03/12/2025
A volte abbiamo una visione un po’ irrealistica della terapia. Come se fosse una specie di bacchetta magica capace di ricucire in fretta ogni strappo emotivo.
A volte qualcuno immagina persino che basti portare al terapeuta la stoffa un po’ logora della propria storia, consegnargliela come si farebbe in lavanderia o in sartoria e aspettarsi di tornare il giorno dopo per ritirarla cucita a macchina, stirata e pronta all’uso.
Ma la verità è che non funziona così, non perché la terapia non sia efficace, ma perché alcuni strappi sono profondi, antichi, complessi.
E allora io immagino sempre il lavoro terapeutico come una piccola sartoria dell’anima, un atelier psicologico, come mi piace chiamarlo, in cui paziente e terapeuta si siedono insieme, aprono la stoffa della storia personale e guardano cosa c’è da fare.
Ci sono situazioni in cui il paziente arriva con uno strappo sì, ma anche con un filo di buona qualità. Un filo forte, già pronto. E allora basta infilare l’ago, affiancarlo nei primi punti, mostrargli il ritmo del “entra–esci” del lavoro di riparazione… e piano piano la ferita si chiude.
In questi casi la terapia può essere breve, sorprendentemente efficace fin da subito, quasi come un piccolo rattoppo fatto bene al primo colpo.
Poi ci sono persone che arrivano con un filo che sembra buono, ma che appena tiri un po’ si spezza. Non è colpa loro: è semplicemente un materiale fragile, consumato da anni di fatica, fatto di convinzioni che non reggono e di risorse che non sono state nutrite.
E allora ci troviamo a cercare insieme un nuovo filo, più resistente, più adatto. Lo si va a scovare nei ricordi, nelle relazioni, nei desideri, a volte anche nelle mancanze. E solo quando c’è il filo giusto si può davvero ricominciare a cucire.
E poi ci sono quei momenti in cui il paziente non ha proprio il filo. Non lo vede, non lo sente.
A malapena percepisce lo squarcio: avverte solo che “qualcosa dentro è aperto”. In questi casi il lavoro diventa ancora più fino, quasi da ricamatori: bisogna prima riconoscere la lacerazione, capirne i contorni, trovare insieme i primi materiali. E già questo è un processo.
Ricucire, in ogni caso, fa un po’ male. L’ago punge. Ogni punto, per quanto sia “a fin di bene”, tocca la sensibilità del paziente, la fa vibrare. Ma proprio quel pungere, quel passare attraverso la stoffa della storia personale, è ciò che permette ai lembi di tornare a incontrarsi, a conoscersi di nuovo, a diventare una trama più solida.
E allora sì: la terapia a volte è rapida e altre volte è lenta. Non perché ci sia qualcuno che se ne approfitta (parlo di terapisti seri e di pazienti che lavorano seriamente) ma perché alcuni squarci richiedono tempo, pazienza, punti lenti e precisi. E perché certe riparazioni non si possono fare correndo: rischieremmo di strappare ancora di più.
La verità è che, in questa piccola sartoria dell’anima, ogni percorso è unico. Alcuni entrano per una cucitura veloce. Altri per un lungo lavoro di modellatura, di rinforzo, di ricostruzione. Ma tutti, proprio tutti, possono uscire con una stoffa diversa: non perfetta ma più integra, più portabile, e più loro.
E questo, per me, resta uno dei gesti più belli della psicoterapia: ricucire insieme ciò che sembrava perduto.
E punto dopo punto, il paziente scopre che non stiamo solo riparando una stoffa: stiamo insegnando alle sue mani a diventare le mani che un giorno sapranno aggiustare da sole.
A cucire e a ricucire i lembi della propria vita, facendo sì che gli strappi futuri o le piccole scuciture che nel corso dell’esistenza (a terapia finita) potrebbero formarsi, trovino mani ormai abili e un filo resistente, pronto per un rammento immediato ed efficace.
Perché la vera forza della terapia non è consegnare un abito finito, ma restituire la capacità di continuare a prendersi cura della propria trama, ogni volta che servirà. VS