25/11/2025
Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. È una data che non può essere solo ricordata: deve scuotere, farci riflettere, smuovere le radici profonde di una cultura che ancora troppo spesso tollera l’ennesimo silenzio.
Quando parliamo di femminicidio, non intendiamo semplicemente “una donna che muore”: è un termine carico di significato, perché indica una morte che nasce dentro relazioni di potere, di proprietà, di manipolazione affettiva. Non è solo un male individuale, è la punta estrema di una cultura patriarcale che ha normalizzato, spesso senza farsene accorgere, l’idea che una donna possa essere posseduta, controllata, “ridotta” a oggetto.
Il femminicidio è la manifestazione più brutale di una violenza sistemica, dove l’omicidio non è un gesto impulsivo, ma spesso l’ultimo atto di un controllo messo in atto per anni. È quella dinamica relazionale che racconta di disuguaglianza, di sguardi che trattano l’altro come “proprietà”, di gelosia che diventa prigione. Il femminicidio non è la follia, è il risultato di un potere esercitato con ferocia. Non è un problema di raptus, ma uno strumento per disciplinare chi non si lascia possedere, chi osa essere libera.
I numeri in Italia sono tragici. Secondo il Ministero della Salute, dal 1° gennaio all’18 novembre 2024 sono stati registrati 269 omicidi, di cui 98 donne.
Di queste, 84 vittime sono morte in contesti familiari o affettivi, e 51 per mano di partner o ex partner.
Secondo l’ANSA, tra le vittime delle aggressioni più recenti ci sono donne uccise entro le mura di casa, in quei “sistemi affettivi” che avrebbero dovuto proteggere, non distruggere.
Nel mondo nel 2023 ogni 10 minuti un partner o un familiare ha ucciso una donna intenzionalmente.
In Italia, sono 6,4 milioni le donne che hanno subito violenza fisica o sessuale (1 su 3). Quasi il 64% degli stupri è commesso da partner o ex partner. Le violenze sessuali contro le giovani donne (dai 16 ai 24 anni) sono aumentate e sfiorano il 31%.
Solo il 13% delle donne denuncia le violenze subite, e se la relazione è ancora in corso le denunce scendono al 3,8%.
Questi non sono numeri astratti: sono vite che hanno nome, paura, speranze. Sono sorelle, figlie, amiche.
Come detto, molto spesso l'omicidio è l'ultimo gesto di un controllo perpetrato per anni.
Perché parliamo di femminicidio? Perché non basta dire “violenza”: serve chiamare le cose col loro nome, riconoscere il pattern relazionale, la cultura di controllo, l’idea distorta che una donna possa essere “ripresa” o “punita” per la sua libertà. Quando diciamo “femminicidio”, stiamo puntando il dito non solo su un crimine, ma su una mentalità: una cultura che ha radici profonde nel maschilismo, nelle disuguaglianze di potere, nelle frasi insidiose che ascoltiamo ogni giorno, anche senza rendercene conto.
Perché cambiare non basta nelle leggi (anche se serve): serve cambiare nella testa, nei gesti, nelle responsabilità quotidiane. Serve parlare di ruoli con i nostri figli e le nostre figlie. Serve educare al rispetto, alla libertà, al valore dell’altro come soggetto, non oggetto. Serve riconoscere che la violenza non inizia con il gesto estremo: spesso inizia con un insulto non detto, con una gelosia giustificata, con un controllo sottilissimo camuffato da “preoccupazione”.
Il cambiamento più urgente è quello che accade dentro di noi. Non serve una rivoluzione rumorosa: serve una trasformazione silenziosa ma persistente, fatta di scelte quotidiane. Di parole che cambiano significato. Di relazioni che si modificano. Di consapevolezza che si costruisce giorno dopo giorno.
E se oggi alziamo la voce, che non sia solo per ricordare, ma per chiedere più di un momento: chiediamo un mondo dove una donna non sia più uccisa dal suo amore, ma liberata dalla sua verità. Chiediamo di costruire una cultura dove il rispetto non sia un privilegio, ma un diritto per tutte.
Perché non possiamo accettare che la violenza sia parte della normalità.
Non possiamo restare in silenzio.
Non possiamo girarci dall’altra parte.
Se senti che queste parole ti toccano, condividile: più lo diciamo, più diventa difficile ignorarlo.