23/02/2026
Punch è stato abbandonato da sua madre.
E in mezzo a quella confusione ha trovato qualcosa a cui aggrapparsi: un peluche.
Non era sua madre.
Ma era qualcosa che lo sosteneva.
E quell’immagine ci tocca… perché, in fondo, tutti siamo stati un po’ Punch.
Punch ci ha ricordato qualcosa che a volte dimentichiamo:
che non tutti i processi sono facili.
Che adattarsi richiede tempo.
Che imparare a convivere con ciò che fa male… fa male davvero.
Punch abbraccia il suo peluche quando si sente triste e confuso.
E quell’immagine commuove perché tutti abbiamo avuto giorni così.
Giorni in cui non ci sentiamo al nostro posto.
Giorni in cui ci sentiamo piccoli.
Giorni in cui desideriamo solo qualcosa che ci faccia sentire al sicuro.
E non c’è nulla di sbagliato in questo.
Non è debolezza.
È parte dell’essere umani.
È parte dell’aver vissuto esperienze che ci hanno spezzato il cuore.
Molte persone cresciute con abbandono emotivo, con genitori narcisisti o in relazioni non sicure, hanno imparato a sostenersi come potevano.
A volte ci aggrappiamo a relazioni, a persone che non erano sane, a ricordi o a versioni di noi stessi che non esistono più.
Non sempre possiamo cambiare ciò che ci ha ferito.
Ma possiamo cercare qualcosa che ci sostenga mentre guariamo:
Un terapeuta.
Un libro.
Una comunità.
Una routine.
Un limite.
Una decisione.
Forse la storia di Punch non parla solo di lui… parla di noi.
Parla di quella parte che, pur ferita, continua a cercare sicurezza.
E questa non è fragilità.
È istinto di sopravvivenza.
🕊️ Spero che tu possa sempre trovare qualcosa che ti sostenga nei giorni in cui il mondo pesa di più. Qualcosa che ti ricordi che non sei solo/a, che ciò che provi ha senso e che guarire è un processo, non una corsa.