Genova inclusiva

Genova inclusiva se hai un bimbo o bimba disabile benvenuto....

18/03/2026

COMUNICATO STAMPA

*Non autosufficienza, tre miliardi di annunci e una riforma che rischia di non autosostenersi*

Tre miliardi di euro, slogan sulla vita indipendente e una promessa di rivoluzione del welfare. Il nuovo Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027 nasce già con un problema: racconta un sistema moderno mentre ne mantiene tutte le vecchie fragilità.

La prima contraddizione è strutturale. Lo Stato divide i non autosufficienti per età — under 70 da una parte, anziani dall’altra — come se la fragilità seguisse criteri anagrafici e non bisogni reali. Il risultato è un sistema a doppio binario destinato a moltiplicare burocrazia, conflitti di competenze e disparità territoriali. Una separazione amministrativa che rischia di diventare una frattura nei diritti.

Il Piano viene definito “ibrido”: in realtà è la sovrapposizione di riforme diverse, decreti stratificati e responsabilità distribuite senza una cabina di regia chiara. Lo Stato programma, le Regioni valutano, i Comuni gestiscono, il terzo settore integra. Ma quando qualcosa non funziona — e accadrà — non è chiaro chi risponde.

Il progetto di vita personalizzato rappresenta il cuore teorico della riforma. Peccato che senza personale dedicato, tempi certi e standard nazionali vincolanti rischi di diventare un esercizio burocratico: più carta, non più assistenza. In Italia i diritti sociali spesso finiscono intrappolati tra valutazioni multidimensionali e attese multidimensionali.

Anche l’integrazione sociosanitaria resta una parola chiave più che una realtà operativa. Si invoca la collaborazione tra sanità, servizi sociali e reti territoriali senza risolvere il problema storico: sistemi informativi separati, finanziamenti diversi e governance frammentata. Coordinare tutto senza cambiare le regole significa semplicemente spostare il caos.

Sul fronte economico, i numeri raccontano meno entusiasmo della narrazione politica. I tre miliardi non sono nuove risorse strutturali ma fondi in gran parte già previsti e redistribuiti. La quota indistinta viene divisa tra disabili e anziani, mentre alla vita indipendente — misura simbolo del Piano — restano risorse marginali. Molti beneficiari in più, servizi sostanzialmente invariati.

L’innalzamento delle soglie ISEE amplia la platea, ma senza un parallelo aumento dell’offerta assistenziale rischia di produrre un effetto prevedibile: più diritti sulla carta, più liste d’attesa nella realtà.

Nel frattempo, il vero pilastro continua a essere la famiglia, ancora chiamata implicitamente a compensare carenze pubbliche con tempo, reddito e sacrifici personali. Il “sollievo” promesso resta un obiettivo, non una garanzia.

Il rischio finale è noto: una riforma di transizione destinata a restare permanente, sospesa tra norme future e servizi insufficienti. Molta architettura normativa, poca operatività quotidiana.

La non autosufficienza non si risolve con nuovi piani ma con responsabilità chiare, personale stabile e servizi esigibili subito. Senza questi elementi, i tre miliardi annunciati rischiano di essere l’ennesimo investimento comunicativo più che una svolta reale per le persone fragili.

Marco Macri
Portavoce di Genova inclusiva e Referente Nazionale della

Email caregiverdisabilitaitalia@gmail.com

Il problema non è quello che i politici dicono in TV.Il problema è quello che i giornalisti non chiedono.Quali linee edi...
18/03/2026

Il problema non è quello che i politici dicono in TV.
Il problema è quello che i giornalisti non chiedono.

Quali linee editoriali? Quale libertà reale ha oggi un giornalista? Chiedo per un amico.

Se la Rai viene ormai percepita come “Telemeloni”, se Mediaset resta legata alla propria storia politica e le emittenti private rispondono ai loro editori con il legittimo “non ti piace? Cambia canale”, allora la domanda diventa un’altra: chi fa ancora davvero da cane da guardia al potere?

Perché quando un ministro parla e nessuno incalza sui dati, quando il racconto resta intatto e le contraddizioni non entrano mai in studio, non è informazione. È narrazione senza attrito.

Se si discute di scuola senza affrontare i problemi reali — come quello di una ragazza ex paralimpica costretta a cambiare istituto perché nessuno poteva assisterla — allora non siamo davanti a una scelta editoriale. Siamo davanti a un vuoto democratico.

La libertà di stampa non finisce quando arriva la censura.
Finisce quando smettono di fare le domande scomode.



Corriere della Sera Il Fatto Quotidiano la Repubblica Genova La Verità Avvenire Il Secolo XIX

16/03/2026

Nell’Italia dei garanti ormai manca solo il Garante dei garanti. E poi possiamo dirci davvero al sicuro.

Abbiamo garanti per tutto: privacy, comunicazioni, detenuti, infanzia, adolescenti, persone con disabilità. Una collezione completa. Sulla carta un esercito a difesa dei cittadini; nella vita reale, spesso, una produzione industriale di relazioni annuali, audizioni e comunicati stampa letti più o meno da tre persone e mezzo.

Intendiamoci: i diritti da tutelare sono sacrosanti. Minori, adolescenti e persone con disabilità non hanno bisogno di slogan, ma di qualcuno che quando serve batta i pugni sul tavolo — non solo sulla tastiera.

Perché mentre gli uffici scrivono, le famiglie continuano a fare slalom tra burocrazia, scuola e servizi che funzionano a giorni alterni. E i problemi restano lì, puntualissimi, anche senza conferenza stampa.

Una proposta semplice: meno comunicati, più presenza reale.
Meno convegni, più soluzioni.
E magari un promemoria gentile: non sono incarichi volontari né ruoli simbolici. Sono incarichi pagati dai cittadini, quindi sarebbe ragionevole aspettarsi risultati visibili ai cittadini.

Altrimenti più che garanti sembrano spettatori con posto riservato.

Umilmente un padre




🎗️ OGGI È LA GIORNATA NAZIONALE DEI DISTURBI ALIMENTARI(E i numeri italiani fanno davvero paura)In Italia NON parliamo d...
15/03/2026

🎗️ OGGI È LA GIORNATA NAZIONALE DEI DISTURBI ALIMENTARI
(E i numeri italiani fanno davvero paura)

In Italia NON parliamo di pochi casi.

👉 Oltre 3 MILIONI di persone convivono con anoressia, bulimia o binge eating.
👉 1 ragazzo su 3 colpito ha meno di 14 anni.
👉 I casi sono aumentati di 10 volte in 20 anni.

Non è “solo cibo”.
Non è “solo dieta”.
È una malattia vera, silenziosa e spesso invisibile.

📍 Nord: più diagnosi, pressione sociale altissima.
📍 Centro: boom tra universitari e giovani adulti.
📍 Sud e Isole: diagnosi tardive e meno accesso alle cure.

E mentre discutiamo di estetica online… sempre più bambini iniziano a odiare il proprio corpo prima ancora di crescere.

Parlarne salva vite.
Riconoscerli presto salva vite.
Chiedere aiuto salva vite.

💜 Il fiocchetto lilla non è un simbolo: è una richiesta di attenzione.





Fondazione Fiocchetto Lilla
Umilmente un padre🙏

Associazione Luca Coscioni  bella denuncia ma arrivate in ritardo è dal 2022 che evidenziamo in ogni sede quanto voi dit...
14/03/2026

Associazione Luca Coscioni bella denuncia ma arrivate in ritardo è dal 2022 che evidenziamo in ogni sede quanto voi dite... forse bastava guardare
https://www.rai.it/programmi/report/inchieste/Non-e-una-regione-per-disabili-f723af85-ace8-4736-8687-b91a7e921237.html?fbclid=IwAR25kQCnRy2GkuFHbTzrBuqoxZdHgulP1pcPK5foXYbpY3vhOr01hKgie9w
E chiamarci Marco Cappato

https://www.ansa.it//liguria/notizie/2026/03/13/barriere-architettoniche-genova-la-spezia-e-savona-senza-un-piano_3c0d725a-bbeb-45d2-9ff5-ff89f77c2351.html

A quarant'anni dall'introduzione dell'obbligo dei Piani per l'eliminazione delle barriere architettoniche (Peba) negli spazi ed edifici pubblici, in Liguria solo uno dei quattro capoluoghi di provincia (Imperia) risulta aver approvato definitivamente il pi... (ANSA)

⚠️Nonostante leggi, contratti e fondi pubblici, una studentessa in carrozzina lascia l’istituto perché manca personale f...
14/03/2026

⚠️Nonostante leggi, contratti e fondi pubblici, una studentessa in carrozzina lascia l’istituto perché manca personale formato. La storia che smonta la retorica dell’inclusione scolastica⚠️

La storia inizia come tante altre. Una ragazza, adolescente, determinata. Una di quelle che non si fermano davanti agli ostacoli. Anzi: li affrontano.

Per anni ha praticato sport, arrivando a competere nel tennis tavolo paralimpico. Allenamenti, sacrifici, trasferte, competizioni. La dimostrazione concreta che la disabilità non definisce il valore di una persona.

Poi arriva la scuola. E paradossalmente è proprio lì che gli ostacoli diventano insormontabili.

La studentessa, con disabilità motoria e costretta all’uso della carrozzina, frequentava regolarmente il proprio istituto. Come tutti gli altri ragazzi. Con una sola necessità: avere qualcuno che potesse assisterla nel trasferimento dalla carrozzina ai servizi igienici.

Un bisogno elementare. Non un privilegio. Non una richiesta speciale.

Eppure, secondo quanto denunciato dalla famiglia, nell’istituto non era presente personale adeguatamente formato per svolgere questa assistenza, malgrado il contratto nazionale lo preveda e il personale percepisse le erogazioni economiche previste dall’articolo 7, e nonostante la situazione fosse nota alla dirigenza.

Il risultato è stato surreale.

Una ragazza che aveva affrontato competizioni sportive e allenamenti durissimi si è trovata nella condizione di non poter frequentare serenamente la scuola per un motivo che dovrebbe essere banale in qualsiasi luogo civile: andare in bagno.

Così, alla fine, la soluzione è stata quella che troppo spesso in Italia diventa la scorciatoia del sistema: cambiare scuola.

Non perché mancassero le leggi. Quelle, anzi, non mancano affatto.

La Legge 104/1992 stabilisce chiaramente il diritto all’integrazione scolastica degli studenti con disabilità.

Il Decreto Legislativo 66/2017 impone alle istituzioni scolastiche di organizzare concretamente le risorse necessarie all’inclusione.

Il Contratto Collettivo Nazionale del Comparto Istruzione e Ricerca attribuisce ai collaboratori scolastici l’assistenza materiale agli alunni con disabilità, compreso l’accompagnamento ai servizi igienici.

Le norme, dunque, esistono. Sono chiare. Nero su bianco.

E allora la domanda diventa inevitabile: se le leggi ci sono, perché questa ragazza ha dovuto cambiare scuola?

Spiace constatare che, malgrado Regione, Comune e Garante per i Diritti dell’Infanzia siano da mesi al corrente della situazione attraverso le comunicazioni formali dei genitori, si sia arrivati — ancora una volta — a scaricare sulla persona con disabilità le criticità di un sistema che non funziona.

Un sistema che spesso funziona così: le leggi si approvano, i diritti si proclamano, i protocolli si firmano. Poi, quando arriva il momento di applicarli davvero, qualcuno non organizza il servizio, qualcun altro non controlla, qualcun altro ancora fa finta di non vedere.

E alla fine chi paga?

Sempre gli/le stessi/e

Le persone più fragili.

Perché in Italia l’inclusione è spesso perfetta nei convegni, impeccabile nei documenti ufficiali, entusiasmante nei discorsi pubblici.

Poi arriva la realtà.

E a volte basta una carrozzina e una porta di bagno per capire quanto siamo lontani da quello che la legge — e il semplice buon senso — pretenderebbero già da anni.

Perché la verità, alla fine, è più semplice e molto meno elegante dei convegni sull’inclusione.

Le norme ci sono. Le circolari ci sono. I contratti ci sono. Perfino le indennità economiche per il personale ci sono.

Quello che manca, troppo spesso, è la cosa più banale: applicarle.

E quando lo Stato non applica le proprie leggi, succede questo: non è il sistema che cambia.

È la ragazza in carrozzina che deve cambiare scuola.

Marco Macri
Portavoce di Genova inclusiva referente nazionale


Corriere della Sera Il Secolo XIX Avvenire La Verità la Repubblica Genova Il Fatto Quotidiano

Qui la storia raccontata dalla voce di vittoria
https://www.instagram.com/reel/DVsjZcZiEYG/?igsh=N3Y4em0wcXNhbmV2

10/03/2026

Buongiorno cosi...

La verità sulla disabilità, sui disturbi alimentari e lo stato oncologico? Non è politicamente corretta. E infatti nessuno la dice.

Non è una di queste a distruggerti le energie. È la recita obbligatoria che la società pretende ogni santo giorno. Devi essere forte — ma senza lamentarti. Ispirazionale — ma senza disturbare. Sorridente — perché la gente vuole sentirsi migliore guardandoti, non mettere in discussione se stessa.

Se sei stanco/a sei un peso.
Se reagisci sei un “eroe”o un "eroina"
Se chiedi diritti diventi improvvisamente esagerato/a e scomodo/a.

In questo Paese adoriamo commuoverci cinque minuti davanti a una storia difficile, salvo poi costruire marciapiedi impossibili, luoghi inaccessibili , privatizzare la cura con burocrazie degne di un escape room sadico e separare gli eventi sportivi . Inclusione nei discorsi, esclusione nei fatti.

E così chi vive con una fragilità deve continuamente dimostrare di meritare spazio. Non di vivere meglio — proprio di vivere. Come se l’esistenza fosse concessa su autorizzazione preventiva.

La parte più pesante non è il limite fisico o psicologico. È lo sguardo degli altri: quello pietoso, quello eroico, quello imbarazzato. Tutti tranne quello normale. Quello che dice: sei una persona, punto.

Spoiler: non servono medaglie né compassione. Servirebbe solo una società adulta abbastanza da smettere di trattare la fragilità qualsiasi essa sia come una favola edificante o un problema da nascondere.

Ma tranquilli: continueremo a fare post pieni di cuori mentre lasciamo le porte chiuse. Che è molto più comodo.

Oggi come gli altri 364 giorni non è cambiato nulla perchè siete incapaci di trattare le persone come tali sia che siano fragili o che le curino e questo dimostra la vostra aridità.
Un abbraccio a tutte quelle persone che oggi come ogni altro maledetto giorno vedono questa società come sopra descritto, non siete soli/e

Umilmente

M.M

07/03/2026

🚨 Diritti non slogan: la verità sulla disabilità in Italia 🇮🇹 🚨

Io non parlo per sentito dire, parlo per chi ogni giorno vive l’intuizione che lo Stato garantisca diritti… solo sulla carta.
👉 In Italia 680.000 studenti con disabilità rischiano di non avere la continuità educativa che la Costituzione garantisce (art. 3 e art. 34). E in Liguria sono oltre 7.800.

📉 Le norme non mancano: la Corte Costituzionale ha escluso i vincoli di bilancio per l’assistenza alle persone con disabilità, eppure la spesa sanitaria resta “confinata” come fossero costi secondari.

📚 In molte scuole mancano docenti di sostegno e si propone di sostituirli con figure con 600 ore di corso e nessuna competenza pedagogica adeguata:
non è inclusione, è un taglio camuffato.

💰 La formazione professionale?
Fondi da ~200.000 € per oltre 200 studenti: meno di 1.000 € a testa. Questo non è sostegno, è un insulto alle norme sull’inclusione e sul diritto al lavoro (art. 4 Cost.).

⚖️ Sulla manovra 2026 abbiamo depositato 23 ricorsi alla Corte dei Conti chiedendo di verificare se i bilanci rispettino il principio costituzionale di buon padre di famiglia e la normativa contabile e sociale: i diritti non possono essere variabili residuali nei conti pubblici.

📌 E nessuno parli di caregiver o di misure di welfare se poi il testo di legge limita gli accessi con requisiti ridicoli (ISEE bassissimo) e non riconosce il lavoro di cura come lavoro sociale vero e proprio.

Le leggi ci sono.
Le carenze di servizi non dovrebbero esserci.
La politica chiede consenso, ma non cambia nulla.
‼️ La prossima volta che senti “insieme per l’inclusione”, chiedi quanti soldi ci sono, come si spendono e chi ci resta davvero dentro.

🔁 Condividi se pensi che i diritti non si facciano con belle parole, ma con fatti concreti.

🗣️ Tagga chi deve sentirsi chiamato in causa.

COMUNICATO STAMPAOlimpiadi prima, Paralimpiadi dopo: quando l’inclusione resta uno sloganOgni quattro anni si celebra il...
06/03/2026

COMUNICATO STAMPA

Olimpiadi prima, Paralimpiadi dopo: quando l’inclusione resta uno slogan

Ogni quattro anni si celebra il grande rito dello sport mondiale. Prima le Olimpiadi: riflettori accesi, sponsor, audience globale, stadi pieni. Poi, settimane dopo, arrivano le Paralimpiadi. Stessi impianti, stessi colori, stessi atleti di altissimo livello. Ma visibilità, attenzione e risorse decisamente diverse.

La giustificazione ufficiale è sempre la stessa: motivi logistici e organizzativi. Peccato che, guardando i numeri, il problema sembri meno tecnico e molto più culturale.

Ai Giochi Paralimpici partecipano circa 4.400 atleti provenienti da oltre 180 Paesi, impegnati in più di 540 eventi medaglia. Numeri che raccontano uno dei più grandi eventi sportivi del pianeta. Eppure il calendario continua a dire la stessa cosa: prima lo sport “vero”, poi quello “paralimpico”.

Nel caso dei Giochi Milano-Cortina 2026, le Olimpiadi si svolgeranno dal 6 al 22 febbraio, mentre le Paralimpiadi dal 6 al 15 marzo. Stessi luoghi, stessi impianti, ma a riflettori ormai semi-spenti.

Il divario emerge ancora più chiaramente quando si parla di economia.
Secondo le stime sull’indotto per la città di Milano:

- Olimpiadi: circa 319 milioni di euro e 725.000 spettatori
- Paralimpiadi: circa 31 milioni di euro e 73.000 spettatori

Tradotto: dieci volte meno.

Sul fronte dei costi pubblici, le cifre restano invece molto serie. Solo alcune opere infrastrutturali collegate ai Giochi superano 427 milioni di euro, mentre l’organizzazione complessiva dell’evento vale circa 2 miliardi di euro.

Per i Giochi Paralimpici la quota stimata di spesa organizzativa è circa 248 milioni di euro.

Non bruscolini.

E poi ci sono i premi agli atleti. Fino a pochi anni fa, in Italia, una medaglia d’oro olimpica valeva 180.000 euro, mentre quella paralimpica 75.000 euro. Quasi la metà. L’equiparazione è arrivata solo di recente, dopo pressioni e polemiche.

Insomma: quando si parla di valori olimpici — inclusione, uguaglianza, rispetto — il linguaggio è impeccabile. Quando si guardano calendario, audience e risorse, la realtà racconta una storia un po’ diversa.

La domanda, a questo punto, è semplice:
se gli atleti sono gli stessi campioni, se gli impianti sono gli stessi, se i soldi pubblici sono gli stessi, perché lo spettacolo continua a essere diviso in due atti?

Forse perché l’inclusione è una parola bellissima.
Ma applicarla fino in fondo, evidentemente, è molto più complicato.

Marco Macri
Genova inclusiva

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