sistema immunitario. Svolgo da diversi anni la mia attività professionale a Gavardo (Bs), all'interno del Centro clinico Riabilita, un punto di riferimento in Val Sabbia per il recupero e il benessere della persona a 360 gradi.

17/05/2026

𝐌𝐀 𝐋𝐀 𝐏𝐀𝐂𝐄 (𝐈𝐍𝐓𝐄𝐑𝐈𝐎𝐑𝐄) 𝐂𝐇𝐄 𝐂𝐎𝐒'𝐄'...

La pace non è assenza di conflitto. Questa è la prima, radicale correzione che la psicologia del profondo ci chiede di fare.

Confondere la pace con il silenzio interiore, con la scomparsa della tensione, con un'esistenza finalmente priva di attrito, è uno degli equivoci più costosi della vita psichica.
Chi insegue quella pace, insegue un'anestesia. E l'anestesia, prima o poi, fa smettere di funzionare.

La pace vera ha una dimensione diversa. È qualcosa che si abita, non qualcosa che si raggiunge. Non è una destinazione ma un atteggiamento dell'anima, quella capacità rara di restare in relazione con la propria vita, anche quando la vita fa male.

Carl Gustav Jung la chiamava 𝒊𝒏𝒅𝒊𝒗𝒊𝒅𝒖𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆, quel processo per cui una persona cessa di essere in guerra con se stessa, non perché abbia sconfitto le sue parti oscure, ma perché ha imparato a contenerle, a dialogare con esse, a riconoscerle come proprie. L'Ombra non scompare. Si integra. E nell'integrazione c'è qualcosa che assomiglia alla pace.

Il paradosso della pace è che richiede 𝒎𝒐𝒗𝒊𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐.
Winnicott, parlando dello spazio transizionale, ci ha insegnato che il bambino trova quiete non nell'immobilità, ma nel gioco, in quello spazio creativo tra sé e il mondo dove è possibile esistere senza doversi difendere. Quella stessa qualità di presenza, morbida, curiosa, non reattiva, è ciò che gli adulti cercano quando cercano pace. Non il vuoto, ma la pienezza di un momento in cui non c'è nulla da combattere.

La pace ha anche una dimensione intersoggettiva, che la psicologia relazionale ha restituito alla sua giusta centralità. Non siamo isole. La nostra regolazione emotiva si costruisce nell'incontro, fin dai primissimi mesi di vita. Il bambino che ha trovato pace, quella che Bowlby chiamava 𝒃𝒂𝒔𝒆 𝒔𝒊𝒄𝒖𝒓𝒂, non è il bambino che non ha mai pianto. È il bambino che, avendo pianto, è stato accolto abbastanza volte da poter credere che il mondo non lo distruggerà.

Quella fiducia primaria, in sé, negli altri, nel fatto che le cose possano andare bene, è il fondamento neurologico e affettivo di ogni pace duratura.

Eppure la pace, nei suoi vertici più alti, tocca qualcosa che va oltre la psicologia individuale.
Viktor Frankl, sopravvissuto ai lager nazisti, ci ha lasciato una testimonianza estrema: persino in condizioni di distruzione totale, qualcosa nell'essere umano può scegliere il proprio atteggiamento. Non la situazione. Non il dolore. Ma il modo in cui ci si pone di fronte ad essi. Quella libertà interna, fragile, custodita a caro prezzo, è forse la forma più alta di pace che un essere umano possa raggiungere.
Non nonostante la sofferenza, ma attraverso di essa.

La pace, allora, è 𝒖𝒏𝒐 𝒔𝒕𝒂𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒓𝒊𝒄𝒐𝒏𝒄𝒊𝒍𝒊𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆.
Con il passato che non si può cambiare. Con i limiti che definiscono la propria esistenza. Con l'Altro che non sarà mai esattamente ciò che si desiderava. Con se stessi, quella persona imperfetta, contraddittoria, capace di male e di bene, che si è scelti o meno di abitare con onestà.

Non è rassegnazione. È qualcosa di molto più attivo: è il coraggio di smettere di essere in guerra con la realtà.

In fondo, la pace non si trova. Si costruisce. Ogni giorno, ogni volta che scegliamo la presenza invece della fuga, il dialogo invece della difesa, la verità invece del conforto facile.
𝑬̀ 𝒖𝒏 𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒐. 𝑰𝒍 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒊𝒎𝒑𝒐𝒓𝒕𝒂𝒏𝒕𝒆.

𝐀𝐛𝐛𝐢𝐧𝐞 𝐜𝐮𝐫𝐚.

𝐏𝐒𝐈𝐂𝐎𝐃𝐈𝐍𝐀𝐌𝐈𝐂𝐀 𝐃𝐄𝐋 𝐏𝐄𝐓𝐓𝐄𝐆𝐎𝐋𝐄𝐙𝐙𝐎 𝐄 𝐅𝐔𝐍𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐒𝐎𝐂𝐈𝐀𝐋𝐄 Il pettegolezzo è antico quanto il linguaggio. Prima ancora che esiste...
16/05/2026

𝐏𝐒𝐈𝐂𝐎𝐃𝐈𝐍𝐀𝐌𝐈𝐂𝐀 𝐃𝐄𝐋 𝐏𝐄𝐓𝐓𝐄𝐆𝐎𝐋𝐄𝐙𝐙𝐎 𝐄 𝐅𝐔𝐍𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐒𝐎𝐂𝐈𝐀𝐋𝐄

Il pettegolezzo è antico quanto il linguaggio. Prima ancora che esistessero le piazze, esistevano i fuochi attorno a cui i gruppi umani si riunivano e con essi, le voci. Sarebbe riduttivo, quindi, liquidarlo come semplice maldicenza o vizio morale.

Il pettegolezzo è un fenomeno complesso, radicato nella struttura psichica dell'individuo e nelle dinamiche profonde del gruppo sociale.

Dal punto di vista psicodinamico, chi è avvezzo al pettegolezzo non sta semplicemente parlando di qualcun altro:sta parlando di sè attraverso un linguaggio indiretto, mediato, socialmente accettabile!

Il chiacchiericcio sull'Altro è una forma sofisticata di evitamento: permette di scaricare tensioni interne senza doverle riconoscere, di elaborare emozioni difficili, come invidia, paura, inadeguatezza, senza mai nominarle direttamente.

È in questo senso una regolazione emotiva primitiva ma efficace.

Non è un caso che il pettegolezzo proliferi nei momenti di maggiore insicurezza collettiva o personale. Là dove mancano risorse interne per tollerare l'incertezza, cresce il bisogno di controllare la realtà attraverso la narrazione e la narrazione sull'Altro offre questa illusione di controllo.

Sul piano sociale, il pettegolezzo svolge una funzione che l'antropologia conosce bene: crea coesione. Il gruppo si compatta attorno a un giudizio condiviso, si riconosce in un'identità comune definita per opposizione. Ma questa coesione è fragile, perché si regge su un capro espiatorio e quando il bersaglio cambia, cambiano anche le alleanze.

Comprendere il pettegolezzo non significa giustificarlo. Significa guardarlo per quello che è: un sintomo, non un carattere. Il sintomo di una (non) identità che fatica a stare con se stessa, di un gruppo che non sa costruire appartenenza senza esclusione, di relazioni che scelgono la superficie perché la profondità spaventa.

𝐋𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐬𝐞 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐡𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐢𝐧𝐯𝐨𝐥𝐭𝐞


Si attribuisce agli altri ciò che non si tollera in sè.
"Quella è una cattiva madre" dice spesso chi teme di esserlo.


Ci si mostra scandalizzati da ciò che si desidera segretamente.


Il piacere del gossip viene mascherato da premura morale.
"Lo dico per il bene suo."

❗I bisogni sottostanti❗
⚡Identità fragile
Si definisce per contrasto con l'Altro
⚡Invidia non elaborata
Si sminuisce ciò che non si può avere.
⚡Bisogno di appartenenza e paura della solitudine
Il gruppo si crea attorno al nemico comune.
⚡Senso di controllo
Sapere è potere, anche se distorto

Ma che fare allora?Restiamo o andiamo, attacchiamo o fuggiamo?

No!La vera difesa non consiste nel costruire muri:la vera difesa è diventare così radicati in se stessi da non aver bisogno del giudizio altrui per sapere chi si è!

E tu lo sai?! Resta una grande virtù!

𝗜 𝗕𝗘𝗡𝗘𝗙𝗜𝗖𝗜 𝗗𝗜 𝗨𝗡 𝗣𝗘𝗥𝗖𝗢𝗥𝗦𝗢 𝗧𝗘𝗥𝗔𝗣𝗘𝗨𝗧𝗜𝗖𝗢 𝗢𝗡𝗟𝗜𝗡𝗘𝗔𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝘀𝗲𝗴𝘂𝗶𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼 𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗲𝘂𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗼𝗻𝗹𝗶𝗻𝗲:🩸 elimina la...
05/05/2026

𝗜 𝗕𝗘𝗡𝗘𝗙𝗜𝗖𝗜 𝗗𝗜 𝗨𝗡 𝗣𝗘𝗥𝗖𝗢𝗥𝗦𝗢 𝗧𝗘𝗥𝗔𝗣𝗘𝗨𝗧𝗜𝗖𝗢 𝗢𝗡𝗟𝗜𝗡𝗘

𝗔𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝘀𝗲𝗴𝘂𝗶𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼 𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗲𝘂𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗼𝗻𝗹𝗶𝗻𝗲:

🩸 elimina la barriera logistica...spesso la prima causa di abbandono di un percorso terapeutico

🩸 consente di scegliere il professionista in base alla competenza, non alla prossimità geografica

🩸 l'ambiente familiare riduce l'ansia da setting e favorisce una maggiore apertura, in particolare nelle fasi iniziali.

🩸 garantisce continuità anche in periodi di forte stress lavorativo o personale, proprio quando interrompere sarebbe più dannoso

🩸abbassa la soglia d'ingresso: molte persone iniziano un percorso online che avrebbero continuato a rimandare in presenza.

Qual è la tua esperienza? Raccontamelo nei commenti! 👇

Esiste in noi una stanza senza finestre sul mondo, non buia, ma raccolta. Come quelle ore piccole della notte in cui fin...
26/04/2026

Esiste in noi una stanza senza finestre sul mondo, non buia, ma raccolta. Come quelle ore piccole della notte in cui finalmente si sente il proprio respiro e ci si ricorda, con una certa meraviglia, di essere ancora vivi...

Fuori, intanto, le lingue lavorano senza sosta. C'è chi costruisce la propria identità mattone dopo mattone sul nome degli altri...chi è, cosa ha fatto, cosa si mormora...È un edificio antico questo, e fragile: regge solo finché c'è qualcuno disposto ad ascoltare. Le parole su chi è assente sono sempre le più coraggiose. E sempre le più codarde.

Ma l'integrità non abita nei corridoi dove si chiacchiera. Abita nel punto esatto in cui una persona smette di recitare e, nel segreto di se stessa, si siede. Lì, in quella seduta silenziosa, affiorano le cose che contano davvero: le ferite che non abbiamo mostrato a nessuno, i desideri che abbiamo imparato a non nominare, la tenerezza che avremmo voluto ricevere e che forse, senza accorgercene, stavamo aspettando ancora.

L'inconscio non giudica. Conserva.
Tiene tutto con la pazienza di chi sa che prima o poi tornerai... e quando torni non ti chiede dove sei stato.

Ti accoglie nel punto esatto in cui ti eri fermato.

Il silenzio non è il contrario della Vita.

Il silenzio è il suo centro di gravità, quel luogo da cui ogni cosa autentica comincia, lontano dal rumore di chi ha bisogno di parlare per sentirsi esistere.

E io non ho bisogno di rumore per esistere. E tu?!

Chi ama questa professione non si stanca mai di assistere al miracolo di una persona che, pezzo dopo pezzo, ritrova se s...
22/04/2026

Chi ama questa professione non si stanca mai di assistere al miracolo di una persona che, pezzo dopo pezzo, ritrova se stessa e ricomincia a fiorire: il miracolo della Vita.

Un portale interamente dedicato alla psicologia. Trova sostegno e appoggio nella prima guida in Italia che riunisce gli specialisti, con i quali ti potrai metterti in contatto per richiedere consulenza, appuntamento e supporto.

https://www.facebook.com/share/p/14ZPavgWvRc/
07/04/2026

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Il 7 aprile si celebra la Giornata Mondiale della Salute, promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità, un appuntamento che richiama l’attenzione dell’opinione pubblica sull’importanza di politiche e pratiche orientate alla tutela del benessere delle persone e delle comunità.

Il tema scelto per il 2026, “Together for health. Stand with science”, pone al centro il valore della scienza e della cooperazione internazionale come strumenti fondamentali per affrontare le sfide sanitarie contemporanee. In questa prospettiva, l’approccio One Health evidenzia l’interconnessione tra la salute umana, animale e ambientale, richiedendo interventi integrati e multidisciplinari.

Da un punto di vista psicologico, la salute non può essere disgiunta dai contesti relazionali, culturali e sociali in cui le persone vivono. Le evidenze scientifiche mostrano come fattori quali lo stress, l’isolamento, le disuguaglianze e l’accesso ai servizi incidano profondamente sul benessere complessivo, influenzando sia la salute mentale sia quella fisica.

Promuovere la salute significa quindi investire in prevenzione, rafforzare i sistemi di cura e garantire interventi fondati su basi scientifiche solide, capaci di integrare dimensioni diverse dell’esperienza umana. In questo quadro, la psicologia contribuisce in modo determinante alla costruzione di percorsi di salute che tengano conto della complessità dei bisogni individuali e collettivi.

Il contributo delle psicologhe e degli psicologi si colloca proprio in questa intersezione: sostenere processi di promozione del benessere, favorire l’adozione di comportamenti salutari, intervenire precocemente nei contesti di vulnerabilità e tradurre le evidenze scientifiche in pratiche efficaci, accessibili e orientate alla qualità della vita delle persone.

"𝐍𝐚𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚. 𝐄̀ 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐢𝐧𝐚𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐧𝐚𝐭𝐢."𝐏𝐚𝐛𝐥𝐨 𝐍𝐞𝐫𝐮𝐝𝐚 La   non parla solo di un sepolcro vuoto. Parla di qua...
04/04/2026

"𝐍𝐚𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚. 𝐄̀ 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐢𝐧𝐚𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐧𝐚𝐭𝐢."
𝐏𝐚𝐛𝐥𝐨 𝐍𝐞𝐫𝐮𝐝𝐚

La non parla solo di un sepolcro vuoto. Parla di qualcosa che accade dentro, nel posto più buio e più vero di noi.

In chiave psicodinamica nascere è solo l'inizio biologico. Ma l'esistenza psichica vera inizia ogni volta che scegliamo di guardare ciò che abbiamo sepolto: le ferite che abbiamo coperto di pietra, le parti di noi che abbiamo dichiarato morte per sopravvivere, i dolori che non abbiamo avuto il permesso di attraversare.
lo chiamava ritorno del rimosso. lo chiamava individuazione. La tradizione pasquale lo chiama resurrezione. Linguaggi diversi per lo stesso movimento dell'anima: discendere nel buio per poter risalire trasformati.

non è dimenticare chi si era. È integrare, il bambino ferito e l'adulto che ce la fa, la caduta e la ripresa, il venerdì e la domenica. La psiche, come il seme evangelico, non si trasforma senza prima dissolversi.

Pasqua, allora, può diventare un'occasione simbolica potente: non una festa del passato, ma una domanda rivolta al presente. Cosa in me è rimasto nel sepolcro troppo a lungo? Quale parte di me è pronta, finalmente, a rotolare via il masso?

Nascere non basta e la vita, con la sua insistenza a spezzarci e ricomporci, sembra saperlo benissimo.

"È per rinascere che siamo nati" non è una promessa religiosa né una metafora poetica. È una descrizione fedele del lavoro psichico più profondo che esista: diventare, lentamente, più autenticamente se stessi.

Auguri!

❗❗⁉️ 𝟐 𝐀𝐏𝐑𝐈𝐋𝐄"𝐆𝐈𝐎𝐑𝐍𝐀𝐓𝐀 𝐌𝐎𝐍𝐃𝐈𝐀𝐋𝐄 𝐒𝐔𝐋𝐋𝐀 𝐂𝐎𝐍𝐒𝐀𝐏𝐄𝐕𝐎𝐋𝐄𝐙𝐙𝐀 𝐃𝐄𝐋𝐋'𝐀𝐔𝐓𝐈𝐒𝐌𝐎"! ❗❗⁉️🗣️🫧𝐑𝐢𝐧𝐜𝐡𝐢𝐮𝐬𝐢 𝐞 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢: 𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐞 "𝐚𝐮...
02/04/2026

❗❗⁉️ 𝟐 𝐀𝐏𝐑𝐈𝐋𝐄
"𝐆𝐈𝐎𝐑𝐍𝐀𝐓𝐀 𝐌𝐎𝐍𝐃𝐈𝐀𝐋𝐄 𝐒𝐔𝐋𝐋𝐀 𝐂𝐎𝐍𝐒𝐀𝐏𝐄𝐕𝐎𝐋𝐄𝐙𝐙𝐀 𝐃𝐄𝐋𝐋'𝐀𝐔𝐓𝐈𝐒𝐌𝐎"! ❗❗⁉️

🗣️🫧𝐑𝐢𝐧𝐜𝐡𝐢𝐮𝐬𝐢 𝐞 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢: 𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐞 "𝐚𝐮𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞" 𝐝𝐞𝐥𝐥'𝐚𝐮𝐭𝐢𝐬𝐦𝐨
🗣️🫧

Voglio raccontarvi una giornata scolastica tipo. Non quella descritta nei piani educativi individualizzati, non quella dei lavoretti fatti dall'insegnante al posto di un bambino, purché non si parli di esclusione....ma di una giornata tipo tipo, proprio!

Un bambino autistico arriva a scuola alle otto. Viene accompagnato, spesso con fatica, perché lui già sa cosa lo aspetta, in un'auletta separata dal resto della scuola. Una stanza piccola, spesso mal illuminata, con finestre inaccessibili. Lì trascorrerà le successive otto ore. Lì, e solo lì.

Nessun giardino. Nessuna pausa all'aperto. Nessun contatto reale con i compagni.

Solo quattro mura, un insegnante disperato e un tablet acceso!

𝐈𝐥 𝐭𝐚𝐛𝐥𝐞𝐭 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚

Il tablet è diventato il simbolo più onesto del fallimento educativo nei confronti dei bambini autistici e più vivaci!Non perché la tecnologia sia inutile...usata bene, può essere uno strumento prezioso. Ma nelle aulette di cui parlo il tablet non è uno strumento. È una soluzione. È la risposta di un adulto che non sa cos'altro fare.
Metti il bambino davanti a uno schermo...lui si calma, la mattina passa. Nessuna crisi, nessun incidente, nessuna telefonata ai genitori. Missione compiuta!

Dal punto di vista psicologico, quello che stiamo descrivendo è un condizionamento. Il bambino impara che l'unico modo per ottenere qualcosa di piacevole in quell'ambiente ostile è restare passivo. Non comunicare. Non chiedere. Non esistere troppo. La Scuola, che dovrebbe essere il luogo in cui si costruisce la dimensione di sé, diventa il luogo in cui si impara a spegnersi.

𝐀 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐝𝐢𝐫𝐞

Molti di questi bambini passano ore anche sul pavimento. Non perché qualcuno abbia deciso che il pavimento sia la posizione più adeguata per loro. Ma perché nessuno sa come aiutarli a stare altrove.
Quando un bambino autistico si butta a terra sta comunicando qualcosa. Sta dicendo che è sopraffatto, che l'ambiente è insostenibile, che il suo sistema nervoso ha raggiunto il limite. È un messaggio. Chiarissimo, per chi ha gli strumenti per leggerlo.

E così quello che viene chiamato "gestione del comportamento" è, nella maggior parte dei casi, la sistematica incomprensione di un bambino che chiede aiuto nel solo modo che conosce!

𝐌𝐚𝐢 𝐮𝐧'𝐨𝐫𝐚 𝐚𝐥𝐥'𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐚𝐩𝐞𝐫𝐭𝐚

Questa è forse la cosa che mi colpisce di più, professionalmente e umanamente. Bambini che trascorrono 6/8 ore dentro quattro muri senza mai mettere piede in giardino. Senza mai correre, senza sentire il sole, senza avere quello spazio di decompressione fisica che per un bambino con un sistema nervoso iperaroused non è un lusso: è una necessità terapeutica.

Sappiamo dalla letteratura scientifica che il movimento, l'esposizione all'ambiente naturale, le pause strutturate all'aperto riducono significativamente i comportamenti problematici nei bambini autistici e migliorano la loro capacità di apprendimento e regolazione emotiva. Non è una teoria. È evidenza consolidata.
Eppure quei bambini restano dentro. Perché portarli fuori è complicato. Perché potrebbero fare qualcosa di imprevedibile. Perché l'insegnante non se la sente. Perché è più semplice tenerli al sicuro, al sicuro per chi, viene da chiedersi, tra quelle quattro mura!

La privazione del movimento e dello spazio aperto per un bambino autistico non è una mancanza organizzativa. È una forma di violenza istituzionale silenziosa, socialmente accettata e sistematicamente ignorata.

Contenere non è educare. Reprimere non è insegnare.
Devo dirlo con la chiarezza che la mia professione mi impone: ciò che avviene in molte di quelle aulette non ha nulla a che fare con l'educazione.

Contenere significa impedire che il corpo si muova. Reprimere significa spegnere un comportamento senza capirne la funzione. Gestire significa sopravvivere alla giornata. Nessuna di queste azioni insegna qualcosa. Nessuna costruisce un'abilità. Nessuna rispetta la dignità di quel bambino.

Un bambino autistico che urla non è un bambino che fa i capricci. È un bambino che non ha altri strumenti per dire "sto male", "non capisco", "ho paura", "questo ambiente mi sta distruggendo". Rispondere a quell'urlo con la contenzione fisica, con il tono severo, con la punizione, non è educazione. È la dimostrazione concreta che l'adulto in quella stanza non ha capito nulla di ciò che ha davanti.

Come psicologa quello che mi preoccupa di più non è il singolo episodio. È l'accumulo. Sono mesi, anni di giornate identiche a quella descritta. Anni in cui un bambino impara, a livello profondo, corporeo, pre-verbale, che il mondo esterno è imprevedibile e ostile, che gli adulti non capiscono, che le sue richieste non vengono ascoltate, che la scuola è un luogo di sofferenza.

E la responsabilità è delle scuole. Scuole che non investono in supervisione professionale, dirigenti che non monitorano cosa accade in quelle aulette:un sistema che preferisce l'apparenza dell'inclusione:il bambino è iscritto, il bambino è presente, ogni tanto ce l'ha qualche compagnetto che si ferma con lui nell'auletta,non temete!!! Quante storie....!

E nel mezzo di questa catena... un bambino! Sul pavimento. Con un tablet in mano. In attesa che le sei ore finiscano.

Non possiamo continuare a chiamare "inclusione" ciò che è, nei fatti, reclusione. Non possiamo continuare a chiamare "sostegno" ciò che è, nei fatti, contenimento. E non possiamo continuare ad accendere luci blu sulle nostre città mentre lasciamo quei bambini nell'ombra di un'auletta.

❗❗⁉️ 𝐄̀ 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐞𝐥𝐞𝐛𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐢𝐧𝐜𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞!!!! ❗⁉️❗

PERCHÉ LA GUERRA OGGIhttps://www.facebook.com/share/1BDP8tQr67/
26/03/2026

PERCHÉ LA GUERRA OGGI

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Perché la guerra oggi
Interrogarsi sulla guerra oggi è difficile, in quanto tutto diventa sempre più concreto ed il pensiero fatica a rappresentarsi. Sigmund Freud aveva detto che l’aggressività non si elimina, non si estirpa, si sposta, si traveste ma resta. La civiltà può tentare di contenerla, farla rientrare nei legami, ma questo lavoro non è mai acquisito una volta per tutte. Lo spazio intermedio si è fatto più sottile, più fragile. La pulsione di morte, così come Freud la pensava, non arriva contro la vita: l’attraversa, la disfa, non trova nulla che la trattenga. La guerra non appare più come un evento straordinario, ma come una possibilità sempre attiva quando il lavoro simbolico cede. La psicoanalisi, quando si avvicina al sociale, a volte inciampa: non può spiegare il mondo, ma individua il punto in cui nell’interno non regge più la separazione dall’esterno. Quando ciò che era solo fantasia trova una conferma fuori, quando ciò che si temeva o si desiderava prende corpo, qualcosa si rompe. Nel lavoro clinico con il trauma si vede che, se la realtà non viene riconosciuta come tale, se non viene ricostruita, distinta, restituita, allora o viene assorbita nella fantasia o schiaccia tutto. In entrambi i casi il pensiero si riduce, si irrigidisce oppure si spegne. Melanie Klein sostiene che, quando la posizione depressiva non tiene, il mondo si divide. L’altro non può essere contemporaneamente necessario e perturbante: diventa soltanto cattivo. E se è cattivo deve essere eliminato. Ma quello che non si regge non è l’altro, è il dolore. Il dolore di dipendere, di perdere, di aver distrutto qualcosa che si amava. Allora tutto viene proiettato all’esterno. La guerra, da questo punto di vista, non è solo attacco: è un modo per non sentire. Franco Fornari lo scrive con chiarezza: dove non si può piangere, si distrugge. Il lutto che non trova parola diventa azione. E quando il trauma non viene simbolizzato, non passa, non si deposita: resta attivo, cerca una via, si organizza. Non serve nemmeno nominarlo: agisce lo stesso. Donald Winnicott pensa che le grandi parole — libertà, ideali, difesa — tengono fino a un certo punto. Sotto si muove altro: sopravvivere, non essere annientati, avere potere. E soprattutto c’è il modo in cui questo diventa possibile psichicamente. Quello che non si può tollerare in sé si vede nell’altro, l’altro diventa davvero il male. La libertà, scrive Winnicott, non è solo un bene, è fatica, responsabilità. Allora, paradossalmente, essere comandati può dare sollievo: un altro decide, indica cosa fare. Ciò porta sollievo ma impoverisce il lavoro interno. E la guerra, in questo senso, non solo organizza la distruttività: la rende sostenibile. E questo accade anche nei gruppi, nei legami, nei corpi. Le micro-guerre, ad esempio, dei gruppi giovanili lo mostrano: la violenza non è solo scarica ma eccitazione condivisa. Il gruppo si unisce attorno a una scena — qualcuno esposto, qualcuno colpito — e circola qualcosa che non è solo odio ma Eros che ha cambiato direzione. Il piacere scivola verso il limite, in cui ogni altro scompare: l’aggressività produce una pericolosa saldatura. Wilfred Bion lo scrive: quando il gruppo non pensa, si affida. Ha bisogno di qualcuno che semplifichi, che dica, che indichi un nemico: non si pensa, si agisce. Hanna Segal scriveva che la guerra attacca la capacità di rappresentare: il linguaggio si restringe, si irrigidisce, ci sono solo parole d’ordine. Quando cade il simbolo resta solo l’azione. La guerra non cambia solo forma: non è più un evento, non comincia, non finisce, esiste e diventa assuefazione. Forse è questo il punto più determinante: la guerra non vince quando distrugge, vince quando non scandalizza più, quando non produce domande o proteste. La distruttività non ha bisogno di esplodere, si muove in continuità, come se non ci fossero ostacoli, come se fosse ormai l’unico stato possibile: solo azione. Si indebolisce la capacità di pensare: il pensiero scivola dall’agito all’anestesia senza trasformazioni, la guerra non è solo fuori ma diventa parte della vita. Non c’è più possibilità di vivere il lutto e quindi di attivare processi riparativi. Ma la cosa più inquietante è che diventa normale. Il lavoro psicoanalitico, forse, non serve a spiegare la guerra. Serve a non lasciarla diventare ovvia, a mantenere aperto uno scarto, a custodire uno spazio intermedio in cui il conflitto possa ancora essere pensato e non soltanto agito. È in questo margine fragile — clinico, etico e istituzionale — che si gioca ancora la possibilità di sottrarre la distruttività alla sua deriva anonima e restituirla al lavoro della mente.
da Prolegomeni alla psicoanalisi
Matteo De Simone psichiatria psicoanalista didatta Associazione Italiana di Psicoanalisi AIPsi/I.P.A docente Istituto di Formazione AIPsi docente ASNEA socio onorario ASSIA (associazione siciliana per lo studio dell'infanzia e dell'adolescenza)

𝐈𝐥 𝐁𝐮𝐥𝐥𝐨 𝐚𝐝𝐮𝐥𝐭𝐨: 𝐚𝐧𝐚𝐭𝐨𝐦𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧'𝐨𝐦𝐛𝐫𝐚!𝑳𝒂 𝒃𝒖𝒈𝒊𝒂 𝒄𝒐𝒏𝒇𝒐𝒓𝒕𝒂𝒏𝒕𝒆--------------------------------Crediamo che il bullismo appar...
19/03/2026

𝐈𝐥 𝐁𝐮𝐥𝐥𝐨 𝐚𝐝𝐮𝐥𝐭𝐨: 𝐚𝐧𝐚𝐭𝐨𝐦𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧'𝐨𝐦𝐛𝐫𝐚!

𝑳𝒂 𝒃𝒖𝒈𝒊𝒂 𝒄𝒐𝒏𝒇𝒐𝒓𝒕𝒂𝒏𝒕𝒆
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Crediamo che il bullismo appartenga all'adolescenza. È una bugia rassicurante. Il bullo adulto non scompare...si evolve! Impara il linguaggio della civiltà, impara a sorridere nei momenti giusti. Diventa più sofisticato, più invisibile e per questo molto più pericoloso.

Non spinge contro un muro: ti costruisce intorno un muro invisibile, fatto di sguardi, silenzi e parole dette agli altri alle tue spalle.

𝑳𝒂 𝒇𝒆𝒓𝒊𝒕𝒂 𝒂𝒍 𝒄𝒆𝒏𝒕𝒓𝒐
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Sotto la superficie aggressiva esiste quasi sempre una struttura psicologica fragile, costruita come una fortezza intorno a una ferita antica. Il nucleo è un'autostima profondamente instabile:non l'arroganza di chi si sente davvero forte, ma la fragilità di chi ha bisogno di sentirsi superiore per non precipitare nel terrore di essere inferiore!

Il bullo adulto non domina perché è potente. Domina perché ha una paura viscerale di non esserlo!

Jung chiamava Ombra quella parte della psiche che non vogliamo riconoscere in noi stessi. Il bullo adulto proietta la propria Ombra sugli altri: attacca nell'Altro ciò che non riesce a tollerare di sé. Umilia chi mostra vulnerabilità perché la vulnerabilità è il suo terrore segreto. Sminuisce i successi altrui perché non regge il confronto! Controlla chi gli sta vicino perché il caos interno che abita lo terrorizza!

𝑳𝒂 𝑴𝒂𝒔𝒄𝒉𝒆𝒓𝒂
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Il bullo adulto sa regolare la propria aggressività in base al pubblico. Sa quando può permettersi di colpire e quando è necessario mantenere la facciata.
La struttura è sempre la stessa: un volto per il pubblico, un altro per le vittime!

Molti bulli adulti non sanno di esserlo. Si raccontano come incompresi, circondati da persone deboli o invidiose. È questa cecità parziale che rende il cambiamento così difficile.

𝑰𝒍 𝒕𝒆𝒂𝒕𝒓𝒐 𝒅𝒆𝒍 𝑮𝒓𝒖𝒑𝒑𝒐
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Il gruppo è il suo habitat naturale. Quando entra in un nuovo contesto collettivo, il bullo adulto inizia immediatamente una mappatura sociale: chi è forte e chi è fragile, chi può diventare un alleato e chi una vittima. Lo fa per istinto, non per calcolo, è un riflesso plasmato da anni di sopravvivenza in ambienti dove il potere era la valuta principale, aihmè!

Opera attraverso tre movimenti...
Prima la seduzione selettiva: è brillante, generoso, affascinante con chi vuole conquistare, creando un senso di complicità esclusiva. Poi la costruzione del nemico: non un attacco diretto, troppo rischioso, ma un'erosione paziente! Una battuta, un dubbio seminato, un dettaglio condiviso nel momento sbagliato. Il gruppo arriva alla vittima quasi naturalmente, senza che nessuno possa indicare un singolo responsabile. Infine il controllo dell'atmosfera: diventa il regolatore emotivo della stanza, decidendo implicitamente chi può parlare, con che tono, su cosa. Il gruppo impara a regolarsi su di lui!

𝑰 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒍𝒊𝒄𝒊
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Nessun bullo adulto opera nel vuoto. I gregari entusiasti si allineano per paura o per bisogno di appartenenza. I silenziosi complici vedono, capiscono, e non dicono nulla, ma il silenzio non è neutro: è una forma di consenso che il bullo legge come permesso. I mediatori in malafede si propongono come arbitri ma proteggono lo status quo: minimizzano, patologizzano la vittima, chiedono a lei di adattarsi piuttosto che all'aggressore di fermarsi.

𝑳𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒕𝒊𝒎𝒂 𝒆 𝒊𝒍 𝒍𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒔𝒄𝒊𝒗𝒐𝒍𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐
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La scelta della vittima raramente è casuale. Vengono scelti spesso i genuinamente competenti ma non territoriali, chi esprime emozioni con autenticità, chi ha valori etici solidi in ambienti che li percepiscono come ingenuità. Paradossalmente, le vittime del bullismo adulto sono spesso persone di qualità, percepite come minaccia non per quello che fanno, ma per quello che sono!

Il danno si costruisce per accumulo. Ogni gesto preso singolarmente sembra trascurabile: una battuta, uno sguardo, un'esclusione. È il pattern, non il singolo episodio, a costituire la violenza. Il gaslighting fa il resto..."stai esagerando, era solo una battuta, sei troppo sensibile"...finché la vittima, nei casi piu'estremi, smette di fidarsi del proprio giudizio prima ancora di dubitare dell'aggressore.

𝑳𝒂 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒊𝒃𝒊𝒍𝒊𝒕𝒂̀ 𝒅𝒊 𝒄𝒂𝒎𝒃𝒊𝒂𝒓𝒆
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Il cambiamento è possibile, ma richiede condizioni rare: la rottura della negazione, un lavoro psicologico profondo sulla ferita sottostante, e soprattutto la responsabilità senza giustificazione. Non basta capire le origini del proprio comportamento, bisogna riparare il danno e scegliere, ogni giorno, di agire diversamente.
Non tutti ci riescono. Ma la possibilità esiste!

𝑹𝒊𝒄𝒐𝒏𝒐𝒔𝒄𝒆𝒓𝒆. 𝑵𝒐𝒎𝒊𝒏𝒂𝒓𝒆. 𝑹𝒂𝒅𝒊𝒄𝒂𝒓𝒔𝒊.
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La prima protezione è riconoscere il pattern. Quando una relazione ti lascia costantemente con la sensazione di essere sbagliato e inadeguato, vale la pena chiedersi a chi appartiene davvero quel giudizio.
Nominare è un atto di potere. Il gruppo che nomina ciò che vede smette di essere complice.
Ma la protezione più profonda è interna: ricostruire la fiducia nella propria percezione della realtà.

𝐈𝐥 𝐛𝐮𝐥𝐥𝐨 𝐚𝐝𝐮𝐥𝐭𝐨 𝐭𝐞𝐦𝐞, 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐜𝐨𝐬𝐚, 𝐜𝐡𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐥𝐮𝐢,𝐧𝐨𝐧 𝐢𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐚𝐠𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐯𝐨, 𝐦𝐚 𝐢𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐫𝐚𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨. 𝐂𝐡𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐯𝐚𝐥𝐨𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐨𝐭𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐥𝐨 𝐝𝐚𝐥𝐥'𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐮𝐢. 𝐄̀ 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐞𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐨 𝐝𝐢𝐬𝐚𝐫𝐦𝐚. 𝐍𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐳𝐚, 𝐦𝐚 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐧𝐪𝐮𝐢𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐬𝐚 𝐜𝐡𝐢 𝐞̀!

𝐒i𝐢 𝐭r𝐚n𝐪u𝐢l𝐥o a𝐥l𝐨r𝐚:𝐨m𝐛r𝐚 𝐬u o𝐦b𝐫a i𝐥 𝐛u𝐥l𝐞t𝐭o d𝐚 𝐬o𝐥o s𝐢 𝐝i𝐬i𝐧t𝐞g𝐫e𝐫à!

❗️❗️❗️ VINCE CHI VALE! ❗️❗️❗️

Fare un viaggio dentro se stessi: non è un banale slogan acchiappa click. Si tratta, piuttosto, di una profonda riflessi...
17/03/2026

Fare un viaggio dentro se stessi: non è un banale slogan acchiappa click. Si tratta, piuttosto, di una profonda riflessione sul significato autentico dell’esperienza di viaggio.
Durante il viaggio dentro se stessi si impara a fare i conti con i propri limiti e a conoscere i personali punti di forza. Si prende coscienza di ciò che siamo in maniera più precisa. Siamo costretti a guardarci dentro e ad andare incontro a ciò che credevamo di conoscere. Il viaggio in solitaria, inevitabilmente, ti mette di fronte a una domanda terribile: cosa ho imparato di me stesso/a?

Ogni problema trova origine dallo stato di confusione, di immaginazione automatica, di frammentazione, del mentire a se stessi, di sonno ed inconsapevolezza.
Il lavoro sull'autoconsapevolezza ti ributta a te stesso, a chi sei, a che cosa vuoi da te stesso e dalla tua vita, non da quella degli altri....
Chiedere aiuto soprattutto ad uno psicologo è cosa,mi rendo conto, difficile.Accettare però che qualcuno ti aiuti a penetrare il tuo mondo interiore e che possa darti una lettura nuova e diversa delle cose seppur non sia semplice è utile.

Il vero viaggio comincia quando abbassi le tue difese e dai spazio alle tue forze e alle tue fragilità.

Ci vuole pazienza, determinazione e coraggio. Senza questi tre elementi molli prima. Un percorso psicologico è un percorso spesso tortuoso, ma quando cominci a sentire di aver imboccato la tua strada, il viaggio si fa interessante...Pian piano ti si apre un nuovo mondo,a tratti affascinante,a tratti doloroso.Ricominci a prendere in mano la tua vita,cominci improvvisamente a dare un significato alle cose, alle vicende e inizi a vedere la tua realtà con occhi diversi.Respingere il dolore non ci aiuterà a crescere e a superarlo:il dolore occorre abbracciarlo e bruciarlo come fosse combustibile indispensabile per il nostro viaggio,questa volta nella Vita.

Quali sono gli indicatori di malessere che dovrebbero portarti a chiedere aiuto per vivere meglio la tua vita:

👉 ti senti spesso triste o in ansia, e questo ti limita nella vita di tutti i giorni

👉 sei insoddisfatto delle tue relazioni e del tuo lavoro.non riesci a farti rispettare dagli altri

👉ti senti travolto da sensazioni ed emozioni incontrollabili (paura, rabbia, angoscia, dolore)

👉ci sono eventi di vita passati che non riesci a lasciar andare

👉ti preoccupi troppo del futuro senza viverti il presente

👉 nonostante in apparenza vada tutto bene, senti di non essere felice

Indirizzo

Via Guido Franchi 15/23
Gavardo
25085

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 20:00
Martedì 08:00 - 20:00
Mercoledì 08:00 - 20:00
Giovedì 08:00 - 20:00
Venerdì 08:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 17:00
Domenica 09:00 - 20:00

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