18/01/2026
La comparsa, negli ultimi anni, di gruppi criminali formati da giovanissimi, spesso pre-adolescenti o primi adolescenti, non è un’anomalia improvvisa ma il risultato coerente di più trasformazioni sociali che si sono sovrapposte. Questi ragazzi non sono criminali nel senso del termine per scelta ideologica o per vocazione, ma perché anticipano comportamenti che un tempo arrivavano più tardi. L’adolescenza si è accorciata: i bambini entrano prima in dinamiche di identità, competizione, dominio e visibilità, senza avere però maturità emotiva o freni interiori. I social media giocano un ruolo decisivo: mostrano modelli di successo fondati su forza, denaro rapido e paura incussa agli altri, e allo stesso tempo offrono palcoscenici in cui la violenza diventa reputazione. Il gruppo nasce come risposta a una fragilità individuale: stare insieme dà protezione, identità, status, e soprattutto annulla la responsabilità personale, che viene diluita nel branco.
A differenza delle bande spontanee del passato, questi gruppi imitano gli adulti perché vivono già in un mondo adulto: conoscono linguaggi, simboli, gerarchie e dinamiche criminali attraverso la rete, i media e spesso il territorio. L’organizzazione non nasce da strategia, ma da imitazione: c’è chi comanda, chi esegue, chi filma, chi controlla lo spazio. Tutto questo fornisce un senso di potere immediato a ragazzi che nella vita quotidiana si sentono invisibili, falliti o esclusi. Inoltre, la percezione di impunità gioca un ruolo chiave: sanno di essere minorenni, sanno che le conseguenze penali saranno limitate, e questo abbassa drasticamente la soglia morale del gesto.
Un altro elemento cruciale è il vuoto educativo: meno adulti significativi, meno comunità strutturate, meno confini chiari. Dove non c’è un’autorità riconosciuta e credibile, il gruppo crea la propria legge. La violenza diventa così un linguaggio identitario, non un mezzo: serve a esistere, a contare qualcosa, a non sentirsi deboli. Non a caso molti di questi ragazzi, se isolati dal gruppo e inseriti in contesti educativi forti, mostrano un crollo immediato dell’aggressività.
In sintesi, non siamo di fronte a una “generazione più cattiva”, ma a ragazzi più precoci, più esposti e meno contenuti, che costruiscono forme criminali semplificate perché sono gli unici strumenti di potere che percepiscono come accessibili. Il fenomeno non si combatte solo con repressione, ma ricostruendo adulti autorevoli, confini chiari e alternative identitarie prima che il gruppo diventi l’unico luogo di appartenenza possibile.
Il grave incidente avvenuto presso l’istituto scolastico a La Spezia, rappresenta non solo un grave episodio, ma colpisce la sua coerenza con un modello ormai ricorrente di violenza giovanile. L’uccisione di Youssef Abanoub all’interno di una scuola, a seguito di una lite legata a dinamiche affettive e digitali, non appare come un evento eccezionale o inspiegabile, ma come l’esito estremo di un conflitto emotivo che ha trovato nel coltello la sua traduzione immediata e definitiva.
Il fatto che l’aggressore si fosse portato l’arma da casa indica una soglia già superata prima dell’evento: non tanto una premeditazione lucida dell’omicidio, quanto l’interiorizzazione dell’idea che un oggetto letale potesse essere un mezzo accettabile per affrontare una ferita narcisistica e relazionale.
La sequenza, la lite, l’estrazione del coltello, il tentativo di fuga della vittima, il colpo unico ma devastante (una sola coltellata, sotto il costato), riflette perfettamente ciò che la psicologia adolescenziale descrive: un’emozione vissuta come intollerabile, l’incapacità di mentalizzare le conseguenze e la trasformazione della rabbia in azione immediata.
In questo senso, la morte non è voluta come fine, ma prodotta come effetto collaterale non rappresentato, salvo imporsi poi in tutta la sua irreversibilità.
Il contesto scolastico, lungi dall’essere la causa, diventa lo scenario di una crisi che si è costruita altrove: nelle relazioni, nelle chat, nella gelosia, in un mondo emotivo che non ha trovato adulti o istituzioni capaci di intercettare e contenere l’escalation.
L’episodio si inserisce così pienamente in quel fenomeno più ampio in cui adolescenti sempre più giovani agiscono con strumenti e modalità tipiche della criminalità adulta, pur restando psicologicamente immaturi, mossi da un bisogno disperato di controllo, identità e riparazione simbolica dell’umiliazione.
La marcia silenziosa degli studenti e l’ispezione disposta dalle autorità scolastiche restituiscono il senso collettivo dello shock, ma non cancellano il nodo centrale: siamo di fronte non a una devianza incomprensibile, bensì a una frattura educativa ed emotiva che, quando non viene riconosciuta in tempo, può trasformare un conflitto adolescenziale in una tragedia irreparabile. Il dare appropriato significato a questi gravi eventi sociali potrebbe favorirci nell’identificare i giusti e non facili correttivi a situazioni che si stanno sempre più amplificando nel delicato mondo adolescenziale, ma prima ancora preadolescenziale.
Per concludere, in tali contesti, il coltello diventa uno strumento di “difesa dell’ego”, non di criminalità organizzata. Va inoltre chiarito sulla base di “Dati e statistiche su “criminalità e disagio minorile” che i numeri non mostrano un’esplosione incontrollata, ma una crescita delle aggressioni gravi con armi bianche tra giovani. Ciò che cambia è la qualità della violenza: meno risse, più colpi singoli, letali, improvvisi. Il punto più difficile da accettare e che molti di questi ragazzi non sono “criminali” nel senso classico, non hanno precedenti e non immaginano davvero il significato della vera perdita di una vita.
Ma questo non riduce la responsabilità. Significa solo che qualcosa si è rotto prima, molto prima.
Come possiamo prevenire tale decadimento sociale e culturale?
Innanzitutto non slogan politici, ma una concreta progettualità che includa:
a. una educazione psicosociale che comprende più cultura e maggiore responsabilità.
b. un ruolo genitoriale più attivo e presente, anche sul comportamento e sul controllo di oggetti.
c. presenza stabile di psicologi e psicopedagogisti all’interno dell’equipe scolastica.
d. interventi psicoeducativi sulle dinamiche di mascolinità violenta
e. interventi rapidi prima che i conflitti degenerino
Ciò premesso, una cosa va detta chiaramente: questo non è un problema “di origini” o “di etnie”.
È un problema di solitudine emotiva, modelli sbagliati, assenza di freni interiori.