17/05/2026
𝐌𝐀 𝐋𝐀 𝐏𝐀𝐂𝐄 (𝐈𝐍𝐓𝐄𝐑𝐈𝐎𝐑𝐄) 𝐂𝐇𝐄 𝐂𝐎𝐒'𝐄'...
La pace non è assenza di conflitto. Questa è la prima, radicale correzione che la psicologia del profondo ci chiede di fare.
Confondere la pace con il silenzio interiore, con la scomparsa della tensione, con un'esistenza finalmente priva di attrito, è uno degli equivoci più costosi della vita psichica.
Chi insegue quella pace, insegue un'anestesia. E l'anestesia, prima o poi, fa smettere di funzionare.
La pace vera ha una dimensione diversa. È qualcosa che si abita, non qualcosa che si raggiunge. Non è una destinazione ma un atteggiamento dell'anima, quella capacità rara di restare in relazione con la propria vita, anche quando la vita fa male.
Carl Gustav Jung la chiamava 𝒊𝒏𝒅𝒊𝒗𝒊𝒅𝒖𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆, quel processo per cui una persona cessa di essere in guerra con se stessa, non perché abbia sconfitto le sue parti oscure, ma perché ha imparato a contenerle, a dialogare con esse, a riconoscerle come proprie. L'Ombra non scompare. Si integra. E nell'integrazione c'è qualcosa che assomiglia alla pace.
Il paradosso della pace è che richiede 𝒎𝒐𝒗𝒊𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐.
Winnicott, parlando dello spazio transizionale, ci ha insegnato che il bambino trova quiete non nell'immobilità, ma nel gioco, in quello spazio creativo tra sé e il mondo dove è possibile esistere senza doversi difendere. Quella stessa qualità di presenza, morbida, curiosa, non reattiva, è ciò che gli adulti cercano quando cercano pace. Non il vuoto, ma la pienezza di un momento in cui non c'è nulla da combattere.
La pace ha anche una dimensione intersoggettiva, che la psicologia relazionale ha restituito alla sua giusta centralità. Non siamo isole. La nostra regolazione emotiva si costruisce nell'incontro, fin dai primissimi mesi di vita. Il bambino che ha trovato pace, quella che Bowlby chiamava 𝒃𝒂𝒔𝒆 𝒔𝒊𝒄𝒖𝒓𝒂, non è il bambino che non ha mai pianto. È il bambino che, avendo pianto, è stato accolto abbastanza volte da poter credere che il mondo non lo distruggerà.
Quella fiducia primaria, in sé, negli altri, nel fatto che le cose possano andare bene, è il fondamento neurologico e affettivo di ogni pace duratura.
Eppure la pace, nei suoi vertici più alti, tocca qualcosa che va oltre la psicologia individuale.
Viktor Frankl, sopravvissuto ai lager nazisti, ci ha lasciato una testimonianza estrema: persino in condizioni di distruzione totale, qualcosa nell'essere umano può scegliere il proprio atteggiamento. Non la situazione. Non il dolore. Ma il modo in cui ci si pone di fronte ad essi. Quella libertà interna, fragile, custodita a caro prezzo, è forse la forma più alta di pace che un essere umano possa raggiungere.
Non nonostante la sofferenza, ma attraverso di essa.
La pace, allora, è 𝒖𝒏𝒐 𝒔𝒕𝒂𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒓𝒊𝒄𝒐𝒏𝒄𝒊𝒍𝒊𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆.
Con il passato che non si può cambiare. Con i limiti che definiscono la propria esistenza. Con l'Altro che non sarà mai esattamente ciò che si desiderava. Con se stessi, quella persona imperfetta, contraddittoria, capace di male e di bene, che si è scelti o meno di abitare con onestà.
Non è rassegnazione. È qualcosa di molto più attivo: è il coraggio di smettere di essere in guerra con la realtà.
In fondo, la pace non si trova. Si costruisce. Ogni giorno, ogni volta che scegliamo la presenza invece della fuga, il dialogo invece della difesa, la verità invece del conforto facile.
𝑬̀ 𝒖𝒏 𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒐. 𝑰𝒍 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒊𝒎𝒑𝒐𝒓𝒕𝒂𝒏𝒕𝒆.
𝐀𝐛𝐛𝐢𝐧𝐞 𝐜𝐮𝐫𝐚.