11/06/2025
Jannik ha perso. E va bene così.
No, non ha “vinto lo stesso”. Ha perso. Ha perso una finale di uno Slam. Ha perso dopo aver lottato, sofferto, provato a cambiare qualcosa, senza riuscirci. E questa, per quanto possa far male ai tifosi, è una delle esperienze più preziose che possa vivere un atleta.
Sì, perché perdere, davvero perdere, è un’esperienza educativa. Non da romanticizzare, ma da attraversare.
Perdere non è qualcosa da edulcorare, non è un difetto da correggere: è parte del gioco.
Nel tennis, nello sport, nella vita.
Se continuiamo a dire “ha vinto lo stesso” togliamo significato a quello che ha vissuto. E togliamo valore a quello che possiamo imparare anche noi da una sconfitta.
Perdere significa prendersi la responsabilità di quello che non ha funzionato. Significa sentire il dolore, senza doverlo nascondere né negare.
Significa non avere alibi. Significa riconoscere che non basta sempre dare il massimo per ottenere il massimo.
Eppure, in tutto questo, Sinner ha mostrato un livello raro di lucidità, umanità, rispetto e dignità.
Non si è attaccato al pubblico, non ha cercato scuse, non ha recitato frasi fatte. Ha parlato da uomo, non solo da atleta.
Questa è la vera lezione.
Non è “vincere lo stesso”, è perdere bene.
Perdere bene è una cosa seria. È una competenza. È una forma di maturità mentale, emotiva e relazionale.
È quello che i nostri giovani hanno bisogno di vedere. Perché se non insegniamo loro anche a perdere, li condanniamo a inseguire per tutta la vita un’idea sbagliata di successo.
Sinner non ha vinto. Ma ha mostrato qualcosa che vale molto di più.
E noi possiamo scegliere di impararlo, invece che mistificarlo.
Perdere non è il contrario di crescere. È uno dei modi più autentici per farlo.