12/05/2026
“Non dovresti aspettarti nulla dalle persone”.
Così mi sento rispondere ogni tanto, che suvvia, ha senso, ma è una risposta riduttiva che non mi piace.
Suona un po’ come “Non aspettarti che qualcuno faccia qualcosa per te, solo perché tu l’avresti fatto” oppure “Non aspettarti nulla solo perché tu, ai tempi, l’avevi fatto”.
Ma é giusto non aspettarsi nulla?
Dipende.
Posso non aspettarmi niente dal vicino di casa col quale non ho un gran rapporto, da quel parente che non sento mai, dal collega d’ufficio.
Ma da chi amo e da chi sento vicino, è giusto non aspettarmi nulla?
Ha senso giustificare sempre con “Alla fine siamo tutti diversi”, “Ma sì, va bene ugualmente” oppure “Mi avrebbe fatto piacere, ma non fa niente”.
Dipende, appunto.
Perché se ci fa soffrire, giustificare ha ancora meno senso.
👉🏻Perché una relazione sana, qualsiasi relazione sana, si basa sulla reciprocità 🖇️
E questa comporta presenza, affetto, interesse.
Chiaramente nei modi e nei tempi di ciascuno di noi, perché ricordiamoci sempre, siamo tutti diversi e conseguentemente abbiamo modi differenti di nutrire un rapporto.
Ma che un messaggino lo si può mandare anche dal bagno, lo possiamo dire, sì?
Che alcune premure o pensieri costituiscano la base lo aggiungiamo, sì?
Avete presente il film “La verità è che non gli piaci abbastanza”?
Penso valga per qualsiasi tipo di rapporto, ma potremmo trasformarlo in “Se non ti cerca mai è già una risposta”.
Se alimenti solo tu, se chiedi solo tu di incontrarvi, se proponi sempre tu, allora la situazione è sbilanciata e forse varrebbe la pena rallentare.
Possiamo cercare di recuperare un rapporto, possiamo altresì proseguirne un altro senza che ci siano grosse discussioni o problemi. Ma se non c’è reciprocità, chiediamoci, ha senso?
Perché dovremmo continuare a tenere in piedi questa relazione?
C’è un livello molto semplice, quasi primario, che non riguarda necessariamente grandi teorie psicologiche: il bisogno umano di reciprocità appunto.
Se io ci sono per te, è naturale aspettarmi che anche tu ci sia per me.
Non come calcolo o contabilità affettiva, ma come base minima di un legame sano.
Le relazioni non sono mai perfettamente simmetriche: ci sono momenti in cui uno dà di più e altri in cui è l’altro a sostenere.
Ma quando lo squilibrio diventa stabile, allora non siamo più dentro una semplice differenza caratteriale.
Siamo dentro una relazione sbilanciata.
E il buon senso lo percepisce subito: se una persona tiene a te, in qualche modo si muove verso di te.
Ti cerca. Trova uno spazio.
Mostra interesse. Ti coinvolge nella sua vita.
Non ti lascia costantemente nel dubbio.
Eppure continuiamo spesso a restare in rapporti così perché la mente tende a giustificare ciò che l’affetto fatica ad accettare.
Cerchiamo spiegazioni profonde per non entrare in contatto con una verità più dolorosa e semplice: forse l’altro non vuole incontrarci davvero o sapere come stiamo.
La maturità emotiva sta anche nel riconoscere questo: comprendere l’altro è importante, ma non dovrebbe portarci a dimenticare noi stessi e i nostri bisogni relazionali fondamentali.
Perché l’affetto e l’amore non si misurano solo da ciò che proviamo noi…
Si misurano anche dalla presenza reciproca.
Ci sono rapporti in cui l’altro accetta di uscire con noi, di condividere momenti, magari anche belli… ma fuori da quei momenti non cerca davvero il contatto.
Non cerca, scrive poco, non prende iniziativa e se organizza qualcosa non chiama ed esce con altri. Vero è che spesso si può anche stare tutti insieme.
E allora nasce una domanda inevitabile: “Che posto occupo davvero nella sua vita?”
Anche qui il punto non è giudicare subito l’altro come freddo o cattivo… Le persone hanno modi diversi di vivere la vicinanza.
Ma il problema emotivo nasce quando una persona vive il legame come presenza continua, mentre l’altra lo vive solo “a intermittenza”.
Spesso chi resta in queste dinamiche si aggrappa ai momenti in cui l’altro c’è:
“Però quando siamo insieme sta bene con me.”
Ed è vero.
Ma una relazione non è fatta solo dei momenti presenti. È fatta anche del desiderio di cercarsi quando si è lontani.
Dal punto di vista psicologico, l’ambivalenza crea legami molto potenti. Un po’ di presenza e un po’ di assenza possono generare molta attivazione emotiva, perché tengono viva l’attesa, il dubbio, la speranza.
Ma a lungo andare vivere nell’interpretazione continua dell’altro, stanca.
Perché quando qualcuno desidera davvero averci con lui, di solito non lascia tutto il peso del contatto all’altro.
E qui torna qualcosa di molto semplice: non basta che una persona stia bene con te quando ci siete.
Conta anche se sente il bisogno di raggiungerti quando non ci sei.