06/03/2026
Quando parliamo di relazioni, spesso partiamo da un’immagine molto chiara: "Vorrei una persona così". Qualcuno di presente, profondo, stabile, brillante, affettuoso, autonomo, sicuro. Costruiamo dentro di noi una sorta di identikit emotivo, un’idea di come dovrebbe essere chi avremo accanto per sentirci finalmente al posto giusto.
Avere desideri e criteri non è sbagliato. Anzi, è sano sapere cosa per noi è importante. Il punto è quando quell’immagine diventa rigida, assoluta, quasi un modello perfetto a cui la realtà deve adeguarsi. In quel caso possono accadere due cose, apparentemente opposte ma in realtà molto vicine.
La prima è l’idealizzazione estrema. L’idea diventa così definita che nessuno sembra mai abbastanza. Ogni persona che incontriamo ha qualcosa che non coincide con il nostro schema e quel dettaglio diventa la prova che "non è quella giusta". Lentamente si insinua un pensiero più ampio: forse la persona giusta per me non esiste, forse sto chiedendo troppo, forse non la troverò mai. In realtà non stiamo incontrando persone reali, ma confrontando esseri umani complessi con un ideale costruito nella nostra mente.
La seconda possibilità è più silenziosa. A un certo punto, stanchi di cercare qualcosa che sembra introvabile, iniziamo a dirci che in fondo nessuno è perfetto. E questo è vero. Ma a volte questa consapevolezza diventa una giustificazione per restare in relazioni che non ci rappresentano più, che non ci nutrono davvero, che non ci fanno stare così bene come vorremmo. Non perché vada tutto male, ma perché "alcune cose funzionano", perché in fondo corrisponde ad alcuni degli standard che avevamo immaginato, perché affrontare la solitudine, il cambiamento, il giudizio degli altri fa più paura che restare.
Così oscilliamo tra il "non esiste nessuno all’altezza" e il "va bene così, tanto la perfezione non esiste". In entrambi i casi, il rischio è lo stesso: non chiederci davvero cosa sentiamo nella relazione concreta che stiamo vivendo.
Forse la domanda non è "esiste la persona giusta per me?", ma "questa relazione, oggi, mi fa sentire me stesso?". Mi permette di crescere? Mi fa sentire visto, rispettato, scelto? Oppure sto cercando di farla rientrare a forza dentro un’idea che avevo deciso prima ancora di incontrare l’altro?
Le relazioni non nascono per soddisfare un identikit perfetto, ma per creare uno spazio in cui due persone reali possano incontrarsi, con limiti, differenze, imperfezioni. E allo stesso tempo non nascono per essere sopportate per paura di restare soli.
Forse il passaggio più difficile è questo: lasciare andare l’idea rigida di come dovrebbe essere l’altro e iniziare a chiederci con onestà come stiamo noi, lì dentro. Perché tra l’idealizzazione e il restare per timore, c’è uno spazio più maturo: quello in cui scegliamo non l’idea di una persona, ma la qualità della relazione che vogliamo vivere 🤎 E.S.