Dott.ssa Serena Ferrari. Psicologa e Psicoterapeuta

Dott.ssa Serena Ferrari. Psicologa e Psicoterapeuta PSICOLOGA e PSICOTERAPEUTA AD ORIENTAMENTO PSICOANALITICO. L'obiettivo finale sarà il raggiungimento del benessere e una migliore comprensione di sé.

La Dottoressa Serena Ferrari è Psicologa e Psicoterapeuta, iscritta all'Albo Professionale della Liguria (n°2380) specializzata secondo un modello scientifico e clinico a orientamento psicoanalitico. Ha all’attivo diversi corsi di formazione, seminari e master, tra cui quello sulla Terapia Sistemica Familiare e di Coppia. Presta sostegno psicologico a adulti, adolescenti e famiglie; attraverso il

colloquio clinico e ad una continua valutazione delle scelte di intervento più adatte alla persona, aiuta a superare momenti di difficoltà, problemi emotivi e comportamentali. Le sedute saranno modulate secondo le esigenze della persona, messa in primo piano, durante tutto il percorso intrapreso.

“Non dovresti aspettarti nulla dalle persone”.Così mi sento rispondere ogni tanto, che suvvia, ha senso, ma è una rispos...
12/05/2026

“Non dovresti aspettarti nulla dalle persone”.
Così mi sento rispondere ogni tanto, che suvvia, ha senso, ma è una risposta riduttiva che non mi piace.
Suona un po’ come “Non aspettarti che qualcuno faccia qualcosa per te, solo perché tu l’avresti fatto” oppure “Non aspettarti nulla solo perché tu, ai tempi, l’avevi fatto”.
Ma é giusto non aspettarsi nulla?
Dipende.
Posso non aspettarmi niente dal vicino di casa col quale non ho un gran rapporto, da quel parente che non sento mai, dal collega d’ufficio.
Ma da chi amo e da chi sento vicino, è giusto non aspettarmi nulla?
Ha senso giustificare sempre con “Alla fine siamo tutti diversi”, “Ma sì, va bene ugualmente” oppure “Mi avrebbe fatto piacere, ma non fa niente”.
Dipende, appunto.
Perché se ci fa soffrire, giustificare ha ancora meno senso.
👉🏻Perché una relazione sana, qualsiasi relazione sana, si basa sulla reciprocità 🖇️
E questa comporta presenza, affetto, interesse.
Chiaramente nei modi e nei tempi di ciascuno di noi, perché ricordiamoci sempre, siamo tutti diversi e conseguentemente abbiamo modi differenti di nutrire un rapporto.
Ma che un messaggino lo si può mandare anche dal bagno, lo possiamo dire, sì?
Che alcune premure o pensieri costituiscano la base lo aggiungiamo, sì?
Avete presente il film “La verità è che non gli piaci abbastanza”?
Penso valga per qualsiasi tipo di rapporto, ma potremmo trasformarlo in “Se non ti cerca mai è già una risposta”.
Se alimenti solo tu, se chiedi solo tu di incontrarvi, se proponi sempre tu, allora la situazione è sbilanciata e forse varrebbe la pena rallentare.
Possiamo cercare di recuperare un rapporto, possiamo altresì proseguirne un altro senza che ci siano grosse discussioni o problemi. Ma se non c’è reciprocità, chiediamoci, ha senso?
Perché dovremmo continuare a tenere in piedi questa relazione?

C’è un livello molto semplice, quasi primario, che non riguarda necessariamente grandi teorie psicologiche: il bisogno umano di reciprocità appunto.
Se io ci sono per te, è naturale aspettarmi che anche tu ci sia per me.
Non come calcolo o contabilità affettiva, ma come base minima di un legame sano.
Le relazioni non sono mai perfettamente simmetriche: ci sono momenti in cui uno dà di più e altri in cui è l’altro a sostenere.
Ma quando lo squilibrio diventa stabile, allora non siamo più dentro una semplice differenza caratteriale.
Siamo dentro una relazione sbilanciata.
E il buon senso lo percepisce subito: se una persona tiene a te, in qualche modo si muove verso di te.
Ti cerca. Trova uno spazio.
Mostra interesse. Ti coinvolge nella sua vita.
Non ti lascia costantemente nel dubbio.
Eppure continuiamo spesso a restare in rapporti così perché la mente tende a giustificare ciò che l’affetto fatica ad accettare.
Cerchiamo spiegazioni profonde per non entrare in contatto con una verità più dolorosa e semplice: forse l’altro non vuole incontrarci davvero o sapere come stiamo.
La maturità emotiva sta anche nel riconoscere questo: comprendere l’altro è importante, ma non dovrebbe portarci a dimenticare noi stessi e i nostri bisogni relazionali fondamentali.
Perché l’affetto e l’amore non si misurano solo da ciò che proviamo noi…
Si misurano anche dalla presenza reciproca.

Ci sono rapporti in cui l’altro accetta di uscire con noi, di condividere momenti, magari anche belli… ma fuori da quei momenti non cerca davvero il contatto.
Non cerca, scrive poco, non prende iniziativa e se organizza qualcosa non chiama ed esce con altri. Vero è che spesso si può anche stare tutti insieme.
E allora nasce una domanda inevitabile: “Che posto occupo davvero nella sua vita?”
Anche qui il punto non è giudicare subito l’altro come freddo o cattivo… Le persone hanno modi diversi di vivere la vicinanza.
Ma il problema emotivo nasce quando una persona vive il legame come presenza continua, mentre l’altra lo vive solo “a intermittenza”.
Spesso chi resta in queste dinamiche si aggrappa ai momenti in cui l’altro c’è:
“Però quando siamo insieme sta bene con me.”
Ed è vero.
Ma una relazione non è fatta solo dei momenti presenti. È fatta anche del desiderio di cercarsi quando si è lontani.
Dal punto di vista psicologico, l’ambivalenza crea legami molto potenti. Un po’ di presenza e un po’ di assenza possono generare molta attivazione emotiva, perché tengono viva l’attesa, il dubbio, la speranza.
Ma a lungo andare vivere nell’interpretazione continua dell’altro, stanca.
Perché quando qualcuno desidera davvero averci con lui, di solito non lascia tutto il peso del contatto all’altro.
E qui torna qualcosa di molto semplice: non basta che una persona stia bene con te quando ci siete.
Conta anche se sente il bisogno di raggiungerti quando non ci sei.

“La madre è il nostro primo ambiente” raccontava Donald Winnicott, ma come possiamo tradurre questa affermazione?Per alc...
10/05/2026

“La madre è il nostro primo ambiente” raccontava Donald Winnicott, ma come possiamo tradurre questa affermazione?

Per alcuni, la Festa della Mamma è memoria calda, appartenenza, continuità.
Per altri è un giorno complesso perché parla di assenze, ferite, mancanze, silenzi mai nominati.
La maternità, nella dimensione psicologica profonda, non coincide solo con una figura reale.
È anche una funzione interiore: nutrire, contenere, riconoscere, proteggere, accompagnare alla vita.

Carl Gustav Jung parlava dell’archetipo materno come di un’esperienza universale, capace di manifestarsi in molte forme: nella madre biologica, certo, ma anche in relazioni capaci di accoglienza e trasformazione 🌱

Quando questa esperienza originaria è mancata (o è stata frammentata, traumatica, distante) il dolore spesso continua a vivere nel corpo, nelle relazioni, nell’autostima, nella capacità di sentirsi degni d’amore, compromettendo il futuro.

Eppure la psiche cerca continuamente possibilità di riparazione simbolica.

🧠 Nel percorso terapeutico, talvolta, la relazione con una terapeuta donna può offrire uno spazio esperienziale nuovo: non una sostituzione della madre reale, ma una relazione diversa, sufficientemente stabile e autentica da permettere alla persona di vivere qualcosa che forse non ha mai potuto sperimentare.
Uno sguardo che riconosce.
Una presenza che resta.
Un ascolto che non invade.
Un confine che protegge.

Bion descriveva la funzione materna come la capacità di “contenere” le emozioni primitive del bambino, trasformando il caos emotivo in qualcosa di pensabile.
Anche la relazione terapeutica, a volte, può diventare questo luogo: uno spazio in cui ciò che era indicibile trova lentamente parola e significato.

La cura psicologica non cancella il passato.
Ma può offrire un’esperienza relazionale capace di generare nuove rappresentazioni interne, nuove possibilità affettive, nuove forme di presenza verso se stessi 🧶

In questa Festa della Mamma, forse possiamo ricordare anche questo: che esistono madri reali, madri interiori, e incontri umani che aiutano a far nascere dentro di noi ciò che è mancato.
E che, senza presunzione, ma con una costante e silenziosa presenza, il lavoro con alcuni di voi in studio ha proprio questo significato.

Vi lascio una frase di un autore come sapete a me caro… Massimo Recalcati nel testo Le mani della madre diceva così
“Le mani della madre sono le prime mani che incontriamo nella vita. Mani che accolgono, sostengono, proteggono, accompagnano.”
E forse ogni relazione autenticamente terapeutica porta con sé, anche simbolicamente, qualcosa di questa possibilità:
essere accolti senza essere trattenuti, riconosciuti senza essere definiti, accompagnati verso se stessi.

Un abbraccio

C’è una normalità che termina nel momento esatto in cui perdiamo qualcuno che amiamo.Una normalità fatta di gesti quotid...
27/04/2026

C’è una normalità che termina nel momento esatto in cui perdiamo qualcuno che amiamo.
Una normalità fatta di gesti quotidiani, routine e abitudini, automatismi scontati.
C’è un prima e c’è un dopo.
Il dopo, é spietato.

Sento ancora i suoi passi in corridoio, passetti che mi seguono veloci, perché voleva stare esattamente dove mi trovavo io. Appiccicato.
Mi ritrovo a voltarmi verso l’angolo della sala dove si trovava la sua cuccia e i suoi peli sono ancora su tutti i miei maglioni.
Al supermercato vado ancora verso lo scaffale delle crocchette, all’ora di cena controllo la ciotola e quando mi metto sul divano mi guardo intorno per cercarlo.
Mentre guido mi volto convinta di essere ancora fissata, accanto, con occhi languidi.

Il mio cane non c’è più.
Oggi, sono un po’ più sola e una parte di me ha smesso di esistere.

Eh sì che mi sono sentita dire “Ah il cane?”.
Come se questo sostantivo togliesse importanza, come se non significasse niente.
Non mi vergogno a dire che ho amato e amo il mio cane più di quanto io tenga ad alcune persone che ho intorno.
Terribile vero? Oh no.
É estremamente sano e coerente.
Il mio cane non mi ha mai giudicata, tradita, abbandonata, fatta sentire sbagliata. Non mi ha mai trattata male, ma anzi mi ha sempre accolta e ascoltata. Sì, ascoltata. A lui, io, raccontavo tutto.
Ma soprattutto, era buono.
Buono, buono. Un’anima gentile.
Di quante persone possiamo dire lo stesso?
Ci sono quelli poi che non sanno nemmeno ascoltare. Tu parli e loro si girano. Ti chiedono come stai e poi si distraggono o intervengono con la loro storia, interrompendo la tua.
Sono severa oggi, ve’?

Ma vedete, i cani maneggiano i propri sentimenti e ciò che provano molto meglio di alcuni umani.
Hanno un andamento pulito e spontaneo nel manifestare ciò che provano e sanno tollerare le loro emozioni, gestirle e dimostrarle.

Il mio cane, Iago, é stato il mio primo “figlio”; ho avuto altri cani prima, sempre molto amati, ma lui è stato diverso per molte cose. É arrivato in un momento di vita cruciale e mi ha accompagnata fortissimo in capitoli importanti.
A livello simbolico era carico di significati.
Forse anche per questo lasciarlo é stato così difficile.
Forse per questo una parte di me, ora, non esiste più.

Vi dico la verità.
Mi prenderei qualche giorno, per recuperare energie, per piangere in pace, per pensare, per elaborare. Non fidatevi di chi non si prende spazio per guarire.
Ma i liberi professionisti non hanno nemmeno la malattia pagata, figuriamoci se é tollerabile dire allo Stato “Sì, buongiorno mi scusi, questa settimana non posso ve**re a lavoro perché é morto il mio cane”.
Cane. Che parola strana.
Per me era famiglia e molto altro.
Sarà stato anche un cane, ma per me rappresentava molto di più.
Avevo purtroppo già compreso come il lutto per una persona spaventi le persone. Si scansano proprio, fanno il giro dall’altra parte. Faticano.
Figuriamoci per un cane. Lutto per un cane? Sembra quasi un ossimoro per alcuni.
Per fortuna però, ci sono gli altri.
Quelli che sentono ciò che provi, quelli che capiscono e che già sanno. Avete presente vero?
Quelli che non devi nemmeno chiamarli e suonano al campanello di casa per sapere come stai.
Quelli che comprendono che al di là del lutto, se tu stai male, é questo ciò che conta.
Tradotto: posso non capire ciò che senti perché non ci sono passato, ma vedo che stai male, quindi mi soffermo su questo.

Oggi quindi non vi racconterò di alcun modello teorico, né autore di riferimento.
Oggi non ci sarà alcuna riflessione psicoanalitica, ma solo condivisione.
Oggi uso semplicemente il Self Disclosure, portandovi una parte di me.
E dirvi, per tutte quelle volte che venivate qui a piangere per i vostri cani… vi avevo nel cuore e avevo compreso più di quanto avessi lasciato trasparire.
Che non ho potuto abbracciarvi, ma avrei tanto voluto farlo.
Che mai ho sottovalutato il vostro dolore ma anzi ho fatto del mio meglio per dargli l’importanza che meritava.
Avrei voluto dirvi poi che dal punto di vista psicologico, in alcuni casi, la perdita di un cane è come quella di una persona cara.
Ma so già che questo lo sapete.
Che no, non sono solo cani, ma famiglia, presenza e amore. E che la sofferenza é proporzionale al legame che si era costruito.

Auguro a tutti la possibilità di esperire questa forma di affetto, perché altro non può fare, che farvi del bene.
Se avete un cane, mi capirete.
Se non lo avete, adottatelo.
É una possibilità di Amore totale e incondizionato che fa bene al cuore e alla vita.

Amore e Psicoterapia, vi racconto una storia🫀🧠Partiamo intanto da una distinzione che spesso diamo per scontata: quella ...
24/04/2026

Amore e Psicoterapia, vi racconto una storia🫀🧠

Partiamo intanto da una distinzione che spesso diamo per scontata: quella tra innamoramento e amore.
L’innamoramento é l'inizio, é ció che accende, avvicina, crea quella sensazione di “incastro perfetto”.
L’amore, invece, arriva dopo: si costruisce quando l’altro smette di essere ideale e diventa reale.
Ed è proprio lì che la relazione inizia davvero.

Ma c’è un elemento, più silenzioso e poco considerato dal senso comune, che entra profondamente in gioco: la famiglia di origine.
Ognuno di noi cresce all’interno di un sistema relazionale che, nel tempo, diventa una sorta di “copione interno”.
In famiglia impariamo, senza rendercene conto, cosa significa amare ed essere amati, come si gestiscono le emozioni, come si affrontano i conflitti, quanto è sicuro fidarsi dell’altro.
Non si tratta solo di ciò che ci è stato detto, ma soprattutto di ciò che abbiamo vissuto: climi emotivi, regole implicite, ruoli, alleanze, silenzi.
C’è chi ha imparato che l’amore passa attraverso la vicinanza costante, e chi invece associa l’intimità al rischio di essere invaso.
Chi ha interiorizzato l’idea che per essere amati bisogna adattarsi, e chi ha sviluppato una forte autonomia per non dipendere da nessuno.
Chi ha vissuto conflitti aperti e chi, al contrario, si trovava in famiglie in cui le emozioni e le discussioni venivano evitate.
Queste esperienze diventano mappe interne che orientano il modo in cui entriamo in relazione.

Dal punto di vista teorico, la teoria dell’attaccamento ci mostra come le prime relazioni con le figure di riferimento contribuiscano a costruire modelli operativi interni: aspettative su di sé, sull’altro e sul legame. Questi modelli tendono a riattivarsi nelle relazioni adulte, soprattutto in quelle affettivamente significative.
L’approccio sistemico-relazionale del Master che avevo seguito amplia lo sguardo: la coppia non è solo l’incontro tra due individui, ma tra due sistemi familiari.
Ognuno porta con sé eredità emotive, modalità relazionali, confini più o meno rigidi, realtà invisibili.
E queste dimensioni si intrecciano nella quotidianità della coppia, spesso in modo inconsapevole.
Per esempio, possono emergere difficoltà nella gestione della distanza e della vicinanza, aspettative non esplicitate (“se mi ama dovrebbe capirmi senza che lo dica”), modalità diverse di affrontare i conflitti o di esprimere i bisogni.
A volte, ciò che accade nella coppia non riguarda solo il presente, ma riattiva vissuti molto più antichi.

Diventare consapevoli di queste dinamiche non significa “colpevolizzare” la propria famiglia, ma riconoscere da dove arrivano certi modi di sentire e reagire.
È un passaggio fondamentale per smettere di agire automaticamente e iniziare a scegliere.

Perché una relazione possa evolvere, è necessario, in un certo senso, differenziarsi: riconoscere la propria storia senza esserne completamente determinati.
La coppia, allora, può diventare non solo un luogo in cui si ripetono schemi, ma uno spazio in cui trasformarli.

Ed è proprio qui che può trovare senso anche la psicoterapia di coppia.
Non come “ultima risorsa” quando tutto è compromesso, ma come uno spazio in cui rallentare e osservare insieme ciò che accade tra i partner. Un luogo in cui dare significato ai conflitti, riconoscere i propri automatismi, comprendere come le storie individuali si intrecciano nella relazione.
La terapia aiuta a rendere visibili quei pattern che spesso si ripetono senza essere compresi, offrendo alla coppia la possibilità di costruire modalità nuove: più consapevoli, più intenzionali, meno guidate dal passato.
In questo senso, non serve solo a “risolvere problemi”, ma a creare le condizioni perché il legame possa evolvere.
Perché l’amore, da solo, non basta.
Ma può diventare qualcosa di solido e trasformativo, se sostenuto da uno spazio in cui essere pensato, compreso e, quando necessario, anche rielaborato insieme.

Venerdì 22 maggio non sarò in studio, ma per qualcosa di bello ❤️‍🔥
23/04/2026

Venerdì 22 maggio non sarò in studio,
ma per qualcosa di bello ❤️‍🔥

REC: Giornata di studio su casi clinici
Una giornata di studio esclusivamente su diagnosi e trattamento di casi clinici, con Massimo Recalcati
🟢 Per info e iscrizioni: www.rec.academy
📍Ecco come funzionerà la giornata di studio:
La giornata inizierà con un’introduzione di teoria della tecnica clinica da parte di Massimo Recalcati della durata di 30-45 minuti.
Il collega che desideri presentare un caso enigmatico si prenoterà a partire da un momento dato, al termine della presentazione di Massimo Recalcati. Le presentazioni dei casi verranno presentate in ordine di richiesta dai proponenti fino al termine della giornata di studio.
Ciascun partecipante che presenti un caso, avrà a disposizione un tempo massimo di sette minuti, senza deroghe. Consigliamo a chi voglia interve**re di preparare la presentazione del caso considerando il limite di tempo.
Dopo la presentazione di ciascun caso interviene il relatore. In questa fase sarà possibile porre questioni ed effettuare osservazioni. La giornata sarà moderata da Mauro Grimoldi. Ciascun partecipante potrà interve**re una sola volta per ogni caso presentato.

Nel lavoro clinico con preadolescenti e adolescenti, il gioco non è una semplice attività accessoria, ma uno strumento f...
22/04/2026

Nel lavoro clinico con preadolescenti e adolescenti, il gioco non è una semplice attività accessoria, ma uno strumento fondamentale di relazione e intervento.
Durante il colloquio, integrare elementi ludici, dal "semplice" disegno ai giochi simbolici, fino a strumenti più strutturati, permette di creare uno spazio condiviso in cui il ragazzo può esprimersi con maggiore spontaneità.
Il gioco abbassa le difese, facilita l’accesso al mondo emotivo e rende possibile affrontare contenuti complessi in modo più tollerabile.
Come ci ha insegnato Donald Winnicott, è proprio nello “spazio transizionale” del gioco che il ragazzo può esplorare il proprio mondo interno in sicurezza, costruendo significati e sperimentando nuove modalità relazionali.
Allo stesso modo, l’approccio della Play Therapy (Virginia Axline) sottolinea come il gioco rappresenti il linguaggio naturale dei più giovani, attraverso il quale comunicano vissuti che spesso non riescono a verbalizzare.

Ma attenzione! L' utilizzo di strumenti ludici e creativi viene riconosciuto come un potente facilitatore dell’alleanza terapeutica e un ottimo strumento clinico solo se usato in maniera adeguata.
É importante ricordare che l’uso del gioco in terapia non si improvvisa: richiede formazione, studio, consapevolezza clinica e capacità di lettura del processo.
Il terapeuta è chiamato a utilizzare lo strumento ludico in modo intenzionale, sapendo quando proporlo, come integrarlo nel lavoro e come restituirne significato all’interno del percorso terapeutico.
Giocare, quindi, non significa “fare meno terapia”, ma fare terapia in modo più efficace, rispettoso e sintonizzato con i bisogni evolutivi del ragazzo.
Nel gioco condiviso si costruisce fiducia, si apre il dialogo e si rende possibile il cambiamento 🎲

*Qui uno dei "giochi" in studio.

La nostra professione, vista da fuori, può sembrare solo fatta di ascolto, empatia e relazione. E in effetti, lo è. Ma c...
15/04/2026

La nostra professione, vista da fuori, può sembrare solo fatta di ascolto, empatia e relazione. E in effetti, lo è.
Ma c’è una parte meno visibile, più faticosa e spesso taciuta.
Fare la psicologa in libera professione non significa solo “stare con il paziente”.
Significa anche reggere un sistema che, nella pratica quotidiana, lascia spesso il professionista da solo.
Non possiamo farci sostituire, nemmeno nelle urgenze, in quanto il rapporto creato con quella persona è unico.
Non abbiamo segreterie che filtrano, organizzano, sostengono.
Gestiamo da soli burocrazia, cassa pensionistica, formazione continua e obbligatoria, interamente a nostre spese.
E poi c’è il tempo. Il nostro tempo.
Non è davvero mai “nostro”, perché ogni assenza ha un peso e perche molte volte le vostre storie e vite, vengono a casa con noi.
Vi pensiamo più di quanto si riesce a immaginare.
Andare in ferie poi o semplicemente prendersi dei giorni di malattia può diventare un pensiero complesso: per qualcuno è più semplice e la comprendono come una pausa legittima, per altri pazienti invece può essere vissuta come un abbandono.
Dal punto di vista clinico, questo significa muoversi costantemente su un equilibrio delicato: esserci in modo stabile e affidabile, ma anche saper introdurre limiti, assenze, separazioni.
Perché la terapia non è solo presenza, ma anche lavoro sulla distanza, sull’attesa, sulla continuità interna del legame.
E ogni nostra interruzione (anche fisiologica) può riattivare vissuti profondi nei pazienti, che richiedono di essere pensati, accolti e trasformati.

A tutto questo si aggiunge la realtà dello studio privato.
Uno spazio che non è solo una stanza, ma un contenitore clinico da costruire e mantenere: affitto, utenze, arredi, strumenti, silenzio, tempo dedicato.
Uno spazio che va abitato con cura, ma anche sostenuto economicamente, senza ferie e malattia pagate, senza garanzie.
E così ci troviamo spesso a tenere insieme tutto: la responsabilità clinica, quella organizzativa, quella emotiva, e quella imprenditoriale.
Essere presenti, sempre.
Essere affidabili, sempre.
Essere “contenitori”, anche quando il nostro contenitore è stanco.

E proprio qui nasce un pensiero importante per voi 🤲🏻
Grazie per la fiducia con cui vi affidate: ripaga di tutto.
Per il coraggio di portare la vostra storia, a volte fragile, a volte complessa, nelle mia stanza.
Perché, in qualche modo, mi consegnate parti della vostra vita e io ne sento tutta la responsabilità.
Grazie anche per la comprensione, quando non è sempre possibile esserci come vorreste.
Quando ci fermiamo, quando ci assentiamo, quando introduciamo limiti che non sono distanza, ma parte del lavoro stesso.
È anche grazie a voi, alla vostra capacità di restare nella relazione anche nei momenti meno semplici, che il percorso terapeutico può diventare uno spazio vivo, autentico e trasformativo 🌿

Sono degli anni '80 e su Sky é finalmente arrivato Beverly Hills 90210 📼 Va da sé, potevo non riguardarlo con una certa ...
08/04/2026

Sono degli anni '80 e su Sky é finalmente arrivato Beverly Hills 90210 📼
Va da sé, potevo non riguardarlo con una certa malinconia?
Detto fatto.
Vorrei però condividere una riflessione con voi perché nel seguirlo mi ha colpito subito una cosa: la bellezza dei corpi e dei volti appare più varia, meno levigata, più “umana”.
Non perché mancasse l’estetica o l’attenzione all’immagine, ma perché il modello dominante era ancora ancorato a una certa riconoscibilità del reale.
I corpi erano magri, sì, ma meno iper-definiti, i volti curati, ma non standardizzati.
Ogni personaggio portava con sé una specificità somatica, una “firma” identitaria.
Negli ultimi decenni, invece, abbiamo assistito a una trasformazione profonda della percezione corporea, che può essere letta su più livelli psicologici e socio-culturali.

Negli anni ’90 i media proponevano ideali estetici, ma questi restavano ancora entro un range relativamente plausibile.
Oggi il corpo non è più solo rappresentato, ma costruito e progettato.
L’introduzione massiva di chirurgia estetica, trattamenti non invasivi e, soprattutto, filtri digitali ha prodotto un’estetica iperreale: levigata, simmetrica, standardizzata.

Assistiamo a una grande perdita della variabilità, in quanto uno degli elementi più impattanti è la convergenza verso un unico modello: labbra piene, zigomi alti, pelle priva di texture, corpo tonico ma con forme accentuate.
Persino le unghie ad oggi sono sempre rifatte con il semi permanente.
Questo riduce drasticamente la diversità percepita.

NB: Psicologicamente, la variabilità è fondamentale perché permette identificazione e confronto realistico.
Quando invece il modello è unico e irraggiungibile, il confronto diventa sistematicamente perdente.

Sì può parlare poi del confronto sociale amplificato (Social Comparison Theory)
Se prima il confronto avveniva con figure distanti (attori, modelle), oggi è continuo e orizzontale: avviene tra pari, sui social. Gente comune che improvvisamente é diventata qualcuno senza grossi titoli o studi alle spalle.
Chiunque può portare, ad oggi, qualcosa di suo suo social.
Ma questi “pari” sono filtrati, selezionati, performativi. Il risultato è un confronto costante con versioni diverse dalla realtà. Questo attiva processi di autosvalutazione cronica e senso di inadeguatezza…
Di rimando si arriva a una discrepanza tra sé reale e sé ideale (Self-Discrepancy Theory)
Più aumenta la distanza tra ciò che sono e ciò che “dovrei essere”, più emergono emozioni negative: frustrazione, tristezza, senso di fallimento.
L’ideale contemporaneo, essendo spesso artificialmente costruito è per definizione irraggiungibile e questo rende la discrepanza stabile e cronica.

L'impatto clinico si presenta quindi fortissimo, attraverso disturbi e sofferenza psicologica.
Si assiste all’aumento di:
-Disturbi dell’immagine corporea
-Disturbi alimentari
-Dismorfismo corporeo
-Ansia sociale e ritiro
-Bassa autostima strutturata sull’apparenza

Ciò che forse più colpisce, tornando a serie come Beverly Hills 90210, è proprio la sensazione di accessibilità.
I corpi erano aspirazionali, ma non alienanti. Oggi, invece, la bellezza è spesso performativa: richiede "manutenzione", investimento economico, tempo, e una costante esposizione pubblica.

Uno sguardo clinico✏️
Nella pratica clinica emerge sempre più chiaramente come il corpo sia diventato il luogo privilegiato della regolazione emotiva e della costruzione identitaria. Non si tratta solo di “piacersi” o meno, ma di esistere attraverso lo sguardo dell’altro.
“Se mi guardi, io esisto”
Spesso emerge quanto il rapporto con il proprio corpo sia attraversato da vissuti di giudizio interiorizzato, confronto costante e paura di non essere “abbastanza”.

Il corpo diventa così:
uno strumento di controllo (quando il mondo interno è percepito come caotico), un oggetto da correggere (quando il Sé è vissuto come difettoso) ,un mezzo per ottenere validazione (quando il valore personale è fragile).
In questo senso, i sintomi legati all’immagine corporea non sono il problema, ma un linguaggio e raccontano bisogni profondi di riconoscimento, appartenenza, sicurezza.

🤲🏻Il lavoro terapeutico in questo cerchio non si limita a “modificare la percezione del corpo”, ma passa attraverso la ricostruzione di un senso di Sé più stabile e meno dipendente dallo sguardo esterno, l’integrazione tra esperienza corporea ed emotiva, la possibilità di abitare il corpo, invece di valutarlo costantemente.

Per concludere, il punto non è idealizzare il passato, ma comprendere quanto il contesto attuale renda più difficile costruire un rapporto sufficientemente buono con il proprio corpo. Recuperare la variabilità, la soggettività e l' “imperfezione” non è un atto nostalgico, ma un atto terapeutico e culturale.
Forse la vera sfida oggi è aiutare le persone a tornare ad abitare il proprio corpo, invece di inseguire modelli tutti uguali e quindi meno unici.

Hanno messo vasi di fiori sul Ponte Impero 🌸Eh sì insomma, hanno portato un po’ di colore lungo la strada e sulle pagine...
04/04/2026

Hanno messo vasi di fiori sul Ponte Impero 🌸
Eh sì insomma, hanno portato un po’ di colore lungo la strada e sulle pagine di Imperia si sprecano già commenti Faceboocchiani su quanto siano inutili e su come le cose importanti siano altre.
Siamo d’accordo, ci mancherebbe.
Un fiore di certo non risolve alcune criticità sparse in giro per la città.
Ma cribbio, se davanti a un po’ di colore, io vedo solo quello che non va, diventa difficile… E non parlo della città.
Ma di chi ha questa forma di pensiero.
Si inaugura qualcosa di nuovo, si sistemano le aiuole, si prova a migliorare uno spazio… e subito arriva qualcuno a sottolineare ciò che non va. Non abbastanza curato. Non abbastanza utile. Non abbastanza bello.
Ma cosa succede, dentro di noi, quando vediamo sempre e solo ciò che manca?
In psicologia parliamo di una tendenza naturale chiamata bias negativo (Bias di negatività): il nostro cervello è più allenato a individuare problemi che risorse.
È un meccanismo antico, legato alla sopravvivenza. Ma se prende il sopravvento, rischia di colorare tutto di grigio e compromette il nostro pensiero.
E a forza di guardare così il mondo, succede qualcosa di più sottile: non vediamo più la realtà per com’è, ma per come siamo abituati a interpretarla.
È come indossare un paio di lenti che mettono a fuoco solo ciò che non funziona.
Non è la città a essere solo “sbagliata”.
È lo sguardo che si è allenato a cercare sempre lo stesso tipo di prova.
E questo ha un effetto concreto:
alimenta insoddisfazione e frustrazione
rende difficile provare gratitudine
impoverisce l’esperienza quotidiana
E soprattutto, è contagioso.

Questo non significa ignorare i problemi o smettere di criticare o più semplicemente essere obiettivi.
La critica è utile quando costruisce.
Ma c’è una differenza sottile e importante tra: vedere i limiti e vedere solo i limiti.

Allenare lo sguardo non vuol dire “essere positivi a tutti i costi”.
Vuol dire ampliare il campo visivo… Chiederci, ogni tanto: “Cos’altro c’è, oltre a questo?”
“Cosa sta funzionando, qui, anche se è meno evidente?”
Perché la realtà non è fatta solo di ciò che manca.
Ma anche di ciò che c’è e spesso non lo vediamo più.
E no, appunto, non parlo della nostra città, ma della nostra vita 🌱

Buona Pasqua, con l’ augurio di lasciare un po’ di spazio anche per le cose belle, nel nostro modo di vedere il mondo.

Completamente d’accordo!
04/04/2026

Completamente d’accordo!

Guardando profili di colleghi capita spesso di vedere screen di messaggi di pazienti che ringraziano il terapeuta ("Oh come avrei fatto se non ci fosse stato lei") o video dove i colleghi dicono cose del tipo "Grazie a me i miei pazienti ora stanno bene". Ultimamente vanno anche di moda post motivazionali di presunte frasi dette dal paziente in terapia durante una epifania. Questi messaggi sono perlopiù autocelebrativi e puntano l'attenzione in maggior misura capacità del terapeuta che sul funzionamento della terapia. Servono sostanzialmente a pomparsi l'ego.
Esiste un codice deontologico (credo di averne parlato in altri post polemica) che regola la professione di noi psicologi. Ora, lasciando perdere il discorso del decoro professionale da me già ampiamente discusso (e mi riferisco all'articolo 40), prendiamo in considerazione questi passaggi:
Art. 9: [...] Deve essere tutelato, in ogni caso, il diritto delle persone alla riservatezza, alla non riconoscibilità ed all’anonimato.
Art. 11: La psicologa e lo psicologo sono strettamente tenuti al segreto professionale. Pertanto non rivelano notizie [...] né informano circa le prestazioni professionali programmate o effettuate [...]
Cosa significa? Significa che, salvo casi LEGALI o di RICERCA lo psicologo dovrebbe mantenere il silenzio sul suo paziente! Non deve parlare, non deve dire nulla di nulla.
I post citati sono un pugno in un occhio per una serie di motivi; in primis i due articoli sopracitati, poi non prendiamo in considerazione la pubblicità poco professionale stabilita dall'articolo 40 e la propria presentazione dall'articolo 39, ma soprattutto dal punto di vista terapeutico non è professionale!
Lo spiego dal punto di vista comportamentista e socio-cognitivo: l'autoefficacia è la consapevolezza di essere capace di dominare specifiche attività, quindi se si condividono questi messaggi si trasmette l'idea al paziente che non sarà in grado da solo di affrontare nulla, ma sarà solo grazie al terapeuta; in più, accettando un complimento, si viene condizionati ad alimentare il proprio ego.
Si creano delle dinamiche di dipendenza! Salvaguardiamo i pazienti.

Indirizzo

Via Argine Sinistro 2 (angolo Via Della Repubblica)
Imperia
18100

Telefono

+393288326652

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Dott.ssa Serena Ferrari. Psicologa e Psicoterapeuta pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi

Digitare