21/01/2026
Condividiamo l'interessante servizio di Erica Manna per la Repubblica: un viaggio nel reparto di neuropsichiatria infantile diretto dal professor Lino Nobili, che ci racconta come siano aumentati i tentativi di suicidio e l’autolesionismo.
"Appena dentro, oltre la porta blindata al terzo piano del padiglione quattro, ti investe l’odore di chiuso: perché le finestre, qui, non si possono aprire. Non ci sono neanche le tapparelle, in realtà, per via delle corde, così come gli estintori, “per l’incolumità dei pazienti” dice un foglio appeso al muro.
Però è planata una chitarra in sala infermieri, chissà da dove: è lì appoggiata su un lettino come un’apparizione e qualcuno la strimpella. Si fa anche musica qui, nel reparto di degenza di Neuropsichiatria infantile, ospedale Gaslini, dieci letti in tutto e ne servirebbero almeno il triplo.
Una volta abituati all’aria viziata, dentro, ti travolgono le parole: scritte f***e, che si sovrappongono e coprono le pareti fino al soffitto. Tante citazioni di Alda Merini, “non ho più notizie di me da tanto tempo”, e “uscire dal manicomio è un miracolo personale”.
E poi cuoricini, date, e “Marco sei il migliore” e “siamo dei fottuti geni”, “questa è una c***o di prigione” e “Alberto dietista sei bellissimo”. “Melissa è stata qui”. “Angolo dei tossici”. “La depressione è invisibile” ha scritto qualcuno, e poi ha coperto la scritta con il disegno di una rosa.
C’è rabbia, c’è dolore, c’è amore, c’è umorismo, c’è tutta l’adolescenza disperata sbattuta in faccia da queste ragazze e ragazzi interrotti. Sempre di più. Secondo gli ultimi dati Istat, i casi di suicidio dei giovani nel 2022 sono stati 550, con un aumento del 16 per cento tra 2020 e 2021.
«Ma più che altro notiamo una crescita dei tentativi: con pastiglie, provando a gettarsi dalla finestra, sempre più numerosi casi di ideazione suicidaria, che vuol dire che il pensiero della morte diventa fisso – fa strada Lino Nobili, direttore di Neuropsichiatria infantile dell’Istituto Gaslini – l’autolesionismo, poi, è aumentato enormemente: è un modo per comunicare il proprio malessere. E l’età si è abbassata: ricoveriamo anche ragazzini di undici anni».
In reparto, in questi dieci letti, ci sono giovanissimi che si tagliano, altri che hanno provato a togliersi la vita, chi ha mostrato comportamenti aggressivi associati all’uso di stupefacenti, e poi ragazzine con disturbi alimentari. Tutti insieme.
«Il progetto infatti è trasformare l’intera palazzina in un polo dedicato, già dai prossimi mesi – anticipa Nobili – al piano zero ci sarà la psichiatria di urgenza, con una decina di letti. Al primo piano, degenza ordinaria di psichiatria, con altrettanti posti. E poi, un reparto separato per i disturbi della condotta alimentare. Qui abbiamo tre-quattro casi, a volte associati all’autolesionismo. Nelle situazioni più severe siamo obbligati a mettere un sondino perché queste ragazzine possano nutrirsi».
Il cellulare, qui, è vietato: «All’inizio toglierlo è un problema - spiega Nobili – capitava che alcuni ragazzi condividessero le foto nel reparto con l’esterno. E poi, succede che adolescenti con disagi entrino in gruppi social che alimentano il problema: community di persone che stanno male».
Ma il professore blocca subito facili semplificazioni: «Non attribuirei la causa di questa sofferenza alla tecnologia. Certo, il bullismo social è devastante e amplifica il malessere. Ma le cause del crollo sono molteplici: essere giovani oggi è più difficile. All’adolescenza si arriva già fragili perché qualcosa non va nell’educazione fin dall’inizio: c’è poca comunicazione con i genitori, che a volte fanno gli amici, altre sono iper controllanti o giudicanti. Certo, la pandemia ha dato una forte spinta: durante il Covid nessuno ha pensato ai giovani, e il ritorno alla socialità per molti è stato motivo di crollo».
Nobili ha un progetto in cantiere: una piattaforma web interna al reparto, dove queste ragazze e ragazzi possano comunicare, condividere stati d’animo e anche trovare materiale informativo. «Sono dell’idea che vietare non abbia senso – continua il professore – il tablet può servire a educare, a monitorare. E a volte, per loro, è più facile mettere un cuoricino per esprimere un’emozione».
La giornata, in queste camere dove le porte sono aperte e si affollano i peluche sui comodini, deve ritrovare un ritmo: «Quando entrano hanno perso i tempi del sonno, dei pasti, del lavarsi: devono reimparare a scandire le ore».
Poi, c’è il dopo: difficile da costruire. «Qui noi li aiutiamo a uscire dalla fase acuta – spiega Nobili – ma una volta dimessi, spesso non sono ancora pronti per tornare a casa. E le comunità sul territorio sono poche, spesso non adatte a pazienti così complessi. Così capita, a volte, che li teniamo qui. Qualcuno anche per un mese o più».
Per questo c’è un altro progetto in cantiere. Al piano terra, si esce su un piccolo piazzale. «Potrebbe diventare un’agorà del Gaslini: dove proiettare film in estate, mettere un canestro, creare un piccolo orto – anticipa Nobili – certo, dovremmo proteggerlo con una recinzione. Perché sono capitati anche casi di fuga».
Prigione e salvezza, cuoricini e disperazione. «I giovani sono in gamba, eccezionali – riflette Nobili – e oggi hanno meno paura di dire: io sto male. Anzi, la loro sofferenza te la sbattono in faccia». Anche su queste pareti: “Sono stata qui”. Esisto. Non puoi ignorarmi.
Viaggio nel reparto di neuropsichiatria infantile, il direttore Nobili: “Aumentati i tentativi di suicidio e l’autolesionismo”