Fisioterapia Sport Gorizia Grazzina

Fisioterapia Sport Gorizia Grazzina Fisioterapia e Sport:
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Quanto allenamento serve per mantenere forza e massa muscolare. Il messaggio chiave è questo: se smetti del tutto, i gua...
21/04/2026

Quanto allenamento serve per mantenere forza e massa muscolare. Il messaggio chiave è questo: se smetti del tutto, i guadagni muscolari vengono conservati solo per un periodo relativamente breve, indicato dagli autori come meno di 3 settimane; con detraining più lungo compaiono poi perdita di forza e atrofia.

Nel dettaglio, la review riporta che in uno studio, dopo un periodo iniziale di allenamento, chi ha smesso completamente ha mostrato dopo 12 settimane un forte calo della forza isometrica del ginocchio, mentre chi ha ridotto la frequenza a 1 o 2 volte a settimana ha mantenuto o persino leggermente aumentato la forza.

Per la massa muscolare, la review cita un altro studio in cui, dopo 16 settimane di allenamento, i soggetti hanno proseguito per 32 settimane con tre strategie: niente allenamento, 1 seduta/settimana con 3 serie, oppure 1 seduta/settimana con 1 sola serie. In quel contesto, la forza massimale è stata mantenuta nei protocolli di mantenimento, ma per l’ipertrofia c’è stata una differenza importante: i giovani hanno mantenuto i guadagni muscolari, mentre negli anziani i guadagni di massa sono tornati ai valori di partenza anche con questi protocolli minimi.

Quindi, riassunto molto pratico dell’articolo:

0–3 settimane di stop completo: i guadagni tendono a conservarsi ancora.
Dopo stop più lunghi: iniziano perdita di forza e atrofia.
12 settimane senza allenarti: nello studio citato si vedeva già una marcata perdita di forza.
1 seduta breve a settimana può bastare per mantenere bene la forza per mesi; per la massa muscolare sembra funzionare meglio nei giovani che negli anziani.

Iversen VM, Norum M, Schoenfeld BJ, Fimland MS. No Time to Lift? Designing Time-Efficient Training Programs for Strength and Hypertrophy: A Narrative Review. Sports Medicine. 2021.

Hai poco tempo per allenarti?La domanda non è solo “quanto ti alleni”, ma come organizzi il lavoro.Una review pubblicata...
20/04/2026

Hai poco tempo per allenarti?
La domanda non è solo “quanto ti alleni”, ma come organizzi il lavoro.

Una review pubblicata su Sports Medicine ha analizzato come rendere l’allenamento per forza e ipertrofia più efficiente sul piano del tempo. Il messaggio centrale non è che “meno è meglio”, ma che, quando il tempo è poco, si può comunque costruire un programma utile puntando prima di tutto su esercizi bilaterali, multiarticolari e a pieno range di movimento.

Secondo gli autori, per coprire gran parte del lavoro bastano poche priorità ben scelte:
un esercizio per gli arti inferiori tipo squat o leg press,
un esercizio di spinta per la parte superiore,
e un esercizio di tirata per la parte superiore.
Inoltre, la review sottolinea che, quando il volume settimanale è adeguato, la frequenza conta meno del volume totale: la proposta pratica è di arrivare ad almeno 4 serie settimanali per gruppo muscolare, di solito nel range 6–15 RM; se ci si allena fino al cedimento volontario, possono essere usate anche 15–40 ripetizioni.

Un altro punto interessante è questo: tecniche come superset, drop set e rest-pause possono ridurre grossomodo della metà il tempo di allenamento rispetto ai set tradizionali, mantenendo il volume di lavoro. La review però precisa anche che queste strategie sembrano più promettenti per l’ipertrofia che per la forza massimale, e che servono ancora più studi longitudinali per chiarire meglio gli effetti nel lungo periodo.

Anche il finale è molto pratico:
riscaldamento soprattutto specifico,
e stretching da prioritizzare solo se l’obiettivo è aumentare la flessibilità.
Gli stessi autori ricordano inoltre che questa review è pensata soprattutto per la popolazione generale con poco tempo, non per chi vuole ottimizzare ogni dettaglio della performance atletica.

In sintesi:
se hai poco tempo, la review suggerisce di non disperdere energie in troppe scelte secondarie.
Meglio fare poche cose, ma farle bene:
esercizi fondamentali, volume minimo sufficiente, organizzazione intelligente del lavoro.

Riferimento
Iversen VM, Norum M, Schoenfeld BJ, Fimland MS. No Time to Lift? Designing Time-Efficient Training Programs for Strength and Hypertrophy: A Narrative Review. Sports Medicine. 2021.

16/04/2026
Xie L. et al., Prevalence, clinical predictors, and mechanisms of resorption in lumbar disc herniation: a systematic rev...
16/04/2026

Xie L. et al., Prevalence, clinical predictors, and mechanisms of resorption in lumbar disc herniation: a systematic review, Orthopedic Reviews, 2024. La review ha incluso 70 studi; per il riassorbimento spontaneo dopo trattamento conservativo riporta una prevalenza complessiva del 76,6% (1684/2199), con processo osservato soprattutto entro 3–6 mesi, e più frequente nelle ernie rotte/non contenute rispetto a quelle contenute. Gli autori però precisano che gli studi inclusi erano tutti di qualità bassa o molto bassa secondo GRADE.

Meccanismo generale riportato dalla review
La review dice che il riassorbimento spontaneo coinvolge soprattutto vie infiammatorie, neovascolarizzazione, infiltrazione di macrofagi, intervento immunitario e degradazione della matrice. Nelle conclusioni gli autori scrivono che il meccanismo principale è soprattutto legato alla infiltrazione dei macrofagi, che innesca la risposta immunitaria contro il materiale erniato.

1) Esposizione del materiale erniato al sistema vascolare/epidurale
Secondo la review, il nucleo polposo è più predisposto al riassorbimento quando è esposto ai vasi epidurali attraverso una rottura del legamento longitudinale posteriore (PLL). Le forme dissociate/sequestrate hanno una probabilità più alta di riassorbimento perché aumentano il contatto del materiale erniato con l’ambiente vascolare e immunitario; la review cita anche una probabilità molto alta di riassorbimento per il materiale dislocato. Inoltre, “più grande è l’area di nucleo polposo esposta, maggiore è la probabilità di riassorbimento”.

2) Cascata infiammatoria
La review descrive che le cellule discali producono citochine pro-infiammatorie come TNF-α, IL-1β e IFN-γ; il TNF-α induce la produzione di MCP-1, che richiama monociti. Questi monociti si trasformano in macrofagi e amplificano ulteriormente la risposta infiammatoria, creando una vera e propria cascata infiammatoria.

3) Macrofagi e fagocitosi
I macrofagi vengono descritti come cellule chiave del processo. La review riporta che i macrofagi sono presenti nel tessuto erniato e che, secondo studi istologici ed elettron-microscopici citati, partecipano alla rimozione del materiale del nucleo polposo e dei detriti cellulari tramite fagocitosi. L’infiltrazione e l’attivazione dei macrofagi sono indicate come passaggi critici del riassorbimento.

4) Polarizzazione M1/M2 dei macrofagi
La review distingue macrofagi M1 e M2.
Gli M1 producono citochine pro-infiammatorie, tra cui TNF-α e IL-1β; queste sostanze sono associate alla risposta infiammatoria e stimolano chemokine che attivano le MMP e favoriscono indirettamente la neovascolarizzazione, processo ritenuto utile al riassorbimento.
Gli M2 hanno invece un ruolo più anti-infiammatorio e di riparazione; la review riporta che secernono IL-4 e IL-10, che favoriscono il riassorbimento promuovendo la fagocitosi e attenuando la risposta infiammatoria.

5) Neovascolarizzazione
La review riporta che tra i mediatori coinvolti ci sono VEGF, bFGF e PDGF, con il VEGF indicato come mediatore importante dell’angiogenesi. Gli autori descrivono l’attività dei macrofagi e dei mediatori pro-angiogenici come regolatori principali della neovascolarizzazione nella risposta infiammatoria, e questa neovascolarizzazione viene collegata al riassorbimento del materiale erniato.

6) Degradazione della matrice
Un altro passaggio importante, secondo la review, è l’attivazione delle MMP. In particolare vengono citate MMP-3 e MMP-7; la review riferisce che l’aumento di MMP-3 nel disco erniato contribuisce alla degradazione del tessuto del nucleo polposo, facilitando il riassorbimento. La tabella dei meccanismi molecolari include anche altri mediatori come IL-6, IL-8, MCP-1, CXCL10, CXCL1, midkine, NO, PGE2 e altri enzimi della matrice.

Terapia manuale: cosa ha trovato una review del 2025 sui meccanismi?Una review pubblicata nel 2025 ha analizzato 62 revi...
14/04/2026

Terapia manuale: cosa ha trovato una review del 2025 sui meccanismi?

Una review pubblicata nel 2025 ha analizzato 62 review su ciò che accade durante o dopo l’applicazione della terapia manuale. Gli autori hanno incluso review sistematiche, narrative e scoping review, cercando nelle banche dati Medline, CINAHL, Cochrane Library e PEDro. ()

Il risultato principale è questo: le review di qualità moderata hanno supportato cambiamenti neurovascolari, neurologici e legati a neurotrasmettitori/neuropeptidi. Le review di bassa qualità hanno supportato cambiamenti neuroimmuni, neuromuscolari e neuroendocrini. Le review di qualità criticamente bassa hanno supportato i cambiamenti biomeccanici.

Nelle conclusioni, gli autori scrivono che i risultati supportano evidenze da criticamente basse a moderate di risposte meccanicistiche complesse e multisistemiche associate alla terapia manuale. Riportano inoltre meccanismi periferici, spinali segmentali e sovraspinali, misurabili in modo diretto o indiretto.

Gli autori aggiungono però un punto importante: il valore clinico di questi risultati non è stato ben stabilito. Scrivono anche che, pur essendo la terapia manuale un intervento efficace per trattare condizioni come il dolore, la letteratura attuale lascia ancora incertezza sul perché queste tecniche funzionino, e che la ricerca futura dovrebbe chiarire meglio quali meccanismi, o combinazioni di meccanismi, siano mediatori della risposta clinica.

Riferimento
Keter DL, Bialosky JE, Brochetti K, Courtney CA, Funabashi M, Karas S, et al. The mechanisms of manual therapy: A living review of systematic, narrative, and scoping reviews. PLOS ONE. 2025;20(3). DOI: 10.1371/journal.pone.0319586.

POSTURA PERFETTA? FORSE IL PROBLEMA NON È QUELLO.Per anni ci hanno ripetuto che il mal di schiena dipende dalla “postura...
14/04/2026

POSTURA PERFETTA? FORSE IL PROBLEMA NON È QUELLO.

Per anni ci hanno ripetuto che il mal di schiena dipende dalla “postura sbagliata”.

Ma una revisione recente ha messo in discussione proprio l’idea di una postura standard da usare come modello per dire se una persona è “allineata bene” o “allineata male”. Secondo gli autori, questo approccio non è supportato dalle evidenze attuali. ()

Non solo.
Una revisione sistematica con meta-analisi più recente, che ha confrontato parametri posturali statici tra persone con e senza lombalgia, ha concluso che non si possono fare conclusioni ferme e affidabili sulla relazione tra asimmetrie posturali e mal di schiena, anche per l’elevata eterogeneità degli studi. ()

Questo non significa che la postura non conti mai.
Significa che ridurre tutto a:
“hai male perché stai storto”
oppure
“devi solo correggere la postura”
è molto più fragile di quanto spesso venga raccontato. ()

Forse il punto non è inseguire una postura perfetta.
Forse il punto è capire meglio come ti muovi, quanto ti muovi, quanto sei tollerante ai carichi e quanto il tuo corpo riesce ad adattarsi.

Barra-López ME, et al. The standard posture is a myth: a scoping review. Journal of Rehabilitation Medicine. 2024.
Sugavanam T, et al. Postural asymmetry in low back pain - a systematic review and meta-analysis of observational studies. Disability and Rehabilitation. 2025.
Kripa S, et al. Low back pain myths: a narrative review. Bulletin of Faculty of Physical Therapy. 2024.

Lesione meniscale degenerativa non significa automaticamente chirurgia.Una revisione di revisioni pubblicata su Musculos...
13/04/2026

Lesione meniscale degenerativa non significa automaticamente chirurgia.

Una revisione di revisioni pubblicata su Musculoskeletal Surgery ha analizzato 13 revisioni sistematiche su lesioni meniscali degenerative in pazienti di mezza età.

Il messaggio principale è semplice:
nel lungo termine, l’artroscopia non ha mostrato un miglioramento di dolore e funzione superiore rispetto all’esercizio terapeutico o al placebo.

Per questo gli autori riportano che il trattamento conservativo basato sulla fisioterapia dovrebbe essere la prima scelta.

La review segnala anche che esistono pazienti che non migliorano con il trattamento conservativo e che possono trovare beneficio nella chirurgia, ma il messaggio centrale resta questo:
nelle lesioni meniscali degenerative, iniziare con un percorso conservativo ha un forte supporto in letteratura.

Queste conclusioni si basano su evidenze di qualità metodologica moderata/bassa, che risentono anche di fattori confondenti come la mancanza di trattamenti e controlli standardizzati tra gli studi.

Rotini M, Papalia G, Setaro N, et al.
Arthroscopic surgery or exercise therapy for degenerative meniscal lesions: a systematic review of systematic reviews.
Musculoskelet Surg. 2023;107(2):127-141.

Chemioterapia e cuore: l’esercizio fisico è previsto nelle raccomandazioni recenti.Nelle raccomandazioni recenti di card...
10/04/2026

Chemioterapia e cuore: l’esercizio fisico è previsto nelle raccomandazioni recenti.

Nelle raccomandazioni recenti di cardio-oncologia, l’esercizio fisico compare come parte della prevenzione e della riabilitazione cardiovascolare nelle persone trattate per tumore. Le linee guida ESC di cardio-oncologia indicano che le modifiche dello stile di vita, compreso l’esercizio fisico, rientrano nelle strategie per prevenire la tossicità cardiovascolare correlata ai trattamenti oncologici. ()

Nel follow-up dopo le terapie, i documenti ESC raccomandano anche il mantenimento di uno stile di vita sano con regolare attività fisica. Nei documenti più recenti di cardio-oncologia e riabilitazione viene inoltre ribadita l’importanza dei programmi di cardio-oncology rehabilitation and exercise nella presa in carico dei pazienti e dei survivor. ()

Questo non significa sostituire controlli, ecocardiogrammi, biomarcatori o terapie cardiologiche quando sono indicati. Significa che, nelle raccomandazioni recenti, l’esercizio fisico è considerato una parte reale del percorso cardio-oncologico, da adattare alla situazione clinica della persona. ()

Riferimenti
• ESC Cardio-Oncology Guidelines / ESC CardioPractice
• Adams SC et al. Cardio-oncology rehabilitation and exercise: evidence, priorities, and research standards from the ICOS-CORE working group. European Heart Journal, 2025
• Bisceglia I et al. Cardio-oncology rehabilitation: are we ready? European Heart Journal Supplements, 2024

Il gesto parte prima del movimento che vediQuando stai per compiere un gesto, il cervello non aspetta l’ultimo istante.P...
09/04/2026

Il gesto parte prima del movimento che vedi

Quando stai per compiere un gesto, il cervello non aspetta l’ultimo istante.
Prima ancora che il movimento sia visibile, il sistema motorio entra in una fase di preparazione: seleziona l’azione, aumenta la prontezza dei circuiti utili e riduce l’interferenza di quelli non necessari. Il movimento, quindi, non nasce “all’improvviso”: viene preparato.

Questo significa anche che la preparazione del gesto non è soltanto “accendere” i muscoli giusti.
In molti compiti il sistema nervoso mette in atto anche una inibizione selettiva: frena i pattern motori non scelti, probabilmente per evitare risposte premature o movimenti indesiderati. In altre parole, muoversi bene significa anche non attivare ciò che non serve.

Quando il gesto rischia di perturbare l’equilibrio, entra in gioco un altro fenomeno fondamentale: gli aggiustamenti posturali anticipatori.
Prima di muovere un braccio, iniziare un passo o gestire un carico, alcuni muscoli posturali possono attivarsi già circa 100 ms prima del gesto principale. È il modo con cui il corpo prepara stabilità e controllo prima dell’azione.

Anche il cervelletto rientra in questo quadro: la letteratura lo collega ai meccanismi predittivi/feedforward, cioè alla capacità di preparare e correggere il movimento in anticipo rispetto al feedback tardivo.

Cunnington R, Windischberger C, Deecke L, Moser E. The preparation and readiness for voluntary movement: a high-field event-related fMRI study of the Bereitschafts-BOLD response. NeuroImage, 2003.
Schurger A, et al. What Is the Readiness Potential? Trends in Cognitive Sciences, 2021.
Duque J, Ivry RB. Role of Corticospinal Suppression during Motor Preparation. Cerebral Cortex, 2009.
Piscitelli D, et al. Anticipatory postural adjustments and anticipatory synergy adjustments: preparing to a postural perturbation with predictable and unpredictable direction. Experimental Brain Research, 2017.
MacKinnon CD, Winter DA. Preparation of anticipatory postural adjustments prior to stepping. Journal of Neurophysiology, 2007.
Tanaka H, Ishikawa T, Lee J, Kakei S. The Cerebro-Cerebellum as a Locus of Forward Model. Frontiers in Systems Neuroscience, 2020.

PIÙ DI 600 MUSCOLI.Il corpo umano contiene oltre 600 muscoli scheletrici.Alcuni articoli riportano un numero approssimat...
08/04/2026

PIÙ DI 600 MUSCOLI.

Il corpo umano contiene oltre 600 muscoli scheletrici.
Alcuni articoli riportano un numero approssimativo di circa 640 muscoli.

Non sono solo “pezzi anatomici”.
Sono il sistema che ci permette di camminare, alzarci, respirare, afferrare, correre, saltare, stabilizzare le articolazioni e produrre forza.

Ogni gesto quotidiano passa da lì.
Ogni movimento.
Ogni salita di scale.
Ogni volta che ti alzi da una sedia.

Per questo parlare di muscoli non significa parlare solo di sport.
Significa parlare di funzione, autonomia e capacità di muoversi nel mondo.

Riferimenti bibliografici
Randolph ME, Pavlath GK. A muscle stem cell for every muscle: variability of satellite cell biology among different muscle groups. Front Aging Neurosci. 2015;7:190.
Tieland M, Trouwborst I, Clark BC. Skeletal muscle performance and ageing. J Cachexia Sarcopenia Muscle. 2018;9(1):3–19.
Heymsfield SB, Hu HH, Johanssen E, et al. Reference Methods for Measuring Skeletal Muscle Mass: A Critical Perspective. J Cachexia Sarcopenia Muscle. 2026;17(1):e70184.

NON È SOLO “FARE MOVIMENTO”.POTREBBE CAMBIARE IL TUO FUTURO.Uno studio su 11.169 donne australiane ha analizzato il rapp...
08/04/2026

NON È SOLO “FARE MOVIMENTO”.
POTREBBE CAMBIARE IL TUO FUTURO.

Uno studio su 11.169 donne australiane ha analizzato il rapporto tra attività fisica nella mezza età e mortalità, seguendo le partecipanti per circa 15 anni.

Il dato che colpisce di più è questo:
tra le donne che hanno mantenuto nel tempo i livelli raccomandati di attività fisica, è morto il 5,3%.

Tra quelle rimaste inattive, è morto il 10,4%.

In pratica, nello studio, mantenersi attive nella mezza età è stato associato a un rischio di morte per tutte le cause circa dimezzato rispetto a rimanere inattive.
L’attività considerata era quella in linea con le raccomandazioni: almeno 150 minuti a settimana di attività fisica moderata-vigorosa.

Gli autori riportano che i dati su mortalità cardiovascolare e oncologica erano invece meno certi, e tra i limiti dello studio segnalano che l’attività fisica era auto-riferita.

Ma il messaggio principale del lavoro resta molto chiaro:
restare attive nella mezza età è stato associato a una marcata riduzione della mortalità complessiva.

Riferimenti bibliografici
Nguyen B, Owen KB, Luo M, Brown W, Mielke GI, et al. Physical activity across mid-life and mortality outcomes in Australian women: A target trial emulation using a prospective cohort. PLOS Medicine. 2026;23(3):e1004976.
Nature. Regular physical activity in midlife cuts risk of early death. 2 April 2026.

TI SENTI RIGIDO… O IL TUO CERVELLO TI STA PROTEGGENDO?Molte persone, con il passare degli anni, dicono:“Mi sento sempre ...
06/04/2026

TI SENTI RIGIDO… O IL TUO CERVELLO TI STA PROTEGGENDO?

Molte persone, con il passare degli anni, dicono:

“Mi sento sempre più rigido.”

Ma c’è un punto importante: la rigidità che senti non coincide sempre con una maggiore rigidità meccanica reale dei tessuti.

Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha osservato che persone con lombalgia cronica e sensazione di schiena rigida non mostravano una schiena oggettivamente più rigida rispetto ai controlli sani.
Eppure percepivano più intensamente la forza applicata e distinguevano meglio piccole variazioni di pressione.
A volte la sensazione di “essere bloccati” non descrive soltanto i tessuti ma anche il modo in cui il sistema nervoso interpreta e segnala protezione.

Questo non significa che “sia tutto nella testa”.
Significa qualcosa di più interessante:
dolore, percezione e movimento non sempre raccontano la stessa storia.

Per chi lavora sulla salute questo cambia molto:
non basta chiedersi quanto un tessuto sia rigido,
bisogna chiedersi anche perché il corpo venga percepito come rigido.

Capire questa differenza può cambiare il modo in cui leggiamo:

la lombalgia
la rigidità mattutina
la paura di muoversi
la sensazione di “schiena di legno”

A volte il problema non è solo quanto il corpo cede.
È quanto il cervello sente il bisogno di proteggerti.

📚 Riferimento:
Stanton TR, Moseley GL, Wong AYL, Kawchuk GN. Feeling stiffness in the back: a protective perceptual inference in chronic back pain. Scientific Reports. 2017.

Indirizzo

Via Morelli 19/C
Gorizia
34170

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