27/08/2023
Rieccomi, dopo mesi di silenzio che già facevano seguito, a loro volta, ad un lungo periodo di discontinuità.
Ricompaio nel periodo dei “buoni propositi”. E non perché questa pagina sia un buon proposito che devo portare avanti, no.
Ma perchè ho messo per me nuovi pensieri e nuovi percorsi in pentola.
Questo silenzio qui ha fatto seguito a situazioni personali complesse di vita e alla sensazione di aver bisogno di “uscire”, di “togliermi” per un po’ rimanendo a guardare tutto il movimento veloce, spasmodico, scomposto che percepisco intorno a me e che, al momento, rifuggo un po’.
Troppe informazioni, troppe parole, troppe banalizzazioni.
Anche nell’ambito della psicologia che, è bene ricordarlo, è una scienza. E invece è tutto un fiorire di narcisisti, di borderline, di diagnosi fatte dietro una tastiera per scaricare sull’altro, sull’esterno, dinamiche e responsabilità.
Banalizzazione, l’ho già nominata?
Sento il profondo bisogno di ritornare alla scienza, allo studio, all’approfondimento che non è fatto (grazie al cielo) di psicologia del positivo ma è fatto di ricerche, di metodo.
Mi sono regalata per questo autunno un nuovo di corso di formazione sui Disturbi di Personalità, così nominati e diagnosticati al bar ma così poco conosciuti in modo preciso.
Sento il bisogno di chiarire, di fare anche meno ma meglio. Credo fermamente che bisognerebbe ripartire da qui anche su macro scala per far fronte ad alcune dilaganti problematiche sociali, anche di violenza.
E sento il bisogno di dare il giusto peso a due dimensioni che sembrano in antitesi ma che non lo sono: leggerezza e densità, profondità.
Trovo che gli ultimi anni abbiano lasciato spazio ad un pericoloso fraintendimento per cui “bisogna lasciare andare per vivere bene”. Per cui questa sarebbe la leggerezza (“Dammi un po’ di musica leggera perché ho voglia di niente”, ricordate? Queste espressioni, a livello sociale, non emergono per caso). Ma questa no, questa non è leggerezza. E’, appunto, non pensare. E’ fare come lo struzzo che mette la testa sotto la sabbia.
Alla leggerezza, quella vera, arrivi solo davvero se ciò che è denso, profondo e a volte anche pesante lasci che sia. Lasci che faccia il suo. Con tutta la difficoltà che ne deriva, ben consapevole che non sia una passeggiata piacevole per nessuno!
E’ quello che cerchiamo di fare in terapia creando uno spazio per ciò che ci fa soffrire, che ci fa male. Non cancellandolo o rimuovendolo.
Al percorso formativo a cui ho fatto cenno si affiancherà la prosecuzione di una formazione iniziata già da un po’. Una formazione che ha a che fare con i libri e con gli albi illustrati.
Piano piano, tempo al tempo…
Buona ripresa a tutti voi!
Vi lascio con le parole della Candiani sulle ferite, sa dire tutto molto molto meglio di me!
“Bisogna salvare le ferite. Non lasciarle sole, sperdute nell’idea fissa della medicazione e della guarigione. Bisogna interrogare le ferite e aspettare le risposte. La risposta alla ferita siamo noi. I nostri gesti, le nostre possibilità accolte o respinte, i tremori e gli assalti rispondono tutti alle ferite. Perdere una ferita significa perdere una segnaletica importante per un viaggio dentro le orme dell’esistenza, un viaggio che ci accomuna e ci distingue, ci fa cantati, cantati dalla vita cruda.
E poi ci sono le ferite che non guariscono, quelle che non guariranno mai.
Sono le ferite che difendono la dignità.
Vanno tenute in vita.
Non si accettano inviti a dimenticarle, a placarle, a addomesticarle.
E ci verrà offerto molte, molte volte, dalle piú diverse persone.
Ci diranno che le ferite restano perché non si perdona, e sapremo che perdono significa oblio, e sapremo che si tratta del complotto per salvare la faccia ai violenti, per coprire il male, per zuccherarlo, e vivere nella menzogna. Esiste una lotta, tra chi vuole fare del mondo un posto grazioso, avvolto dal pensiero positivo e dal nascondimento delle tenebre e chi nelle tenebre c’è stato, ne ha i segni addosso e vuole vivere, ma non vuole dimenticare, vuole stare nell’onore al vero. È una lotta all’ultimo respiro, non bisogna soccombere e non si tratta di diventare violenti ma saldi, decisi, feroci: la verità dell’esistenza, la dignità di portare ferite, non si tocca.
E non si tratta.
Non si scende a patti.
Il mondo è anche un inferno e chi c’è stato vuole ricordarlo, e dirlo”