Psicologia in Pratica

Psicologia in Pratica Sono Elisa Scuderi, psicologa. Lavoro principalmente con chi ad un certo punto si ferma e pensa "Non è questa la vita che immaginavo".

Qui trovi uno spazio pensato per comprenderti meglio, orientarti al cambiamento e rimetterti al centro della tua vita 🤎

Nelle nostre relazioni, che siano sentimentali, familiari o amicali, è giusto stare bene, sentirci accolti, liberi di es...
11/05/2026

Nelle nostre relazioni, che siano sentimentali, familiari o amicali, è giusto stare bene, sentirci accolti, liberi di essere noi stessi, con uno scambio equilibrato tra ciò che diamo e ciò che riceviamo, senza doverci continuamente trattenere o controllare per paura del giudizio.

Quando questo succede, la relazione nutre. Quando non succede, qualcosa cambia.

Ci sono relazioni in cui iniziamo a sentirci sempre più sotto pressione. Dove l’altro ci giudica, usa il senso di colpa, fa battute sarcastiche sulle nostre scelte, mette in discussione quello che facciamo o ci fa sentire "sbagliati" anche per cose piccole.

E in questi casi non ci sentiamo liberi. Ci sentiamo osservati. Ci sentiamo in dovere di spiegarci. E piano piano ci accorgiamo che non stiamo più vivendo la relazione in modo leggero, ma in modo faticoso, come se dovessimo sempre stare attenti a non sbagliare.

Queste relazioni ci svuotano.

La cosa importante da ricordare è che non siamo obbligati a restare in relazioni che ci fanno stare male o che ci tolgono energia. Noi abbiamo il diritto di stare in relazioni in cui possiamo essere noi stessi senza paura di essere giudicati continuamente.

E abbiamo il diritto di fermarci e chiederci come ci sentiamo davvero dentro quei legami, e scegliere di stare dove non dobbiamo difenderci, ma dove possiamo semplicemente stare bene 🤎 E.S.

Ci sono persone che, senza accorgersene, vivono dentro frasi che si ripetono nella testa come se fossero semplici pensie...
11/05/2026

Ci sono persone che, senza accorgersene, vivono dentro frasi che si ripetono nella testa come se fossero semplici pensieri, ma che in realtà diventano una lente attraverso cui leggono tutto ciò che succede.

"Non sono abbastanza bravo"
"Prima o poi sbaglierò"
"Alla fine va sempre male"
"Non ce la faccio come ce la fanno gli altri"

All’inizio sembrano solo paure.
Pensieri automatici, quasi innocui.

Ma quando un’idea si ripete spesso, smette di essere solo un pensiero e inizia ad influenzare il modo in cui ci muoviamo nel mondo.

Per esempio, sul lavoro, se entro in una riunione già convinto che farò una br**ta figura, tenderò a parlare meno, a trattenermi, a non espormi davvero. E questo mi porterà con più probabilità a non essere visto, a non intervenire, a non mostrare le mie competenze. E alla fine, potrei davvero sentirmi "invisibile" o poco efficace, proprio come avevo anticipato dentro di me.

Non perché quell’idea fosse vera.
Ma perché ha guidato il mio comportamento.

È così che spesso si costruisce una profezia che si autoavvera: non perché il pensiero predice il futuro, ma perché finisce per influenzare le nostre scelte, il nostro modo di agire, il nostro livello di esposizione alla vita.

E lo stesso accade nelle relazioni quotidiane.
Se penso "non interesserà quello che dico", magari non lo dico con chiarezza.
Se penso "verrò frainteso", mi trattengo.
Se penso "intanto andrà male", entro già in una forma di difesa che cambia il modo in cui mi relaziono.

Col tempo, tutto questo rafforza proprio l’idea iniziale.

Il punto non è pensare positivo in modo forzato.
Il punto è accorgersi di quanto certe aspettative su di noi stiano già influenzando il modo in cui ci comportiamo, spesso prima ancora che le situazioni accadano.

Perché a volte non è la realtà a confermare il pensiero.
Siamo noi, inconsapevolmente, a costruire una realtà coerente con quel pensiero.

E iniziare a vederlo è già il primo modo per smettere di viverlo come una verità assoluta e iniziare a riconoscerlo per quello che è: un filtro che può essere osservato, messo in discussione e, piano piano, trasformato 🤎 E.S.

10/05/2026

Ho ascoltato tante volte storie di donne che si ripetevano di essere pigre perché rimandavano tutto.
Le mail.
Le decisioni.
Le cose semplici.
Perfino quelle azioni che una volta venivano naturali.

Raccontano che allora si sforzavano ancora di più.
Si organizzavano meglio.
Si dicevano di "darsi una mossa".

Ma a volte quello che blocca non è pigrizia.

A volte è quella sensazione di avere così tanto in testa da sentirsi paralizzate ancora prima di iniziare.

Oppure è accorgersi, lentamente,
che si sta continuando a fare cose che non assomigliano più alla persona che si è oggi.

E allora il corpo si ferma, anche quando la mente continua a ripetersi che ce la si dovrebbe fare.

E forse il problema non è che non si ha voglia di fare niente.
Forse quella che emerge è la stanchezza di sopravvivere in automatico 🤎

Ci sono persone che vivono ogni errore come una prova del fatto di non essere abbastanza.Basta una risposta non data dur...
07/05/2026

Ci sono persone che vivono ogni errore come una prova del fatto di non essere abbastanza.

Basta una risposta non data durante una riunione, un no che non si è riusciti a dire, un momento in cui ci si è adattati ancora una volta invece di esprimere ciò che si pensava davvero, e subito dentro parte un dialogo molto duro:
"Dovevo reagire"
"Perché non riesco mai a farlo?"
"Ancora una volta ho sbagliato"

Ma il problema spesso non è l’errore in sé.
È il modo in cui lo leggiamo.

Perché se ogni esperienza difficile diventa una conferma dei nostri limiti, finiamo per vivere nel tentativo costante di non sbagliare mai. E questo, invece di aiutarci a crescere, ci blocca.

Una strategia molto utile, in questi casi, può essere dedicarsi anche solo 10 minuti a fine giornata per ripensare a quelle situazioni che ci hanno lasciato addosso fastidio, frustrazione o senso di colpa.

Magari quel momento in cui con un collega avremmo voluto essere più assertivi.
Oppure quella situazione in cui abbiamo detto "Va bene" anche se dentro stavamo pensando il contrario.

Il punto, però, non è scrivere soltanto "l’errore".

È affiancare, accanto a quella situazione, una seconda domanda:
"Che cosa mi sta insegnando questa esperienza su di me?"

Forse che faccio fatica a tollerare il conflitto.
Forse che tendo ad adattarmi quando temo di deludere qualcuno.
Forse che sto iniziando a riconoscere bisogni che prima ignoravo completamente.

Perché la crescita psicologica, molto spesso, non nasce dal fare tutto perfettamente, ma dalla capacità di trasformare certe esperienze in informazioni preziose su ciò che stiamo cercando, poco alla volta, di cambiare dentro di noi 🤎 E.S.

Ci sono bambini che crescono imparando molto presto che l’atmosfera di casa può cambiare all’improvviso.Basta un tono di...
07/05/2026

Ci sono bambini che crescono imparando molto presto che l’atmosfera di casa può cambiare all’improvviso.

Basta un tono diverso.
Una porta chiusa con più forza.
Un silenzio particolare.
Uno sguardo.
E il corpo, ancora prima della mente, capisce che qualcosa sta succedendo.

Quando si cresce accanto ad un genitore il cui umore può cambiare velocemente, diventare imprevedibile o esplodere all’improvviso, il bambino non vive soltanto momenti difficili. Vive dentro una condizione di continua allerta emotiva.

Perché non sa mai davvero cosa aspettarsi.

E allora impara ad osservare.
A prevedere.
A cogliere segnali che, spesso, gli altri nemmeno notano.

Diventa molto attento ai dettagli, ai cambiamenti minimi, alle tensioni nell’aria. Non perché sia esageratamente sensibile, ma perché il suo sistema emotivo si organizza intorno ad una necessità precisa: cercare di capire in anticipo quando qualcosa potrebbe destabilizzarsi.

Molti di questi bambini crescono sentendosi responsabili dell’equilibrio emotivo dell’ambiente.

Cercano di non disturbare.
Di non aggiungere problemi.
Di dire la cosa giusta nel momento giusto.
A volte provano persino a calmare, alleggerire, aggiustare emotivamente il genitore.

E mentre all’esterno possono apparire maturi, autonomi, molto sensibili o particolarmente empatici, dentro sviluppano spesso una relazione molto complessa con la sicurezza emotiva.

Perché quando cresci in un ambiente imprevedibile, il tuo corpo impara che rilassarsi completamente non è davvero sicuro.

E questa modalità non scompare automaticamente crescendo.

Molti adulti che hanno vissuto queste esperienze continuano a vivere le relazioni con una costante attenzione verso l’altro. Monitorano i cambiamenti di tono, le distanze emotive, le espressioni, i tempi di risposta. Percepiscono immediatamente quando qualcosa cambia e, spesso senza accorgersene, iniziano ad adattarsi.

A volte basta sentire l’altro più freddo, più silenzioso o più distante per attivare una forte tensione interna.

Non perché siano troppo sensibili, ma perché una parte profonda di loro ha imparato che i cambiamenti emotivi improvvisi possono precedere conflitti, rabbia, chiusure o rotture relazionali.

E così si cresce diventando persone molto capaci di leggere gli altri, ma spesso molto meno abituate a chiedersi come stanno davvero loro.

Persone che si assumono facilmente responsabilità emotive che non appartengono completamente a loro.
Che fanno fatica a rilassarsi nelle relazioni.
Che sentono il bisogno di mantenere l’equilibrio, anticipare problemi, evitare tensioni.

Il punto è che tutto questo, un tempo, aveva un senso.

Era un adattamento.
Un modo per cercare sicurezza dentro un ambiente percepito come instabile.

Ma ciò che ti ha aiutato ad orientarti emotivamente da bambino, oggi potrebbe anche impedirti di vivere relazioni in cui non sia necessario controllare continuamente il clima emotivo per sentirti al sicuro.

E forse uno dei passaggi più profondi, crescendo, è iniziare a riconoscere che non tutte le relazioni richiedono di restare costantemente in allerta, e che la sicurezza emotiva non nasce dal prevedere ogni possibile cambiamento dell’altro, ma dal poter esistere dentro una relazione senza sentire il bisogno di monitorarla continuamente per evitare che qualcosa, da un momento all’altro, esploda 🤎 E.S.

06/05/2026

Un grande ringraziamento ai nuovi follower 🌾

Sono felice di avervi tra noi!

Anna Angelini, Alessia Tigre

In questa pagina potrete trovare informazioni di psicologia, riflessioni, confronti. Si parla di psicologia in modo pratico, calandola nel quotidiano e nella vita di tutti i giorni 🌱

Buona permanenza!

6 MAGGIO: GIORNATA MONDIALE DELLA SALUTE MENTALE MATERNA 🤰🤱In giornate come questa si parla tanto di maternità.Di quanto...
06/05/2026

6 MAGGIO: GIORNATA MONDIALE DELLA SALUTE MENTALE MATERNA 🤰🤱

In giornate come questa si parla tanto di maternità.

Di quanto sia importante, di quanto sia intensa, di quanto sia unica.

E tutto questo è vero.

Ma a volte, senza accorgercene, a queste parole si aggiunge anche altro.
Un carico sottile, quasi invisibile.

L’idea di dover essere presenti, centrate, amorevoli, pazienti.
L’idea di dover "stare bene", o almeno riuscire a reggere tutto.
L’idea che, in fondo, si dovrebbe riuscire a farcela.

E allora forse, più che aggiungere qualcosa, oggi potrebbe essere importante fare un movimento diverso.

Togliere.

Togliere un po’ di peso.
Togliere un po’ di aspettative.
Togliere quell’immagine spesso irraggiungibile di cosa significhi essere una "buona madre".

Perché la maternità, nella realtà, è molto più complessa di come viene raccontata.

È fatta di amore, sì.
Ma anche di ambivalenze.
Di momenti pieni e momenti vuoti.
Di connessione profonda e di distanza.
Di sicurezza e di dubbio.

È fatta di un cambiamento che non riguarda solo la vita, ma l’identità.

Diventare madre non è solo accogliere un figlio.
È riorganizzare se stesse.

Rimettere insieme parti nuove e parti già esistenti.
Fare spazio a qualcosa che arriva, senza sapere sempre come farlo.
E, a volte, senza avere davvero uno spazio in cui poterne parlare in modo autentico.

Perché c’è una cosa che incontro spesso, in modo più o meno esplicito.

La difficoltà di dire come si sta davvero.

Di ammettere la fatica.
Di nominare la solitudine.
Di riconoscere che, accanto all’amore, possono esistere anche emozioni più scomode.

E non perché manchi qualcosa.
Ma perché è umano.

Forse allora il senso di questa giornata può essere proprio questo.

Non chiedere alle madri di essere di più.
Ma permettere loro di essere intere.

Con tutto ciò che c’è.

Senza dover selezionare solo le parti più accettabili, più raccontabili, più "giuste".

Perché è dentro questa completezza che può nascere qualcosa di diverso.

Uno spazio in cui non è necessario dimostrare, ma potersi sentire.
Uno spazio in cui non serve essere perfette, ma poter essere vere.

E forse è proprio da qui che passa la cura.

Non dall’aggiungere, ma dal togliere ciò che pesa abbastanza da impedire di riconoscersi davvero 🤎 E.S.

Ci sono bambini che vengono descritti, fin da molto piccoli, in un modo che sembra solo positivo.Bambini bravi.Bambini t...
05/05/2026

Ci sono bambini che vengono descritti, fin da molto piccoli, in un modo che sembra solo positivo.

Bambini bravi.
Bambini tranquilli.
Bambini giudiziosi.
Bambini che non danno problemi.

E spesso questa descrizione viene detta con orgoglio, con sollievo, a volte anche con una certa gratitudine implicita. Perché quel bambino, in effetti, non mette in difficoltà, non richiede troppo, non crea tensioni.

Ma ciò che dall’esterno appare come equilibrio, molto spesso è il risultato di un adattamento precoce.

Non è semplicemente un tratto caratteriale.

È un modo di stare nel mondo che si costruisce nel tempo, dentro un contesto in cui esprimersi liberamente non è sempre possibile, o non è sempre sicuro, o non è sempre accolto. E allora quel bambino impara, gradualmente, a modulare sé stesso.

Impara a non esagerare con le emozioni.
A non occupare troppo spazio.
A non portare bisogni che potrebbero complicare qualcosa.

Diventa attento.
Molto attento.

Agli sguardi, ai silenzi, ai cambiamenti di tono, alle micro-variazioni emotive dell’adulto.

E da lì costruisce il suo modo di essere: un equilibrio fatto di autocontrollo, sensibilità e adattamento.

Il punto è che questo "essere bravi" non riguarda solo il comportamento visibile.
Riguarda un intero assetto interno.

Perché mentre il bambino impara a non disturbare, spesso impara anche a mettere in secondo piano ciò che sente davvero.
Non perché non esista, ma perché non è il momento giusto, non è il posto giusto, non è "utile" portarlo.

E questa modalità, che in quel contesto ha un senso profondo, tende a rimanere.

Si struttura.
Diventa familiare.
Diventa automatica.

E così, nell’età adulta, quella stessa persona può ritrovarsi a fare molta fatica a dire no, non tanto per debolezza, ma perché dire no attiva qualcosa di molto più profondo: la sensazione di stare rompendo un equilibrio, di stare creando un problema, di stare facendo qualcosa che potrebbe avere un costo relazionale.

Può fare fatica a portare avanti il proprio punto di vista, soprattutto quando percepisce che l’altro potrebbe non essere d’accordo o potrebbe restarci male.

Può sentirsi, in modo quasi automatico, responsabile di ciò che l’altro prova, come se il proprio comportamento avesse il compito implicito di mantenere l’altro stabile, sereno, a proprio agio.

E soprattutto, può vivere una costante forma di monitoraggio relazionale.

Non un controllo consapevole, ma una sintonizzazione continua: percepire come sta l’altro, leggere l’ambiente emotivo, e poi adattarsi di conseguenza. Come se il proprio stare bene fosse, in qualche modo, legato alla capacità di mantenere un certo equilibrio nella relazione.

Il rischio, in tutto questo, non è solo quello di dare troppo.
È quello di perdersi progressivamente come punto di riferimento interno.

Perché quando sei stato il bambino che non crea problemi, hai imparato molto bene a non essere un peso, ma non hai avuto lo stesso spazio per imparare a riconoscere quando qualcosa pesa su di te.

E allora il passaggio più delicato non è cambiare chi sei, ma iniziare a rivedere quel meccanismo.

Riconoscere che quella "bravura" non era solo una qualità, ma anche una strategia.

Che ti ha permesso di stare dentro certe dinamiche, ma che oggi, se rimane rigida, rischia di portarti a costruire relazioni in cui continui a occupare poco spazio, a trattenerti, a regolarti sull’altro più che su di te.

E forse uno dei passaggi più profondi è proprio questo: iniziare a tollerare, poco alla volta, l’idea che esistere davvero in una relazione non significhi mantenere l’equilibrio a tutti i costi, ma accettare che quell’equilibrio possa anche modificarsi quando inizi a portare dentro, in modo più pieno, anche il tuo punto di vista, i tuoi limiti e i tuoi bisogni, senza sentirti automaticamente responsabile per ciò che l’altro potrebbe provare nel momento in cui smetti di essere, sempre e solo, la "persona che non crea problemi" 🤎 E.S.

Ci sono momenti in cui la tua mente non resta dove sei.Parte.E va avanti.Inizia da qualcosa di concreto, magari una situ...
05/05/2026

Ci sono momenti in cui la tua mente non resta dove sei.

Parte.
E va avanti.

Inizia da qualcosa di concreto, magari una situazione semplice, una conversazione che dovrai avere, una decisione da prendere, qualcosa che deve ancora accadere. Ma nel giro di poco non è più solo un pensiero.

Diventa un movimento continuo.

Entri in quella scena prima che esista davvero, inizi a costruirla, a scomporla, a prevedere ogni possibile sviluppo. Immagini cosa dirai, come risponderà l’altro, cosa potrebbe andare storto, dove potresti sbagliare, come potresti sentirti dopo.

E più vai avanti, più il corpo segue.

Si attiva, si irrigidisce, si prepara.
Come se ciò che stai immaginando fosse già reale, già in corso.

A quel punto non stai più pensando.
Stai vivendo in anticipo.

E dentro questo processo c’è qualcosa che spesso non si vede subito, perché all’inizio sembra avere una funzione precisa.

Quella di tenerti al riparo.

Come se anticipare potesse ridurre l’impatto, come se arrivare già preparata potesse proteggerti da ciò che potrebbe succedere. Come se, prevedendo tutto, potessi evitare di sentirti sopraffatta.

E allora continui.

Affini i dettagli, rivedi le possibilità, cerchi di coprire ogni variabile.
Non per scelta, ma perché fermarti sembra più rischioso che andare avanti.

Il punto è che, mentre fai tutto questo, qualcosa si sposta.

Non sei più nella situazione reale, ma in una costruzione mentale che si autoalimenta.
E quella costruzione non ha un limite, perché non è vincolata a ciò che accade davvero.

Può espandersi, complicarsi, diventare sempre più intensa.

E il corpo resta lì dentro.

Reagisce a scenari che non sono ancora accaduti, accumula tensione, si prepara a qualcosa che, nel frattempo, non esiste nel presente.

È qui che l’ansia prende forma in modo più profondo.

Non solo come paura di ciò che accadrà, ma come tentativo continuo di controllare ciò che, per sua natura, non è controllabile.

Ad un livello più interno, è come se il tuo sistema stesse dicendo: se riesco a prevedere abbastanza, allora riuscirò anche a gestire, a contenere, a non farmi trovare impreparata.

Ma c’è un passaggio che cambia completamente la prospettiva.

Non è tanto il contenuto di ciò che pensi a mantenere l’ansia.
È il movimento stesso del pre-occuparsi.

Quel movimento che ti porta ad occupare mentalmente uno spazio prima che sia necessario, prima che sia reale, nel tentativo di ridurre un’incertezza che, però, non può essere eliminata in questo modo.

E allora succede qualcosa di paradossale.

Più cerchi di prepararti, più resti dentro uno stato di attivazione.
Più provi a controllare, più il sistema rimane in allerta.

Non perché tu stia sbagliando qualcosa.
Ma perché stai chiedendo alla mente di risolvere in anticipo qualcosa che può essere affrontato solo quando accade.

E forse è proprio qui che si apre uno spazio diverso.

Non nel cercare di interrompere quei pensieri, né nel forzarti a smettere di anticipare, ma nel riconoscere quel momento preciso in cui stai entrando in ciò che non è ancora successo.

Quel passaggio in cui non sei più nel presente, ma in una simulazione.

E accorgerti davvero di essere lì dentro non è così immediato come sembra, perché in quel momento tutto appare logico, coerente, persino necessario.

Eppure è proprio lì che si gioca qualcosa di più profondo.

Perché non è solo un modo di pensare, è un modo di stare.

Un modo che si è strutturato nel tempo, che ha avuto una funzione, che ha imparato a muoversi così per cercare di gestire qualcosa di più complesso dell’evento in sé.

Ed è per questo che non basta dirsi di fermarsi o di tornare al presente.

Perché quel movimento non è superficiale.
Non si interrompe con uno sforzo.

Ha bisogno di essere compreso, attraversato, riletto.

Ha bisogno di uno spazio diverso.

Uno spazio in cui quel meccanismo possa essere visto per quello che è, senza doverlo subito correggere o spegnere.

Perché è lì, dentro quel funzionamento, che spesso si nasconde qualcosa di più importante di ciò che stai cercando di prevedere.

E quando quel livello inizia a emergere, qualcosa cambia.

Non nei pensieri in sé.
Ma nel modo in cui smettono di avere lo stesso potere 🤎 E.S.

Ci sono relazioni in cui a un certo punto emerge una distanza nel desiderio sessuale, e non sempre è facile parlarne.All...
04/05/2026

Ci sono relazioni in cui a un certo punto emerge una distanza nel desiderio sessuale, e non sempre è facile parlarne.

All’inizio può sembrare qualcosa di passeggero, legato alla stanchezza, ai ritmi, ai momenti diversi che ciascuno sta attraversando. Poi, però, quella differenza inizia a ripetersi, a creare piccoli scarti che nel tempo diventano sempre più visibili. Uno dei due cerca più vicinanza, più contatto, più intimità. L’altro, invece, tende a rimandare, a sottrarsi, a chiudersi in modo più o meno esplicito.

Ed è qui che spesso si crea il primo fraintendimento.

Perché quella distanza non riguarda solo quanto si desidera l’altro, ma cosa rappresenta quell’intimità per ciascuno. Per una persona può essere un modo per sentirsi connessa, per percepire vicinanza, per confermare che la relazione è viva e che il legame c’è. Per l’altra, invece, può trasformarsi in qualcosa di più complesso: una richiesta da soddisfare, una pressione da gestire, a volte persino un’invasione di uno spazio personale che in quel momento non riesce a concedere.

Quando questi significati restano impliciti, iniziano a produrre effetti profondi nella relazione.

Chi cerca di più, col tempo, non vive più solo una distanza, ma inizia a sentire un rifiuto. Non solo di quel momento, ma di sé. E allora può intensificare i tentativi, oppure ritirarsi, oppure entrare in una posizione di frustrazione e rabbia. Chi si ritrae, invece, spesso si sente sotto pressione, frainteso, come se qualunque risposta non fosse mai quella giusta. E allora evita, prende tempo, si allontana ancora di più.

In mezzo a tutto questo si crea un silenzio difficile da attraversare. Non perché manchino le parole, ma perché manca una comprensione condivisa di ciò che sta accadendo.

E qui c’è un passaggio che spesso non viene considerato.

Non sempre questa distanza è una mancanza. Non sempre è disinteresse o rifiuto. A volte è una mancata traduzione reciproca dei bisogni emotivi che stanno sotto. Ognuno continua a leggere il comportamento dell’altro attraverso il proprio significato, senza accorgersi che stanno parlando due linguaggi diversi nello stesso spazio.

E più si prova a risolvere la distanza solo sul piano del comportamento, più si rischia di aumentarla.

Forse allora il punto non è capire chi ha più desiderio e chi ne ha meno, ma iniziare a chiedersi che cosa stiamo cercando davvero quando cerchiamo l’altro, e che cosa l’altro sta vivendo quando si allontana.

Perché finché questo resta non detto, non riconosciuto, la distanza non è solo nel corpo, ma nel significato. E quando non ci si incontra nel significato, è molto più facile sentirsi lontani anche quando si è nella stessa relazione 🤎 E.S.

🔷 Laura ha 19 anni e frequenta il primo anno di Giurisprudenza.Vive ancora a casa dei suoi, prende il treno ogni mattina...
01/05/2026

🔷 Laura ha 19 anni e frequenta il primo anno di Giurisprudenza.

Vive ancora a casa dei suoi, prende il treno ogni mattina, spesso in piedi.
Ha codici sottolineati, post-it ovunque e una costante sensazione di dover essere all’altezza.
Studia per ore, rinuncia a uscire, lavora nei weekend per non pesare troppo sui suoi.
Le dicono: "Se ti impegni, ce la fai".
E lei ci crede davvero.

🔷 Laura ha 25 anni e si è laureata.

Ha un voto alto, una tesi di cui è orgogliosa e una domanda che la accompagna ogni giorno: "E adesso?"
Inizia la pratica, accetta collaborazioni mal pagate, spesso non pagate.
Le parlano di "gavetta", di pazienza, di sacrificio.
Ma nessuno le dice quanto durerà.
Intanto osserva: colleghi uomini che vengono introdotti più facilmente, che entrano nei giri giusti, che negoziano senza sentirsi in difetto.

🔷 Laura ha 28 anni e lavora come libera professionista.

Ha scelto di non aspettare più.
Ha iniziato a costruire qualcosa di suo.
Lavora tantissimo, spesso anche la sera, anche nei weekend.
Si forma, investe, si espone.

Ma quando si parla di compensi, qualcosa cambia.
Deve spiegarsi di più.
Giustificarsi di più.
Dimostrare di più.

Come se la sua competenza, da sola, non bastasse mai.

🔷 Laura ha 30 anni e cerca casa con il suo compagno.

Fanno progetti, conti, simulazioni.
Poi arriva la realtà: il mutuo è difficile da ottenere.
Il suo reddito è "instabile".
Il suo lavoro "troppo incerto".

Eppure lei non si è mai fermata.
Non ha mai smesso di lavorare.
Solo che il suo lavoro non viene percepito allo stesso modo.

🔷 Laura ha 34 anni ed è diventata madre.

Quel figlio lo ha desiderato profondamente.
Ma nessuno le aveva raccontato davvero cosa significhi tenere insieme tutto.

Il lavoro rallenta.
I clienti si perdono.
Il tempo si frammenta.

E quando prova a ripartire, si accorge che qualcosa è cambiato: nelle opportunità, nello sguardo degli altri e anche nel suo.

Intorno a lei, tutto chiede di più.
Ma dentro, cresce una fatica che non si vede: quella di dover continuamente scegliere cosa sacrificare.

Il suo compagno continua a lavorare.
La sua quotidianità cambia, ma non si stravolge.
Quella di Laura sì.

🔷 Laura ha 39 anni.

A volte pensa ad un secondo figlio.
Altre volte si ferma.

Perché sa cosa significherebbe: mettere ancora in pausa il lavoro, rallentare, perdere terreno, dover poi ricominciare, di nuovo.

E allora resta sospesa.
Tra quello che desidera e quello che realisticamente può permettersi.

E in mezzo a tutto questo, c’è una domanda che non fa rumore ma pesa:

❓ "È davvero questa la vita che avevo immaginato?"

Non è insoddisfatta.
Non è ingrata.
Ma sente che qualcosa, nel modo in cui lavoro e vita si sono intrecciati, non torna più.

👉🏻 Oggi è il Primo Maggio.

E forse, per molte donne, non è solo la festa dei lavoratori.

È il giorno in cui emerge una verità più scomoda: che il lavoro, per una donna, non è mai solo lavoro.

È accesso o esclusione.
È riconoscimento o continua dimostrazione.
È stabilità o precarietà mascherata.
È libertà oppure compromesso.

È il giorno in cui si vede tutto quello che non viene detto:
🔸le carriere rallentate,
🔸le opportunità mancate,
🔸i redditi più bassi,
🔸le pause non scelte ma necessarie,
🔸le energie divise tra mille ruoli.

Per molte donne, lavorare non significa solo costruire qualcosa.
Significa continuamente difenderlo.
Mantenerlo.
Giustificarlo.

🌱 Io lavoro ogni giorno con donne come Laura.

Donne competenti, preparate, determinate.
Donne che hanno fatto tutto quello che "andava fatto" e che ad un certo punto si accorgono che il lavoro che hanno costruito non coincide più con la vita che volevano vivere.

Non perché abbiano sbagliato.
Ma perché il sistema, spesso, chiede loro di adattarsi più degli altri.

E da lì nasce un passaggio fondamentale:
👉🏻 fermarsi, rimettere ordine, scegliere consapevolmente cosa tenere e cosa non voler più pagare.

Se ti sei riconosciuta in Laura, fermati un attimo.
E chiediti:

🟢 Sto andando nella direzione che desidero o sto solo andando avanti?

Se ti sei riconosciuta in Laura, forse non è solo un pensiero che passa. È una parte di te che sta chiedendo spazio.

E darle ascolto potrebbe essere il primo passo per tornare nella direzione che senti davvero tua 🤎 E.S.

Indirizzo

Via Albaro 24/4
Genova
16145

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 20:00
Martedì 08:00 - 20:00
Mercoledì 08:00 - 20:00
Giovedì 08:00 - 20:00
Venerdì 08:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 14:00

Telefono

+393774810243

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