Psicologia in Pratica

Psicologia in Pratica Sono Elisa Scuderi, psicologa. Qui trovi riflessioni e strumenti psicologici su ansia, relazioni, autostima, genitorialità e cambiamento.

Uno spazio pensato per comprendere meglio ciò che stai vivendo, orientarti al cambiamento e rimetterti al centro

Quando parliamo di relazioni, spesso partiamo da un’immagine molto chiara: "Vorrei una persona così". Qualcuno di presen...
06/03/2026

Quando parliamo di relazioni, spesso partiamo da un’immagine molto chiara: "Vorrei una persona così". Qualcuno di presente, profondo, stabile, brillante, affettuoso, autonomo, sicuro. Costruiamo dentro di noi una sorta di identikit emotivo, un’idea di come dovrebbe essere chi avremo accanto per sentirci finalmente al posto giusto.

Avere desideri e criteri non è sbagliato. Anzi, è sano sapere cosa per noi è importante. Il punto è quando quell’immagine diventa rigida, assoluta, quasi un modello perfetto a cui la realtà deve adeguarsi. In quel caso possono accadere due cose, apparentemente opposte ma in realtà molto vicine.

La prima è l’idealizzazione estrema. L’idea diventa così definita che nessuno sembra mai abbastanza. Ogni persona che incontriamo ha qualcosa che non coincide con il nostro schema e quel dettaglio diventa la prova che "non è quella giusta". Lentamente si insinua un pensiero più ampio: forse la persona giusta per me non esiste, forse sto chiedendo troppo, forse non la troverò mai. In realtà non stiamo incontrando persone reali, ma confrontando esseri umani complessi con un ideale costruito nella nostra mente.

La seconda possibilità è più silenziosa. A un certo punto, stanchi di cercare qualcosa che sembra introvabile, iniziamo a dirci che in fondo nessuno è perfetto. E questo è vero. Ma a volte questa consapevolezza diventa una giustificazione per restare in relazioni che non ci rappresentano più, che non ci nutrono davvero, che non ci fanno stare così bene come vorremmo. Non perché vada tutto male, ma perché "alcune cose funzionano", perché in fondo corrisponde ad alcuni degli standard che avevamo immaginato, perché affrontare la solitudine, il cambiamento, il giudizio degli altri fa più paura che restare.

Così oscilliamo tra il "non esiste nessuno all’altezza" e il "va bene così, tanto la perfezione non esiste". In entrambi i casi, il rischio è lo stesso: non chiederci davvero cosa sentiamo nella relazione concreta che stiamo vivendo.

Forse la domanda non è "esiste la persona giusta per me?", ma "questa relazione, oggi, mi fa sentire me stesso?". Mi permette di crescere? Mi fa sentire visto, rispettato, scelto? Oppure sto cercando di farla rientrare a forza dentro un’idea che avevo deciso prima ancora di incontrare l’altro?

Le relazioni non nascono per soddisfare un identikit perfetto, ma per creare uno spazio in cui due persone reali possano incontrarsi, con limiti, differenze, imperfezioni. E allo stesso tempo non nascono per essere sopportate per paura di restare soli.

Forse il passaggio più difficile è questo: lasciare andare l’idea rigida di come dovrebbe essere l’altro e iniziare a chiederci con onestà come stiamo noi, lì dentro. Perché tra l’idealizzazione e il restare per timore, c’è uno spazio più maturo: quello in cui scegliamo non l’idea di una persona, ma la qualità della relazione che vogliamo vivere 🤎 E.S.

A un certo punto dobbiamo smettere di aggirare le nostre paure.E iniziare a guardarle.Non perché sia facile.Non perché n...
05/03/2026

A un certo punto dobbiamo smettere di aggirare le nostre paure.
E iniziare a guardarle.

Non perché sia facile.
Non perché non faccia tremare.
Ma perché restare fermi, a volte, fa ancora più male.

La paura ci racconta che non siamo pronti.
Che potremmo fallire.
Che potremmo non farcela.
Che è meglio aspettare.

"Allora rimando"
"Allora resto dove sono"
"Allora mi accontento"

E intanto qualcosa dentro si spegne piano.

Perché la verità è che spesso non è la situazione a bloccarci.
È l’idea di non essere abbastanza forti per attraversarla.

Abbiamo paura di cambiare lavoro.
Di chiudere una relazione che non ci fa più bene.
Di dire quello che pensiamo davvero.
Di scegliere noi stessi.

Eppure, quante volte la felicità si è nascosta proprio dietro un passo che ci spaventava?

Non dietro la sicurezza.
Non dietro il controllo.
Ma dietro il coraggio fragile di provarci.

Affrontare una paura non significa non sentirla.
Significa camminare anche con il cuore che batte forte.
Significa dirsi "Ho paura, ma scelgo di non fermarmi qui"

Non sempre andrà come immaginiamo.
Non sempre sarà semplice.

Ma ogni volta che facciamo quel passo,
cresciamo.

Ogni volta che non scappiamo,
ci fidiamo un po’ di più di noi.

Forse la vita che desideriamo
non è così lontana.

Forse sta solo aspettando
che troviamo il coraggio di fare il passo successivo.

E anche se le gambe tremano,
anche se il dubbio è forte,
possiamo dirci piano:

"Non devo essere senza paura.
Devo solo essere disposta a muovermi insieme a lei” 🤎 E.S.

Quando osserviamo una relazione,non vediamo la verità:vediamo un’ipotesi.Ogni comportamento acquista sensosolo dentro un...
05/03/2026

Quando osserviamo una relazione,
non vediamo la verità:
vediamo un’ipotesi.
Ogni comportamento acquista senso
solo dentro una rete di scambi e significati.
Se cambiamo la domanda,
cambia anche la storia che raccontiamo su ciò che accade.
E quando cambia la storia,
si aprono possibilità nuove di movimento.
A volte il primo cambiamento
non è nell’azione,
ma nello sguardo 🤎 E.S.

"Vado dallo psicologo da mesi.Lavoro su di me. Mi impegno.Ma l’ansia non sparisce"È una frase che ritorna spesso. Nei co...
04/03/2026

"Vado dallo psicologo da mesi.
Lavoro su di me. Mi impegno.
Ma l’ansia non sparisce"

È una frase che ritorna spesso. Nei colloqui. Nei messaggi. Nei commenti.
Ed è una frase carica di frustrazione, perché sotto c’è un’aspettativa precisa: se lavoro bene, il sintomo deve andare via.

Siamo stati abituati a considerare l’ansia come un nemico.
Qualcosa da eliminare.
Un errore del sistema.
Un fastidio da cancellare il prima possibile.

Ed è vero: quando l’ansia è intensa, quando diventa pervasiva, quando interferisce con il lavoro, le relazioni, il sonno, può essere invalidante. E in quei momenti servono strumenti concreti. Strategie. Regolazione. Stabilizzazione. È fondamentale poter tornare a vivere la quotidianità con più equilibrio.

Ma c’è un punto che spesso resta nell’ombra.

L’ansia è un sintomo.
E i sintomi non nascono per caso.

L’ansia è un segnale di allerta.
È un messaggero.
È una parte di te che sta dicendo: "Attenzione"

A volte sta dicendo:
"Questa situazione non ti fa bene"
"Ti stai adattando troppo"
"Stai facendo scelte che non ti rappresentano"
"La vita che stai vivendo non ti assomiglia più"

Se lavoriamo solo per farla tacere, senza chiederci cosa sta cercando di comunicarci, rischiamo di spegnere l’allarme lasciando acceso l’incendio.

E quando un messaggio non viene ascoltato, tende ad intensificarsi.
Non per punirti.
Ma per essere finalmente visto.

Non possiamo davvero "curare" l’ansia se non ascoltiamo il significato che porta con sé.
Non possiamo limitarci alla gestione del sintomo senza interrogarci su ciò che lo genera, lo alimenta, lo mantiene.

Trasformare l’ansia in alleata non significa romanticizzarla.
Significa riconoscerle una funzione.

Significa iniziare a chiederci:
Cosa mi sta segnalando?
Dove mi sto tradendo?
Quale bisogno sto ignorando?
Quale cambiamento sto rimandando?

A volte l’ansia non è il problema.
È la parte più onesta di noi.

Quella che non si accontenta.
Quella che non vuole adattarsi a una vita che non sente propria.
Quella che, anche quando è scomoda, sta cercando di riportarti verso qualcosa di più autentico.

Non sempre il lavoro su di sé fa sparire l’ansia.
A volte la trasforma.
E quando inizi ad ascoltarla invece che combatterla, cambia anche il modo in cui inizi a guardarti.

Non più come qualcuno "che non guarisce abbastanza in fretta".
Ma come qualcuno che sta imparando a capire davvero cosa non può più ignorare 🤎 E.S.

Un giorno ci guarderemo indietroe ci accorgeremo di avercela fatta.Non nel modo perfetto.Non senza cadere.Non senza dubi...
03/03/2026

Un giorno ci guarderemo indietro
e ci accorgeremo di avercela fatta.

Non nel modo perfetto.
Non senza cadere.
Non senza dubitare mille volte.

Ma ce l’avremo fatta.

Ci ricorderemo le sere in cui volevamo mollare.
Quelle in cui la tristezza sembrava troppo pesante.
Quelle in cui l’apatia ci toglieva energia,
in cui il vuoto faceva più rumore delle parole.

Ci ricorderemo la solitudine.
Quella che non sempre si vede,
ma si sente.
Quella che ti fa pensare
"Non so se ce la faccio ancora".

Eppure siamo andate avanti.

Con passi piccoli.
Con pause.
Con momenti di rabbia.
Con giorni in cui l’unica vittoria era alzarsi dal letto.

Siamo andate avanti anche quando non vedevamo la meta.
Anche quando non sentivamo forza.
Anche quando ci sembrava di essere fragili, troppo fragili.

Un giorno ci volteremo
e vedremo tutto questo.

Vedremo la versione di noi
che ha stretto i denti,
che ha chiesto aiuto,
che ha pianto,
che ha accettato di non essere invincibile.

Vedremo che la vera forza
non è stata non cadere.

È stata restare.
È stata attraversare.
È stata accettare le nostre debolezze
senza smettere di camminare.

E in quel momento, forse,
respireremo in modo diverso.

Non più con l’affanno di chi sopravvive,
ma con la calma di chi riconosce la strada fatta.

E ci diremo, con una dolcezza nuova:

"Non è stato facile.
Ma non mi sono lasciata indietro.
E questo è il mio successo" 🤎 E.S.

̀

Le persone non sono bloccate perché incapaci.Sono bloccate perché utilizzano sempre la stessa soluzione.Ogni comportamen...
03/03/2026

Le persone non sono bloccate perché incapaci.
Sono bloccate perché utilizzano sempre la stessa soluzione.
Ogni comportamento, anche il più disfunzionale,
nasconde una competenza appresa per sopravvivere.
Il cambiamento non nasce dall’eliminare ciò che non funziona,
ma dal riconoscere le risorse già presenti
e imparare a usarle in modo diverso.
Spesso non serve diventare qualcun altro.
Serve scoprire ciò che non hai ancora autorizzato in te 🤎 E.S.

C’è una domanda silenziosa che a volte pesa più delle altre:"Non sono in ritardo?"Laurearsi più tardi. Iscriversi all’un...
02/03/2026

C’è una domanda silenziosa che a volte pesa più delle altre:
"Non sono in ritardo?"

Laurearsi più tardi. Iscriversi all’università a trent’anni o quaranta. Non avere ancora trovato il partner "giusto". Cambiare lavoro quando gli altri sembrano già stabili.
E mentre guardi intorno, sembra che tutti abbiano rispettato una tabella di marcia invisibile.

Ma chi l’ha scritta quella tabella?
E soprattutto: esiste davvero un’età giusta?

Spesso il senso di essere in ritardo non nasce da un desiderio autentico, ma dal confronto. È uno sguardo laterale costante che trasforma le scelte in scadenze. Come se la vita fosse una gara a tappe e non un percorso personale.

Il punto è che ogni decisione arriva quando siamo pronti a sostenerla.
Iscriversi all’università in età adulta, per esempio, non è "in ritardo". È una scelta che forse a vent’anni non sarebbe stata possibile. Per maturità. Per consapevolezza. Per coraggio.
Non trovare ancora il partner non è un fallimento. Può essere il risultato di un processo di selezione più sano, di una maggiore chiarezza su ciò che si vuole.

A volte diciamo "è troppo tardi" quando in realtà stiamo dicendo "ho paura".
Paura di essere giudicati.
Paura di non farcela.
Paura di uscire da uno schema rassicurante, anche se non ci rappresenta più.

Spostare l’attenzione dal "sono in ritardo" al "cosa mi ha portato oggi a scegliere questo?" cambia completamente prospettiva.
Perché le scelte fatte ora parlano della persona che sei diventato. Delle esperienze che hai attraversato. Della consapevolezza che hai costruito.

Forse a vent’anni non avresti avuto la stessa determinazione.
Forse qualche anno fa non avresti avuto la stessa chiarezza.
Forse oggi non è tardi. È il momento coerente con chi sei.

Accettare i propri tempi non significa rinunciare all’ambizione.
Significa smettere di misurarsi con un orologio che non è il proprio.

La vita non è una linea unica con scadenze uguali per tutti.
È un percorso che prende forma quando siamo pronti a sostenerlo.

E a volte, ciò che chiami ritardo è semplicemente maturazione 🤎 E.S.

All’inizio sembra tutto chiaro.Hai energia, direzione, entusiasmo. Ti dici che questa volta sarà diverso, che ora sei da...
27/02/2026

All’inizio sembra tutto chiaro.
Hai energia, direzione, entusiasmo. Ti dici che questa volta sarà diverso, che ora sei davvero motivato. E per un po’ funziona. Ti senti centrato, determinato, quasi inarrestabile.

Poi, lentamente, qualcosa cambia. La spinta si affievolisce. Arrivano la stanchezza, la distrazione, la fatica. E lì inizia il dialogo interno:
"Non sono abbastanza costante"
"Se volessi davvero, ce la farei"
"Forse non sono capace"

È qui che nasce l’equivoco. Ci hanno insegnato che basta essere motivati. Che la motivazione è la chiave. Ma la motivazione non è stabile. Oscilla. Si trasforma. Cala. È fisiologico.

Il problema non è che la motivazione diminuisca.
Il problema è pensare che non debba farlo.

Un cambiamento reale non si regge solo sull’entusiasmo iniziale. Si regge su altro.
Si regge su struttura.
Su abitudini costruite quando l’energia è alta, che ti sostengono quando l’energia scende.
Si regge su obiettivi realistici, non ideali irraggiungibili.
Si regge sulla capacità di restare anche nei giorni "medi", non solo in quelli perfetti.

E soprattutto si regge sulla qualità del dialogo interno quando la spinta cala.
Se in quel momento ti attacchi, ti giudichi, ti accusi di non impegnarti abbastanza, stai togliendo forza proprio alla parte che avrebbe bisogno di stabilità. Se invece riconosci che la motivazione è variabile, puoi attivare disciplina gentile, organizzazione, micro-azioni concrete che non dipendono dall’umore del giorno.

La verità è che la motivazione accende il motore.
Ma è la struttura che tiene la direzione.

E quando smetti di misurare il tuo valore in base all’intensità dell’entusiasmo, inizi a costruire qualcosa di molto più solido: affidabilità verso te stesso.

Non è la costanza della motivazione a fare la differenza.
È la capacità di restare quando la motivazione cambia forma 🤎 E.S.

Ci confrontiamo continuamente.Con chi sembra più avanti.Più sicuro.Più realizzato.Più felice.Guardiamo gli altri e misur...
26/02/2026

Ci confrontiamo continuamente.
Con chi sembra più avanti.
Più sicuro.
Più realizzato.
Più felice.

Guardiamo gli altri e misuriamo noi stessi.
Come se la vita fosse una gara silenziosa.

"Dovrei essere già lì"
"Perché io no?"
"Sono in ritardo"
"Non sto facendo abbastanza"

E senza accorgercene, svalutiamo il nostro percorso.
Le nostre fatiche.
I nostri passi lenti ma coraggiosi.

Non vediamo le notti difficili che abbiamo superato.
Le scelte che ci sono costate.
Le paure che abbiamo affrontato in silenzio.

Vediamo solo ciò che ci manca.

Ma ognuno cammina con la propria storia.
Con le proprie ferite.
Con le proprie risorse.
Con il proprio ritmo.

Il confronto continuo non ci fa crescere.
Ci fa dubitare.

Forse la vera domanda non è
"Dove sono rispetto agli altri?"

Ma:
"Sto rispettando il mio tempo?"
"Sto riconoscendo i miei passi?"

Non siamo in ritardo.
Siamo nel nostro percorso.

E va bene così 🤎 E.S.

In ogni famiglia si assegnano ruoli impliciti.Il responsabile.Il fragile.Il ribelle.Il mediatore.Questi ruoli servono a ...
26/02/2026

In ogni famiglia si assegnano ruoli impliciti.
Il responsabile.
Il fragile.
Il ribelle.
Il mediatore.
Questi ruoli servono a mantenere stabilità,
ma quando diventano rigidi
limitano la possibilità di evolvere.
Spesso ciò che chiamiamo "carattere"
è solo una posizione relazionale mantenuta troppo a lungo.
Cambiare non significa tradire il sistema,
ma permettere a sé stessi di occupare uno spazio più ampio🤎 E.S.

L’ansia intensa non è solo un’emozione.È un picco fisiologico. È il sistema nervoso che entra in modalità allerta e ti f...
25/02/2026

L’ansia intensa non è solo un’emozione.
È un picco fisiologico. È il sistema nervoso che entra in modalità allerta e ti fa sentire come se qualcosa di grave stesse per accadere, anche quando razionalmente sai che non è così.

In quei momenti non serve dirsi "calmati".
Non serve ragionare.
Serve intervenire sul sistema.

Quando l’ansia è molto forte, puoi fare questo:

1. Interrompi il circuito con un cambio fisiologico mirato.
Non respirazioni generiche, ma espirazioni più lunghe dell’inspirazione.
Inspira contando 4. Espira contando 6 o 8.
L’espirazione lunga attiva il sistema parasimpatico, quello della regolazione. Fallo per almeno 2-3 minuti, anche se ti sembra inutile. L’effetto non è immediato, ma è biologico.

2. Dai al corpo un compito preciso e strutturato.
L’ansia è energia senza direzione. Se resta interna, aumenta.
Puoi scaricarla con 30-60 secondi di attivazione muscolare intensa: spingi i palmi l'uno contro l’altro con forza, contrai le gambe, fai squat lenti e controllati, oppure premi i piedi a terra come se volessi lasciare un’impronta.
Non è movimento casuale: è scarica controllata. Stai dicendo al corpo "l’energia ha uno spazio".

3. Nomina il processo, non il contenuto.
Non entrare nei pensieri ("E se succede questo?").
Di’ invece: "Sto vivendo un picco d’ansia. Il mio sistema è in allerta. Passerà".
Questo sposta l’attenzione dal film mentale al fenomeno fisiologico. Riduce la fusione con il pensiero catastrofico e ti riporta in una posizione di osservazione.

C’è un punto importante che spesso viene ignorato: il picco d’ansia ha una curva. Sale, raggiunge un apice e poi scende. Se non lo alimenti con lotta o evitamento, il corpo sa autoregolarsi. Il problema non è l’ansia in sé, ma la paura dell’ansia.

Gestirla non significa eliminarla per sempre.
Significa sapere cosa fare quando arriva, senza sentirti impotente.

E questa differenza cambia completamente il modo in cui inizi a percepirti: non più in balia, ma competente nel gestire ciò che accade dentro di te 🤎 E.S.

Ci hanno abituati a essere all’altezza.Delle aspettative.Delle richieste.Dell’immagine che gli altri hanno di noi.Così i...
24/02/2026

Ci hanno abituati a essere all’altezza.
Delle aspettative.
Delle richieste.
Dell’immagine che gli altri hanno di noi.

Così impariamo a non deludere.
A dire sì anche quando vorremmo dire no.
A sorridere quando dentro siamo stanchi.
A fare un passo in più, sempre.

"Non voglio creare problemi"
"Posso farlo io"
"Non importa, mi adatto"
"Va bene così"

E intanto ci allontaniamo piano da quello che sentiamo davvero.

Perché essere all’altezza degli altri
a volte significa smettere di essere all’altezza di noi stessi.

Ci sforziamo di mantenere un’immagine.
Di non perdere il ruolo.
Di restare quelli affidabili, forti, disponibili.

Ma chi si prende cura di quella parte di noi
che avrebbe solo bisogno di essere capita,
non performante?

Non siamo qui per soddisfare ogni aspettativa.
Non siamo qui per essere perfetti.
Non siamo qui per meritare amore attraverso lo sforzo.

A volte il gesto più coraggioso
non è fare di più.

È fare un passo indietro.
E chiederci:

"Sto vivendo per essere approvato
o per essere autentico?"

E forse, anche oggi, possiamo concederci di non essere impeccabili.
Solo veri 🤎 E.S.

Indirizzo

Via Albaro 24/4
Genova
16145

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 20:00
Martedì 08:00 - 20:00
Mercoledì 08:00 - 20:00
Giovedì 08:00 - 20:00
Venerdì 08:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 14:00

Telefono

+393774810243

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