04/01/2026
La Fine dell’Instinto: Quando lo Schermo mangia la Sopravvivenza
Le immagini di un incendio che divora un soffitto mentre la folla continua a ballare non sono solo un documento di cronaca, ma il sintomo di una frattura profonda tra l’uomo e la realtà. Ci interroghiamo con rabbia sul perché nessuno scappi, ma la verità è che stiamo assistendo a un collasso cognitivo di massa. In quegli istanti, il telefono smette di essere uno strumento di comunicazione e diventa una barriera psicologica: guardare il fuoco attraverso un display trasforma una minaccia chimica e mortale in un semplice "evento visivo". Lo schermo anestetizza la paura, convincendo il cervello che ciò che stiamo inquadrando non possa toccarci, quasi fosse il frame di un videogioco o di un film già visto mille volte.
Questo fenomeno non è esibizionismo, ma un "congelamento emotivo" mascherato da tecnologia. La mente, sopraffatta da un pericolo che non sa processare, si rifugia nel normalcy bias: se la musica suona e nessuno corre, allora non sta succedendo nulla di grave. È l'effetto spettatore elevato alla potenza digitale, dove la responsabilità di agire viene delegata agli altri, mentre noi restiamo immobili a "testimoniare" la nostra stessa fine.
Ma c'è un vuoto ancora più inquietante dietro questi video: un analfabetismo scientifico che ci ha privati della percezione del rischio. Molti dei presenti non sanno che il fuoco in un luogo chiuso non è scenografia, ma un predatore invisibile. Non sanno che i gas caldi accumulati al soffitto precedono l'asfissia e che bastano manciate di secondi perché l'ossigeno scompaia. Abbiamo smesso di insegnare la fisica del reale, sostituendola con l'estetica dell'immagine. Quando non si conosce la natura distruttiva degli elementi, si finisce per scambiare una trappola mortale per un momento "virale" da collezionare.
Tuttavia, analizzare questo blackout psicologico non deve mai servire a costruire un alibi per chi quel fuoco lo ha permesso. Se il cervello delle vittime fallisce sotto stress, la colpa non è loro, ma di chi ha trasformato un luogo di festa in una polveriera. La sicurezza non è una pratica burocratica da sbrigare con un timbro, ma il rispetto sacro per la vita umana. Chi gestisce spazi affollati ha il dovere di conoscere quelle "lezioni scritte col sangue" che sono le norme antincendio. Non si può incolpare un ragazzo perché non è scappato in tempo, se chi aveva il dovere di proteggerlo ha ignorato i pericoli basilari di un soffitto basso o di una fiamma libera.
Dobbiamo tornare a educare all'istinto e alla razionalità scientifica, per far sì che l'allarme interno torni a suonare prima che sia troppo tardi. Perché quando smettiamo di distinguere lo spettacolo dalla vita, la tragedia non fa rumore: entra in silenzio, mentre noi siamo impegnati a controllare se l'inquadratura è quella giusta.
Dott.ssa G.MANICA