18/01/2026
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Sappiamo che passiamo quasi il 90% del tempo al chiuso e che la luce naturale è il principale “orologio esterno” che sincronizza i nostri ritmi biologici. Quando questo segnale si indebolisce il rischio è una sorta di disallineamento: il cervello e gli organi periferici, muscoli inclusi, faticano a restare in fase. È su questo punto che si innesta uno studio pubblicato su Cell Metabolism: 13 persone con diabete di tipo 2, tutte over 65, sono state osservate in un protocollo molto controllato, con due condizioni a confronto in ordine casuale e a distanza di almeno quattro settimane. In una sessione lavoravano dalle 8 alle 17 in una stanza con grandi finestre e luce naturale, nell’altra nella stessa routine ma con luce artificiale costante, mentre pasti, attività fisica, sonno e persino uso di schermi venivano mantenuti il più possibile identici.
Il risultato, pur in un campione piccolo e per soli 4 giorni e mezzo, è stato coerente: con la luce naturale i partecipanti hanno passato più tempo “nel range” di glicemia considerato desiderabile, circa 59% del tempo contro 51% con luce artificiale, con minore variabilità. In parallelo, il metabolismo si è spostato verso una maggiore ossidazione dei grassi, un segnale di migliore flessibilità metabolica, e in serata i livelli di melatonina erano leggermente più alti, come se l’intera giornata fosse stata più ben “messa a tempo”.
L’articolo completo di Aureliano Stingi su Salute