09/02/2026
Continuiamo a chiamare amore ciò che è possesso.
Lo diciamo senza accorgercene, come se fosse normale.
Continuiamo a giustificare la gelosia, a leggerla come intensità, come passione.
E continuiamo a dire “era un bravo ragazzo” anche quando una donna è morta.
Come se quella frase potesse ripulire tutto il resto.
Il femminicidio non arriva all’improvviso.
Non esplode.
Si prepara.
Cresce lentamente dentro relazioni dove il controllo viene tollerato, dove il no diventa una ferita narcisistica, dove la frustrazione non trova parole e allora diventa rabbia.
Dentro un’idea malata di legame, in cui l’altro smette di essere una persona e diventa una proprietà.
Le vedi quando la fine di una relazione non è dolore, ma umiliazione.
Quando l’abbandono viene vissuto come un’offesa personale.
Quando il vuoto interno è così insopportabile da dover essere riempito dominando qualcuno.
Non è amore. È fragilità che non sa reggere se stessa.
E come società arriviamo sempre dopo.
Dopo le urla che nessuno ha preso sul serio.
Dopo i segnali minimizzati.
Dopo quel silenzio che abbiamo scelto di non disturbare perché “sono cose loro”.
Non è un problema delle donne.
È una questione maschile.
Educativa. Adulta.
È l’incapacità di insegnare il limite, di stare dentro la frustrazione, di dire chiaramente che l’amore non trattiene, non controlla, non salva con la forza.
E finché continueremo a indignarci senza cambiare davvero, questa non sarà cronaca. Sarà complicità.