18/10/2022
"È verosimile che il disagio sia stato in larga misura prodotto dall’aver costretto una moltitudine di ragazzi non tanto a rimanere più a lungo immersi nelle relazioni familiari quanto piuttosto a rimanere dentro casa. Una delle partite più importanti della fase di sviluppo adolescenziale è proprio quella di stare fuori il più possibile e rimanere dentro lo stretto necessario. È fuori che si cresce e si studiano le materie fondamentali della vita, le nuove competenze necessarie a smettere di essere solo figlio e studente e diventare sempre di più soggetto sociale e sessuale.
Non è l’essere rimasti di più in famiglia ad aver provocato il disagio. Il disagio è provocato dall’essere chiusi dentro, dal non poter andare fuori. Chiusi dentro col corpo e col computer, in particolare. Inevitabilmente su questi due oggetti che si è avventato “il recluso”. Attacca e denigra il proprio corpo e sul computer si dedica allo sviluppo delle relazioni virtuali. L’attacco al corpo che è una delle grandi risorse della sofferenza adolescenziale, perché trasforma la sofferenza mentale in sofferenza fisica: fare ammalare il corpo invece della mente.
È un discorso complesso, i collegamenti sono complessi: invece sento troppi discorsi che banalizzano gli effetti nefasti della dad, dell’assenza dei compagni, delle discoteche chiuse, dell’impossibilità di fare sport… Sono tutte cose che prese una per una, in sé e per sé sono innocue ma se da queste dipende la qualità della vita – il potere, la bellezza, il riconoscimento, l’identità… – diventa un’altra faccenda."
Condividiamo l’intervista di Sara De Carli al prof. Gustavo Pietropolli Charmet per vita.it La pandemia ha mostrato ai giovani tutte […]