Dott.ssa Serena Ferrari. Psicologa e Psicoterapeuta

Dott.ssa Serena Ferrari. Psicologa e Psicoterapeuta PSICOLOGA e PSICOTERAPEUTA AD ORIENTAMENTO PSICOANALITICO. L'obiettivo finale sarà il raggiungimento del benessere e una migliore comprensione di sé.

La Dottoressa Serena Ferrari è Psicologa e Psicoterapeuta, iscritta all'Albo Professionale della Liguria (n°2380) specializzata secondo un modello scientifico e clinico a orientamento psicoanalitico. Ha all’attivo diversi corsi di formazione, seminari e master, tra cui quello sulla Terapia Sistemica Familiare e di Coppia. Presta sostegno psicologico a adulti, adolescenti e famiglie; attraverso il colloquio clinico e ad una continua valutazione delle scelte di intervento più adatte alla persona, aiuta a superare momenti di difficoltà, problemi emotivi e comportamentali. Le sedute saranno modulate secondo le esigenze della persona, messa in primo piano, durante tutto il percorso intrapreso.

L'ho sempre chiamata Signorina Ansia, un po' per sdrammatizzare un po' per renderla una caricatura più accettabile e sim...
23/03/2026

L'ho sempre chiamata Signorina Ansia,
un po' per sdrammatizzare un po' per renderla una caricatura più accettabile e simpatica.
Ogni tanto torna a farmi visita, non lo nascondo, ma anzi, penso sia giusto parlarne per normalizzare alcune situazioni comuni.
Scrivo molto, da sempre. Scrivo soprattutto su ciò che vivo e mi appartiene: mi aiuta a mettere ordine. Va da sé, ho scritto qualcosa anche su di lei. Qui una piccolissima parte.

"Signorina Ansia ha le sembianze di una vecchia signora austera, altre di una bambina persa e spaventata. La sua ambivalenza mi somiglia e la riconosco.
Anche se io, ambivalente non lo sono per niente. Che buffo.
Amica Ansia, sapiente megera, acerrima nemica, fidata avversaria che sai togliermi l'aria, ma mi indichi la strada, come la spia di un meccanismo perfetto che inizia a lampeggiare quando mi perdo di vista.
La gente non parla mai di te, la gente ti teme o peggio si vergogna di te, spesso finge di non ri-conoscerti.
Ignoranti stolti, non lo sanno che vai ascoltata come una mappa, per far sí che poi tu vada via?"

✏️Ma cos' è l'Ansia?
L’ansia è una risposta naturale del nostro organismo, ma quando diventa intensa, frequente o sproporzionata rispetto alla situazione, può trasformarsi in qualcosa di difficile da gestire.
I sintomi possono essere sia fisici che psicologici, e spesso si intrecciano tra loro:
• Battito cardiaco accelerato o palpitazioni
• Sensazione di respiro corto o “fame d’aria”
• Tensione muscolare (soprattutto a collo, spalle e mandibola)
• Sudorazione, tremori
• Disturbi gastrointestinali (nausea, colon irritabile, senso di “nodo allo stomaco”)
• Difficoltà di concentrazione
• Irritabilità o agitazione
• Pensieri ricorrenti e preoccupazioni difficili da controllare
Come la riconosco?
Un elemento chiave è la percezione di allarme: 🚨 la mente e il corpo reagiscono come se ci fosse un pericolo, anche quando non è realmente presente o è sproporzionato.
Spesso la persona si accorge di “pensare troppo”, di anticipare scenari negativi o di sentirsi costantemente in tensione.

Sintomi meno riconosciuti, ma comunque molto comuni sono
• Stanchezza costante (anche senza sforzi evidenti)
• Difficoltà a prendere decisioni
• Bisogno di controllo o perfezionismo
• Procrastinazione (rimandare per evitare il disagio)
• Disturbi del sonno (difficoltà ad addormentarsi o risvegli notturni)
• Fame nervosa o perdita di appetito
• Sensazione di “testa piena” o confusione mentale
• Dolori somatici

Ma soprattutto l’ansia cambia il modo di vedere il futuro perché influenza la percezione del tempo ⌛
Quando viviamo un’esperienza negativa, la mente ansiosa tende a generalizzare: da “è andata male questa volta” a “andrà sempre così”.
Il futuro viene immaginato come una ripetizione del passato, spesso nella sua versione peggiore.
Questo porta la mente a spostarsi continuamente in avanti, in uno stato di anticipazione costante: si cercano scenari, si prevedono problemi, si prova a controllare ciò che deve ancora accadere.
Diventa quindi difficile restare nel qui e ora. Anche nei momenti neutri o positivi, una parte della mente è già altrove, impegnata a “prepararsi” a qualcosa che forse non accadrà.

Attenzione... É estremamente soggettiva, ognuno la vive a modo proprio e i sintomi sopra riportati non necessariamente si presentano tutti insieme, anzi. É possibile rilevarne uno o di più, a seconda della persona, del momento e della causa!
L’ansia non è “debolezza” né qualcosa da ignorare: è un segnale.
Capirla e inquadrarla significa iniziare ad ascoltarsi e, quando necessario, chiedere supporto.
Se ti riconosci in questi segnali, sappi che è possibile imparare a gestirli e ritrovare equilibrio

19/03/2026

Ci sono padri che non fanno rumore, ma che nella vita, fanno la differenza.
Sono quelli che ci sono davvero: presenti, attenti, capaci di ascoltare senza giudicare, capaci di essere un esempio.
Papà che non hanno bisogno di essere perfetti, ma che scelgono ogni giorno di essere autentici.
Papà che accolgono, contengono, sostengono, che diventano base sicura: uno sguardo che rassicura, una voce che calma, un punto fermo da cui partire e a cui poter tornare.
Padri che insegnano, con l’esempio, che le emozioni si possono attraversare, che la fragilità non è debolezza, che l’amore non si misura solo nel fare, ma nell’esserci.
A tutti i padri “sani”, quelli che funzionano non perché non sbagliano, ma perché riparano, si mettono in discussione e crescono insieme ai propri figli.
Buona Festa del Papà,
buona festa Papà! 🩵

17/03/2026

Ormai avrete capito come spesso utilizzi episodi di vita quotidiani per poi condividerli con voi e proporre un pensiero insieme 🤲🏻
La scorsa settimana un mi* paziente ha espresso fastidio perché un suo collega gli "copia" le idee e cerca di avere un rapporto con il gruppo lavoro così come lo ha lui.
(*Chiameremo Giovanna questa persona, ovviamente nome e sesso di fantasia).

📎 Vediamolo insieme, perché le persone copiano gli altri?
Perché il più delle volte sentirsi copiati genera fastidio, rabbia o addirittura senso di invasione?
Va detto, di rimando, che quando Giovanna mi ha espresso questo fastidio, io l'ho avvertito tutto, ho empatizzato molto con lei e mi sono ritrovata in alcune sue sensazioni

Ma come mai?

La spinta a emulare è profondamente umana.
Fin dall’infanzia impariamo osservando e imitando: è uno dei principali meccanismi di apprendimento. L’imitazione ci aiuta a costruire competenze, a sentirci parte di un gruppo e a orientarci nel mondo sociale.
Il "copiare" può passare per contenuti di pensiero, strategie, alcuni atteggiamenti o modi di dire, abbigliamento e persino scelte di vita.

📌Ma cosa c’è dietro il bisogno di copiare?
Le motivazioni possono essere diverse:
•Ricerca di identità: chi ha un senso di sé fragile può “appoggiarsi” a modelli esterni per definirsi.
•Bisogno di appartenenza: imitare è un modo per sentirsi accettati e inclusi.
•Ammirazione: copiare qualcuno può essere anche un modo (non sempre consapevole) per avvicinarsi a ciò che si stima.
•Insicurezza o confronto sociale: quando ci si sente “indietro”, si tende a replicare ciò che appare efficace negli altri.
•Sul lavoro, indica anche la paura di passare inosservati e pur di non permetterlo, si tende ad "asfaltare" l'altro, senza preoccuparsi delle conseguenze, di ferirlo o semplicemente di fare poi una br**ta figura perché diciamocelo, chi ha per primo quell'idea poi viene sempre fuori.

Ma perché dà fastidio essere copiati?
La reazione emotiva è altrettanto comprensibile:
•Perché ci sembra di perdere unicità (“non sono più l'unico”)
•Perché violi i miei confini personali
•Perché salti il mio percorso (“io ci ho lavorato, tu lo prende e basta”)
•Si attivano dinamiche competitive o di confronto

👉 Cosa ci dice la teoria?
-La teoria dell’apprendimento sociale evidenzia come osservazione e imitazione siano centrali nello sviluppo dei comportamenti, ma questo vale soprattutto per i bambini.
-Il concetto di identificazione (in ambito psicodinamico) descrive come aspetti dell’altro vengano interiorizzati per costruire il Sé: cioè ti uso per trovare una mia struttura
-Gli studio sui neuroni specchio mostrano una base neurobiologica dell’imitazione e dell’empatia.
-Nelle personalità con struttura più fragile o dipendente infine, l’imitazione può diventare una strategia prevalente per sentirsi adeguati.

Forse la domanda più utile non è “perché mi copia?”, ma: Cosa attiva in me questa situazione? Quale parte del mio senso di identità sento minacciata?
Allo stesso modo, per chi tende a imitare:
Cosa sto cercando attraverso l’altro?
Quale parte di me ha bisogno di essere riconosciuta e costruita?

In fondo, tra imitazione e autenticità si gioca una tensione fondamentale dello sviluppo umano: diventare sé stessi, anche passando – inevitabilmente – attraverso l’altro.
Concludo aggiungendo come a volte fare spallucce e andare avanti per la propria strada, ripaghi sempre ☺️

13/03/2026

L'altro giorno indossavo una camicia azzurra, semplice, in cotone, ma con un ampio colletto dello stesso tessuto, una camicia a cui tengo particolarmente che, può piacere come no, mi rendo conto, ma io trovo che, ognuno nel proprio stile e nel rispetto di tutti, possa presentarsi al mondo un po' come gli pare.
In pausa pranzo, al bancone di un bar, mentre prendevo il caffè, incontro una conoscente, la quale sorridendo mi dice "Particolare il colletto, anzi, direi proprio brutto". Ovviamente era una donna (e lì, alla faccia dell'alleanza femminile, si apre un altro argomento).
Me l'ha buttata lì, così, talmente di getto e col sorriso che sono rimasta impalata con la tazzina in mano.
Non ho risposto nulla.
Ho solo pensato "alla fine i colletti delle mie camicie li capiscono davvero in pochi...".
Poi, al rientro in studio, mi sono presi "i fumenti" seguiti dalla mortificazione; mi sono sentita ridicola, poi ho pensato quasi a volermi affermare, che una semplice camicia azzurra non può certo creare problemi al mondo, ma forse li può portare a persone così.
E quindi questa sua affermazione non richiesta la dice molto più lunga a lei come donna e persona che a me e al mio gusto.

Analizziamo insieme il tutto?
Ci sono persone che riescono a esprimere un giudizio senza mai chiamarlo “giudizio”.
Lo fanno sotto forma di parere, di consiglio, di una battuta ironica detta con il sorriso.
Spesso non è qualcosa che hai chiesto...arriva comunque.
Un commento su una scelta.
Un’osservazione “gentile” su qualcosa che, secondo loro, potresti fare meglio.
Una frase sull’abbigliamento o su qualcosa che ti riguarda.
All’apparenza sono modi educati. Toni miti. Parole apparentemente leggere, sembra quasi che ti facciano un favore perché sono sinceri!
Eppure, dopo averle ascoltate, ti ritrovi con una sensazione precisa: quella di essere sbagliato.
Chi usa spesso questo modo di comunicare raramente si percepisce come giudicante.
Anzi, può pensare di essere solo sincero, attento, persino premuroso.
Ma c’è una differenza importante tra offrire un confronto e distribuire valutazioni non richieste.
👉🏻In psicologia della comunicazione questo stile è spesso associato a modalità passivo-aggressive: messaggi critici che non vengono espressi in modo diretto, ma mascherati da ironia, battute o “consigli”.
In questi casi il contenuto è giudicante, ma la forma rimane apparentemente gentile.
Quando il commento dell’altro diventa abituale, sottile e non richiesto, può dire molto di più su chi lo pronuncia che su chi lo riceve.
A volte dietro questi atteggiamenti si nascondono:
•difficoltà a riconoscere i confini psicologici dell’altro
•scarsa consapevolezza dell’impatto delle proprie parole
•una certa insicurezza personale, che porta a posizionarsi implicitamente “un gradino sopra”
•una limitata capacità empatica.

L’ironia, in questi casi, diventa uno scudo: permette di dire qualcosa di critico senza assumersene pienamente la responsabilità.

Mi viene in mente la Comunicazione Non Violenta di Marshall Rosenberg, che ci spiega come un feedback realmente rispettoso nasca da un’osservazione, da un bisogno e da una richiesta chiara — non da una valutazione mascherata.
Una comunicazione davvero rispettosa non ha bisogno di travestire i giudizi da battute.
E soprattutto ricorda una cosa fondamentale:
non tutto ciò che pensiamo degli altri deve essere detto.
E non tutto ciò che gli altri dicono su di noi merita di diventare una verità dentro di noi.

Insomma, vi aspetto in studio con la mia camicetta azzurra. Ok?

Mamma e papà si separano. E adesso?Quando si pensa alla terapia di coppia, spesso si immagina un ultimo tentativo per sa...
10/03/2026

Mamma e papà si separano. E adesso?

Quando si pensa alla terapia di coppia, spesso si immagina un ultimo tentativo per salvare la relazione.
In realtà non è sempre così.
A volte il lavoro più importante che una coppia può fare in terapia è capire come separarsi in modo consapevole e rispettoso, soprattutto quando ci sono dei figli.
Una separazione non è solo la fine di una relazione sentimentale ma è anche una trasformazione della famiglia.
Quando due genitori si separano, la coppia finisce, ma la genitorialità continua.
Per questo uno degli obiettivi del percorso che si fa insieme in studio può essere quello di aiutare i partner a:
• comunicare in modo più chiaro
• ridurre il conflitto
• proteggere i figli dalle tensioni
• costruire un nuovo equilibrio familiare

Separarsi in modo sano non equivale a non soffrire, ma anzi, significa prendersi la responsabilità di come attraversare questo cambiamento.

📎Ma cosa succede in studio?
Una delle domande più difficili che i genitori portano è “Come lo diciamo ai nostri figli?”
Non esiste una formula, ma un punto fondamentale sì: dirlo insieme.
Quando entrambi i genitori comunicano insieme la decisione, passa anche il messaggio di essere ancora "dalla stessa parte", di essere ancora d'accordo sulla gestione familiare, di continuare a fare rete... in questo caso, quindi, i figli si sentono meno “in mezzo” e si riduce il rischio che pensino di dover scegliere da che parte stare.

Non serve entrare nei dettagli della crisi di coppia, soprattutto se si considera l'età dei minori.
Spesso bastano parole semplici come:
“Abbiamo deciso di vivere in case diverse perché tra noi le cose non funzionano più come prima.”
Quello che conta davvero è la modalità e il clima con cui viene detto: calmo, rispettoso e il più possibile condiviso.
Per i figli, vedere che mamma e papà riescono comunque a parlarsi può essere molto rassicurante soprattutto considerati i futuri e imminenti cambiamenti.

📎Dall'altra parte, i bambini, portano con sé una paura “Perderò uno dei due?”
Per questo, quando si comunica la separazione, è fondamentale chiarire alcune cose.
I bambini hanno bisogno di sapere che:
• entrambi i genitori continueranno ad esserci
• continueranno ad essere amati
• la relazione con mamma e papà non scomparirà
Un’altra cosa molto importante da dire è 👉 “Non è colpa tua.”
Molti bambini e ragazzi pensano, in silenzio, di avere qualche responsabilità nella separazione.
A volte basta dirlo esplicitamente per togliere loro un peso enorme.
Le parole dei genitori, in questi momenti, possono diventare un punto fermo dentro un cambiamento difficile.

🌪️Dopo la separazione cosa accade?
Dopo aver comunicato la separazione, i figli possono reagire in molti modi diversi.. ovviamente possono provare tristezza, rabbia, confusione, avere sbalzi d'umore, problemi nel sonno o alimentari, difficoltà nella gestione delle emozioni...
Tutte queste reazioni sono possibili e tutte sono legittime.
Spesso i genitori temono di “sbagliare qualcosa”, ma i figli non hanno bisogno di adulti perfetti.
Hanno bisogno di genitori che sappiano:
• ascoltare ed esserci
• accogliere le emozioni
• non minimizzare quello che provano
• avere pazienza ed essere contenitivi
Frasi come “Capisco che per te possa essere difficile”oppure “Se vuoi parlarne, noi saremo sempre qui” possono aiutare, tuttavia c’è da ricordare come la presenza sana, genuina e accogliente vale più di mille parole.
I bambini devono già affrontare una grande transizione, avere almeno la sicurezza del calore di mamma e papà é fondamentale.
Una separazione è sempre un passaggio delicato e un cambiamento radicale.
Ma con attenzione, rispetto e dialogo è possibile proteggere il più possibile il benessere dei figli.
Anche questo, spesso, è un lavoro importante della terapia.

Qualcosa di interessante che merita una lettura!Buon 8 marzo, una giornata che non serve tanto per festeggiare, quanto p...
08/03/2026

Qualcosa di interessante che merita una lettura!
Buon 8 marzo, una giornata che non serve tanto per festeggiare, quanto per rivendicare diritti e parità.

Negli ultimi quindici anni le donne hanno conquistato sempre più spazio nelle libere professioni. Dal 2009 al 2023 le professioniste iscritte agli Enti previdenziali sono cresciute del 49% — circa …

“I soldi non fanno la felicità eddai Serena sù”.Questo pensavo ieri mentre osservavo la campagna dei miei nonni, con l’e...
06/03/2026

“I soldi non fanno la felicità eddai Serena sù”.

Questo pensavo ieri mentre osservavo la campagna dei miei nonni, con l’erba alta, i muretti crollati, la casetta che sta cedendo e tutti quei metri di terra abbandonati.
Lo pensavo e tentavo di convincermi.
Ogni volta che vado al paesello, in campagna, sento un senso di appartenenza indescrivibile e totalizzante, per me questa è casa…. ma mi sento anche demoralizzata.
Quanto ci vuole per rimettere in piedi tutto questo?
Quanto serve per far sì che l’amore lasciato dai nonni ritrovi una sua forma?
Mio nonno ha lavorato una vita per questo angolo di mondo, tra i suoi ulivi, gli alberi da frutta e i fiori per il mercato di Sanremo.
E ora è tutto crollato.
Mi sembra di non rendere onore alle sue fatiche, alla sua vita.
Nella mia testa vedo il progetto finito (pensate! Volevo usare una parte di questo paradiso per il mio lavoro) ma poi, conti alla mano, mi faccio prendere dallo sconforto.

E insomma, i soldi non fanno la felicità é una frase che sentiamo spesso e che sicuramente più volte ci siamo ripetuti.
Ed è vero: il denaro non crea amore, non costruisce relazioni autentiche, non cura ferite emotive o gravi condizioni fisiche e certamente non dà senso alla vita.

Ma essere sinceri significa riconoscere anche un’altra realtà: la sicurezza economica aiuta molto dal punto di vista psicologico.

Aiuta perché riduce l’ansia quotidiana e rende gli imprevisti un po’ meno spaventosi.
Riduce il senso di allerta costante.
Aiuta perché libera spazio mentale per pensare, scegliere, respirare… tradotto? Se so che almeno la parte economica è ok, ho sufficienti risorse per risollevarmi da quello che mi sta ferendo.

Gli studi dello psicologo premio Nobel Daniel Kahneman e dell’economista Angus Deaton hanno mostrato che il reddito non aumenti automaticamente la felicità profonda, ma riduca lo stress legato alla vita di tutti i giorni.
E già Abraham Maslow (gli allievi che hanno fatto con me il corso OSS e A*O ricorderanno la famosa piramide dei bisogni e le battute che avevamo fatto a riguardo) sottolineava che se i bisogni di sicurezza e stabilità sono soddisfatti, le persone hanno più possibilità di dedicarsi alla crescita, al proprio benessere, alle relazioni e alla realizzazione personale.

Questo non significa essere delle persone materialiste e superficiali.
Ma anzi, è realismo psicologico, é essere obiettivi.
Perché qualsiasi problema – familiare, lavorativo, personale – pesa sempre meno quando non si è anche schiacciati anche dalla forte preoccupazione economica.

La felicità non si compra. E siamo tutti d’accordo.
Ma la serenità economica può rendere la vita un po’ più respirabile.
Io me lo ricordo quando dopo la laurea, avevo appena avuto un terribile lutto e per arrotondare facevo l’educatrice, la baby sitter e poi la cameriera e a fine turno pulivo i bagni, sentendomi una fallita, perché avere uno studio tutto mio sarebbe, allora, costato un sacco.
Mi sembrava di aver studiato tanto per niente…

Ad oggi so che ogni lavoro svolto ha costruito una parte di me e ne sono profondamente grata, dall’altra parte in quegli anni ho sofferto molto perché mi sentivo diversa dai miei colleghi.
Avessi avuto qualche soldo in più, sarebbe sicuramente andata meglio.

Quindi, la salute è la cosa più importante e i soldi non fanno la felicità, ovviamente dobbiamo tenerlo bene a mente. Ma bene eh.
Ma che una discreta base economica da parte aiuta un pochino, lo possiamo dire, sì?
D’altronde anche la scienza lo afferma 😉
Buon fine settimana ☀️

Nelle foto, le mie radici 🌾🌿🫀

Capita in studio, di parlare di Stranger Things con i miei ragazzi... Ci scambiamo opinioni, battute, preferenze sui var...
20/02/2026

Capita in studio, di parlare di Stranger Things con i miei ragazzi... Ci scambiamo opinioni, battute, preferenze sui vari personaggi (io adoro Max per un sacco di motivi ❤️‍🔥), eh sì qualche spoiler mi è già arrivato (ahimè lo sto terminando solo ora).
Capita altresì che alcuni genitori mi chiedano "Ma é adatto per mio figlio?", beh la risposta cambia in base all'età del minore.

🎬 Stranger Things intanto non è una serie per bambini!
Negli ultimi anni questa serie è diventata amatissima anche da molti bambini delle scuole primarie. L’estetica anni ’70/80, i protagonisti giovani, l’amicizia come tema centrale possono far pensare a un prodotto “per ragazzi”.
Ma dal punto di vista psicologico non è così semplice.
In studio ho sentito dire “Mio figlio lo guarda con noi, tanto non capisce."
In realtà, il punto non è solo ciò che un bambino capisce a livello cognitivo, ma ciò che assorbe a livello emotivo.

La visione di alcune scene comporta una serie di conseguenze e problemi non indifferenti...
Scene di intensa paura e minaccia costante, mostri, inseguimenti, possessioni, torture psicologiche, corpi spezzati, dolore e temi complessi come morte, esperimenti sui minori, abuso di potere, violenza, bullismo estremo.
👉🏻Nota Bene: In un clima di tensione continua, il sistema nervoso del bambino non ha ancora strumenti maturi di regolazione emotiva!
Un bambino piccolo non ha ancora sviluppato
una piena capacità di distinguere tra finzione e realtà sul piano emotivo, non possiede strumenti di regolazione dell’ansia già consolidati, né la capacità di mentalizzare contenuti traumatici senza esserne sopraffatto.
Anche se dice di “non aver paura”, il corpo può registrare lo stress, difficoltà nel sonno, incubi, aumento dell’ansia, irritabilità, regressioni comportamentali.

Perché “anche se non capisce” quindi rappresenta un pericolo per il piccolo?
Il cervello in età evolutiva è altamente plastico. Le immagini ad alto impatto emotivo vengono immagazzinate a livello sensoriale ed emotivo prima ancora che vengano elaborate in modo razionale.
Un bambino può non comprendere la trama, ma interiorizzare l’atmosfera di pericolo costante.

Da che età può essere consigliato?
La classificazione ufficiale della serie è 14+ (in alcuni Paesi anche 16+).
In generale, si può considerare più adeguata dalla prima adolescenza, quando:
-la capacità critica è più strutturata
-la distinzione tra finzione e realtà è più stabile
-la regolazione emotiva è più matura
-c'è supporto genitoriale

Naturalmente ogni ragazzo è diverso, ma sotto gli 11–12 anni la visione è tendenzialmente sconsigliata.

⚠️ Possibili conseguenze di una visione precoce:
-Paure notturne e incubi
- Nervosismo e iperattività
-Ansia anticipatoria
-Ipervigilanza
-Evitamento del buio o della solitudine
-Maggiore sensibilità a contenuti horror successivi
-In alcuni casi, desensibilizzazione alla violenza

Non si tratta di demonizzare una serie di buona qualità narrativa, quanto piuttosto di rispettare le fasi di sviluppo emotivo.
Proteggere l’infanzia non significa “censurare”, ma offrire contenuti adeguati alla capacità di elaborazione psichica del bambino e in base all'età.
D'altronde daremmo mai una Porsche in mano a un bambino di 8 anni, ad esempio?
Crescere significa anche arrivare a certe storie… al momento giusto ⌛ 🤲🏻

“Mi ammalo sempre quando vado in ferie", ecco cosa mi ripeto mortificata da qualche giorno.Sono qui, sul divano di casa,...
18/02/2026

“Mi ammalo sempre quando vado in ferie", ecco cosa mi ripeto mortificata da qualche giorno.
Sono qui, sul divano di casa, tra libri sparsi e sottolineati, ‘che io vivo ancora col cartaceo lo sapete, soprattutto se si parla di letture, la tisana accanto ai dinosauri di mio figlio (l'asilo ha riaperto, grazie), l'agenda per rimandare gli appuntamenti (no, oggi non sono rientrata in studio) e sì, l'ultima stagione di Stranger Things in sottofondo (dovevo ammalarmi per terminarla? Probabilmente sì) che rifletto sulla sfiga delle metà ferie passate a letto, ma poi ragiono...
E condivido una riflessione con voi.
Mi ammalo quando sono stanca psicologicamente ok, somatizzo molto, ma mi ammalo anche quando decido di fermarmi.
Non è solo una coincidenza e no, probabilmente non è nemmeno solo sfortuna...

Quando siamo sotto stress prolungato, il nostro organismo attiva il sistema nervoso simpatico: aumentano adrenalina e cortisolo, restiamo in uno stato di allerta che ci permette di “tenere”, di funzionare, di rispettare scadenze e responsabilità.
In questa fase il corpo può temporaneamente attenuare alcuni segnali: stanchezza, piccoli malesseri, perfino alcune risposte immunitarie.
Quando finalmente arrivano le ferie e ci sentiamo al sicuro, il sistema nervoso rallenta.
Diminuisce il cortisolo, si attiva il sistema parasimpatico, quello del riposo e del recupero.
Ed è proprio in questo passaggio che possono comparire febbre, mal di gola, raffreddore, spossatezza.
In psiconeuroimmunologia questo fenomeno è stato descritto come una forma di “let-down effect”: il calo della tensione dopo uno stress intenso può rendere l’organismo temporaneamente più vulnerabile.
Non è il corpo che ci tradisce.
È il corpo che, finalmente, smette di trattenere.

Forse la domanda che dobbiamo porci non è:
“Perché mi ammalo proprio ora?”
Ma “Da quanto tempo sto resistendo senza fermarmi davvero?”
Personalmente tanto, sì, parlo bene e razzolo male. Lo so.
Imparare a fare pause prima che sia il corpo a imporle è una forma di prevenzione.
Non è debolezza. È autoregolazione.
Forse dovrei ricordarlo, per la prossima volta e le prossime ferie…. ‘che il corpo tiene finché deve, poi molla 😌
Ci vediamo presto 💪🏻

Nella relazione terapeutica non ci siamo solo noi terapeuti insieme al paziente: c’è anche la Stanza.É il “primo messagg...
06/02/2026

Nella relazione terapeutica non ci siamo solo noi terapeuti insieme al paziente: c’è anche la Stanza.
É il “primo messaggio”, che accoglie chi entra.

La Stanza del Terapeuta non è un contenitore anonimo, ma un elemento vivo, che partecipa alla cura…
Il Setting è uno spazio pensato, abitato e sentito, un luogo sicuro, in cui portare sé stessi, le parti fragili, quelle indicibili di sé.
Perché sentirsi accolti non significa semplicemente sentirsi a proprio agio ma anche percepire che c’è spazio per essere ciò che si è, senza fretta e senza giudizio.

🌱 Mi piace definire questo nostro luogo, come quel silenzio che accoglie, in cui tutto ciò che ci circonda, qualsiasi oggetto, non è sfondo, ma presenza, perché il setting contiene, sostiene e rende possibile l’incontro.
Questo luogo non è neutro, ma l’ho costruito nel tempo, insieme a voi. Si vede l’impronta dei miei ragazzi adolescenti, si vede quell’adulto in quel quadro o in quella pianta, si scorgono piccole parti di me sparse qua e là.
Questo spazio ci somiglia, cresce nel tempo e si trasforma… proprio come noi.

Carissimi, dopo questi mesi intensi e un no-stop per Natale, é giunto il momento di fermarmi un pochino.📌 Ci rivediamo i...
03/02/2026

Carissimi, dopo questi mesi intensi e un no-stop per Natale, é giunto il momento di fermarmi un pochino.
📌 Ci rivediamo in studio mercoledì 18 febbraio.

Ci sono spazi che diventano custodi silenziosi delle nostre relazioni perdute. Non sono semplicemente luoghi fisici: una...
02/02/2026

Ci sono spazi che diventano custodi silenziosi delle nostre relazioni perdute.
Non sono semplicemente luoghi fisici: una panchina, una strada, una stanza, un giardino. Sono contenitori di presenze, impregnati di gesti, parole e atmosfere che continuano a vivere anche quando la persona non c’è più.
Recarsi in questi luoghi quando la mancanza si fa sentire è un modo per riattivare la connessione: non per negare l’assenza, ma per trasformarla in una forma diversa di presenza nel nostro presente, lungo la vita che continua.

È come se quel luogo ci restituisse un frammento di continuità, un ponte tra passato e presente.

Questi spazi diventano allora rituali personali.
In essi si può sentire che la relazione non è finita, ma ha cambiato forma: da dialogo vivo a memoria che accompagna.

In fondo, tornare in quei luoghi significa riconoscere che la mancanza non è solo dolore, ma anche testimonianza di un legame che ha avuto valore e che continua a nutrire la nostra identità 🌿

Indirizzo

Via Argine Sinistro 2 (angolo Via Della Repubblica)
Imperia
18100

Telefono

+393288326652

Sito Web

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