29/12/2025
Condivido il pensiero del collega.
Ieri sera sono stato al cinema a vedere l’ultimo film di Checco Zalone e mi ha colpito più di quanto mi aspettassi.
È un film che usa la leggerezza come strumento narrativo, non come evasione. La comicità è presente, intelligente, mai invadente, e lascia spazio a riflessioni che emergono in modo naturale, senza essere spiegate o forzate.
Il ritmo è ben calibrato: la storia scorre con fluidità, senza momenti di stanca. Anche i luoghi hanno un ruolo importante e diventano parte integrante del racconto, richiamando simbolicamente il tema del viaggio come processo di trasformazione personale.
I personaggi rappresentano un’umanità varia e riconoscibile. Ognuno incarna un modo diverso di stare al mondo, con eccessi, fragilità, goffaggini e desideri. Alcuni sono volutamente caricaturali, altri più realistici, ma tutti funzionali a una lettura più ampia della vita contemporanea.
Il film affronta anche temi delicati – come l’immagine corporea, il bisogno di riconoscimento e l’apparenza sociale – con una leggerezza che non banalizza, ma rende accessibile. Non c’è moralismo, né giudizio: c’è osservazione.
Il cuore della storia resta però la relazione tra un padre e una figlia. Ed è qui che il racconto acquista profondità emotiva. Il cammino non è solo geografico, ma soprattutto psicologico: un percorso fatto di distanza, incomprensioni e tentativi imperfetti di ritrovarsi.
In questo senso, il film suggerisce una verità semplice ma potente: a volte è necessario mettersi in movimento per poter tornare in relazione, prima ancora che in un luogo.
Un film riuscito, equilibrato, capace di intrattenere senza rinunciare al senso.
Lo consiglio a chi ama ridere, ma anche a chi apprezza le storie che lasciano qualcosa dopo i titoli di coda.
Roberto Ausilio