20/03/2026
𝗜𝗟 “𝗣𝗘𝗥 𝗦𝗘𝗠𝗣𝗥𝗘 𝗦𝗜̀” * 𝗖𝗛𝗘 𝗖𝗘𝗥𝗖𝗛𝗜
Qualche giorno fa ho visto lo short di una comica che diceva di voler iniziare la sua prossima relazione direttamente dal terzo anno. Saltare la fase dell'innamoramento, quella della caduta delle maschere, per arrivare alla versione più vera delle persone. La platea è scoppiata a ridere, perché certe battute fanno ridere proprio nel punto in cui sono vere. Quella battuta mi ha ispirato una domanda alla quale cercherò di rispondere con questo post: perché il terzo anno è così raro? E cosa succede prima di arrivarci?
𝗤𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗮𝗰𝗰𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗰𝗶 𝗶𝗻𝗻𝗮𝗺𝗼𝗿𝗶𝗮𝗺𝗼
La fase dell'innamoramento ha una qualità del tutto particolare. La ricerca la descrive come uno stato neurochimico alterato, con la dopamina alle stelle e il sistema di ricompensa in piena attività, ma ridurla a una questione di semplice chimica sarebbe impreciso, perché c'è molto altro.
C'è il bisogno di essere scelti, di appartenere, di non essere più soli, di essere speciali per qualcuno. Quando questi due livelli si incontrano, il mondo diventa all’improvviso un posto migliore in cui vivere e quel “desiderio di per sempre” s’insinua sotto pelle. Non ancora come progetto ma come sensazione, come se finalmente qualcosa potesse non finire mai.
È anche il momento in cui cominciamo, piano e senza accorgercene, a sparire un po'. Tacciamo un'opinione che potrebbe creare attrito. Diciamo che va bene quando non è così. Smettiamo di fare cose che ci appartengono perché non appartengono all'immagine che stiamo offrendo all’altro. Non lo viviamo come una perdita, lo viviamo come adattamento, come cura, necessità.
A un certo punto però, qualcosa cambia. Gli ormoni si assestano, l'euforia si normalizza, la familiarità prende il posto dell'incanto. Si comincia a vedere l'altro con occhi diversi, e con essi anche noi stessi. Le maschere non cadono in modo drammatico: si consumano lentamente, come la vernice su un mobile esposto al sole. Ci si ritrova con opinioni taciute, confini fatti labili, un'irritazione persistente di cui non si riesce a distinguere l'origine. È una fase scomoda, a volte dolorosa.
Il cosiddetto terzo anno è il momento in cui quella realtà chiede qualcosa di più profondo: non più la spinta dell'innamoramento, ma l'impegno consapevole di chi sceglie, ogni giorno, di costruire. Non più "non riesco a fare a meno di te" ma "scelgo te, sapendo chi sei e sapendo chi sono." Restare presenti a noi stessi mentre siamo con l'altro è una capacità che la maggior parte di noi non ha mai davvero costruito.
La dinamica che abbiamo appena descritto non appartiene solo alle relazioni sentimentali. Chiunque abbia mai iniziato un progetto con entusiasmo e poi si sia ritrovato a mollare, chiunque abbia provato a cambiare un'abitudine e si sia scontrato con una resistenza più grande di quanto si aspettasse, riconosce bene questo schema. Slancio iniziale, ostacolo, resa. È un ritmo che si ripete.
𝗟𝗮 𝗟𝗲𝗴𝗴𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗧𝗿𝗲
Georges Gurdjieff, mistico e pensatore del primo Novecento, lo aveva osservato e sistematizzato in quello che chiamava la Legge del Tre: ogni processo reale è governato da tre forze.
- La Forza Attiva è l'impulso, la volontà, l'energia che mette in moto.
- La Forza Passiva è la resistenza: non la debolezza, ma tutto ciò che frena e si oppone, che siano ostacoli esterni oppure, più spesso, credenze limitanti, paure antiche, abitudini costruite per proteggerci.
- La Forza Riconciliante è la terza: quella che non appartiene né all'una né all'altra, ma le attraversa entrambe e permette che qualcosa di nuovo possa nascere. Non è vincere sulla resistenza. È una dinamica creativa.
Senza la terza forza, le prime due si neutralizzano a vicenda. Non si va da nessuna parte. Rimane solo quell'oscillazione stancante tra il volere e il non riuscire.
Gurdjieff osservava che l'essere umano tende a essere cieco alla terza forza. Siamo abituati a leggere la realtà in termini binari: giusto o sbagliato, io o te, riuscire o fallire.
Questa cecità è spesso la vera ragione per cui i processi si inceppano: non riusciamo a vedere ciò che li potrebbe sbloccare perché stiamo guardando nel posto sbagliato.
Vale la pena fermarsi a osservarsi con onestà: in quale area della nostra vita qualcosa si inceppa sempre nello stesso punto?
Dove l'energia di partenza si disperde prima di diventare cambiamento reale?
Quale tensione si ripresenta, in modi diversi, senza mai trovare una vera risoluzione?
Quasi sempre la risposta non è mancanza di volontà né eccesso di ostacoli. È assenza della terza forza: quell'impegno consapevolmente indirizzato, presenza a noi stessi
Applicata al lavoro su noi stessi, questa legge mostra tutta la sua precisione.
Quando si inizia un percorso di crescita personale o di coaching, spesso le prime settimane portano un sollievo genuino. Si apre qualcosa, si respira diversamente, si vedono connessioni che prima erano opache. C'è curiosità, a volte persino una gioia strana, quella di chi smette per un momento di scappare da sé. È la prima forza, ed è reale.
Ma il lavoro più profondo, quello che porta davvero a sciogliere i condizionamenti più radicati, prima o poi conduce a fare i conti con quella che in psicologia si chiama l'Ombra: le parti di noi che non abbiamo mai voluto guardare, i pattern costruiti per sopravvivere che non servono più.
È il momento in cui la seconda forza si fa sentire, spesso è una vocina che sussurra che forse non fa per noi, che forse stavamo bene prima o che di più non si possa fare.
È qui che molti percorsi si interrompono. Non perché la prima forza fosse falsa, ma perché la terza non è ancora entrata.
La terza forza non è tenere duro né trovare un compromesso tra la parte che vuole cambiare e quella che resiste. Un compromesso lascerebbe entrambe insoddisfatte. È qualcosa di qualitativamente diverso: la scelta di portare alla luce aspetti di noi che non sapevamo di avere, di restare nel disagio finché non rivela qualcosa di vero. Volontà, disciplina, impegno non come sforzo ma come fedeltà a noi stessi.
E la capacità di distinguere tra una resistenza che segnala un limite reale e una che indica che si sta finalmente toccando qualcosa di importante.
𝗡𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝘃𝗶𝘃𝗲 𝗱𝗶 𝗿𝗲𝗻𝗱𝗶𝘁𝗮
Il lavoro interiore assomiglia all'allenamento fisico in un senso preciso: non si raggiunge una buona forma e poi la si mantiene senza fare nulla. Il corpo, in assenza di movimento, si riorganizza verso il minimo sforzo. Lo stesso vale per la consapevolezza: non è un oggetto che si acquisisce, è un muscolo. Si atrofizza con la non-pratica tanto quanto si rafforza con l'uso.
Non si tratta, quindi, di quanto tempo ci voglia per "arrivare". Si costruisce qualcosa di diverso: una pratica, un orientamento, una scelta che si rinnova. Non perché ci sia sempre qualcosa di rotto da riparare, ma perché scegliersi è un atto attivo, non uno stato che si raggiunge e si possiede.
𝗟𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱’𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝘁𝗮𝘃𝗶 𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮𝗻𝗱𝗼
Quello che molti cercano nelle relazioni romantiche, quel senso di continuità e di profondità che assomiglia a un approdo, non nasce dall'intensità dell'innamoramento. Nasce dalla capacità di attraversare la seconda forza senza abbandonare il campo. Ed è una capacità che non si costruisce con l'altro: si costruisce dentro.
Dentro ognuno di noi, le tre forze della Legge del Tre coesistono. C'è il desiderio di cambiare e crescere, c'è la resistenza che frena, e c'è la possibilità di una terza posizione: quella di chi osserva, riconosce e sceglie consapevolmente invece di reagire.
Nelle relazioni romantiche, questa dinamica si gioca su due persone e dipende da variabili che non controlliamo. Nella relazione con noi stessi, quella dinamica siamo solo noi. Non c'è nessun altro a cui delegare. Non c'è nessun altro da aspettare.
È quello che Jung avrebbe chiamato individuazione: non diventare migliori o autosufficienti, ma diventare riconoscibilmente noi stessi anche sotto pressione. Sviluppare un radicamento che non dipende da chi ci guarda, da chi ci conferma, da chi ci vuole bene quel giorno. Una forma di leadership interiore che risponde alla domanda più essenziale: ci sentiamo al sicuro con noi stessi?
Chi arriva a questo non ci arriva perché ha smesso di aver bisogno degli altri, né perché il lavoro è diventato più leggero. Ci arriva perché ha imparato a essere, per se stesso, qualcuno che resta. Il "terzo anno" che si vorrebbe trovare già pronto nelle relazioni non è un punto nel tempo. È una qualità. E si costruisce nell'unica storia d'amore in cui siamo sempre presenti: quella con noi stessi.
Come scrisse Oscar Wilde «Amare sé stessi è l'inizio di una storia d'amore che dura tutta la vita.»
* Il riferimento sanremese non è casuale. 🙂
Un abbraccio,
Claudia, Life & Emotional Coach, Holistic Operator in Action per una vita Drama Free 🦋
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