15/06/2025
CONSUMO DI CIBI ULTRAPROCESSATI ASSOCIATO AD INVECCHIAMENTO BIOLOGICO
La scienza continua a svelare i complessi legami tra alimentazione e salute a lungo termine. Un recente studio italiano ha posto l'attenzione su un aspetto spesso trascurato della qualità del cibo: il suo grado di lavorazione industriale. La ricerca, condotta dall’Irccs Neuromed di Pozzilli (Is), in collaborazione con l’Università Lum di Casamassima (Ba), ha evidenziato un’associazione significativa tra un consumo elevato di alimenti ultra-processati e un più rapido invecchiamento biologico. Il lavoro, pubblicato sull’American journal of clinical nutrition, offre nuove prospettive su come la lavorazione e la formulazione dei prodotti possano influenzare profondamente la salute.
La ricerca si basa sui dati dello Studio Moli-sani, un'ampia indagine epidemiologica italiana che da 20 anni coinvolge 25 mila cittadini adulti residenti in Molise. Grazie a un questionario alimentare dettagliato, i ricercatori hanno potuto analizzare le abitudini dei partecipanti e quantificare il loro consumo di alimenti ultra-processati (Upf). Questa categoria comprende prodotti industriali che subiscono molteplici fasi di trasformazione e contengono ingredienti aggiunti come zuccheri, sale, additivi, coloranti e aromi. La lavorazione industriale può alterare sostanzialmente la struttura degli alimenti, riducendo il contenuto naturale di nutrienti, vitamine e fibre e generando potenzialmente nuove sostanze dannose.
Ma cosa si intende per "invecchiamento biologico"? A differenza dell'età anagrafica, l'età biologica è un indicatore complesso che riflette lo stato di salute reale dell’organismo, includendo la funzionalità degli organi e il livello di infiammazione sistemica. Per stimarla, i ricercatori hanno utilizzato una combinazione di oltre trenta biomarcatori ematici.
Così Simona Esposito, prima autrice dello studio, che, tra l’altro, per questa ricerca ha di recente ricevuto a Salerno il Premio “Gianni Barba” nel corso del Congresso nazionale Sinu (Società italiana di nutrizione umana): “L’analisi ha evidenziato che le persone che riportavano un maggiore consumo di alimenti ultra-processati presentavano, in media, un’età biologica superiore rispetto alla loro età cronologica, indicando una possibile accelerazione dell’invecchiamento dovuta proprio a un consumo più elevato di questi alimenti”.
Un aspetto ancora più rilevante emerso è che questo rapporto tra consumo di Upf e invecchiamento è risultato indipendente dalla qualità generale della dieta.
“Anche le persone che seguivano regimi alimentari considerati equilibrati dal punto di vista strettamente nutrizionale, per esempio, ricchi di frutta, verdura e fibre, ma che includevano una quota significativa di cibi ultra-processati, mostravano segni di invecchiamento biologico più rapido”, prosegue Esposito.
Gli alimenti ultra-processati sono diffusi e non si limitano a snack e bibite gassate, ma includono anche prodotti come pane confezionato, cereali per la colazione, zuppe pronte e yogurt aromatizzati. Oltre alla lavorazione, il packaging, spesso in plastica, può rilasciare contaminanti chimici potenzialmente dannosi.
Sebbene siano necessari ulteriori studi per confermare pienamente questi meccanismi, i dati disponibili sollecitano una riflessione sulle raccomandazioni alimentari. L'attenzione, finora focalizzata su calorie, grassi, zuccheri e sale, dovrebbe includere anche il grado di trasformazione industriale dei cibi. È fondamentale educare i consumatori a leggere le etichette e a privilegiare, ove possibile, prodotti freschi e minimamente lavorati, prendendo come riferimento la Dieta Mediterranea tradizionale, sottolinea Sinu in una nota.
Conclude Esposito: “Questi risultati rappresentano un ulteriore richiamo a considerare l’alimentazione non solo come fonte di energia e nutrienti, ma anche come un potente strumento capace di influenzare la longevità e la qualità della vecchiaia e della vita. In un contesto in cui l’invecchiamento della popolazione è una delle principali sfide sanitarie dei prossimi decenni, comprendere e limitare i fattori che accelerano il declino biologico rappresenta una priorità di salute pubblica”. (N.m.)