07/08/2023
Se siete in vacanza o state per andare in vacanza o siete in dubbio se prendervi o meno una pausa, ricordate che …
…Certo che si soffre per raggiungere i propri obiettivi, che la sofferenza è intrinseca alla vita, che va accettata in quanto tale, elaborata e bla bla bla.
Però finiamola con questa retorica che soffrire rende migliori.
Piantiamola con la solfa che idealizza il sacrificio.
Sarà che ho staccato coi pazienti e la pausa estiva - più lunga di quella invernale - mi fa soffermare sulle tante strade lungo le quali mi concedono di accompagnarli.
Sarà pure che sto un po' invecchiando, che la verve dei 25 anni lascia il posto ai capelli bianchi, a qualche perdita, a qualche lutto che si accumula.
Ma soffrire fa schifo.
La sofferenza in quanto tale non ha mai reso migliore nessuno.
Altrimenti per far stare meglio i pazienti dovrei aiutarli a soffrire di più, non di meno.
I pazienti non migliorano perché soffrono.
Le persone stanno meglio quando sentono la vicinanza, la consolazione.
Stanno meglio quando iniziano a sperare, perché è sulla speranza che si fonda l'immaginazione e su questa la possibilità di costruire.
Queste sono le cose che rendono le persone migliori.
Più libere, più vicine a se stesse, più consapevoli della propria storia e del proprio ruolo nell'esistenza.
Le persone stanno bene quando hanno più possibilità.
E la sofferenza è la castrazione della possibilità.
La sofferenza farà sempre parte dell'esistenza perché non avremo mai il pieno controllo sul caso, sui genitori che ci partoriscono, sulle macchine che ci investono, sulle malattie che ci affliggono - noi o le persone che amiamo.
E per questo la sofferenza va raccontata, per poterla accettare, elaborare, farne parte della storia.
Ma dobbiamo piantarla di considerare l'esistenza come qualcosa da vivere come un moto perenne, altrimenti il primo momento di vuoto - di vacanza - non saremo in grado di tollerare la vera essenza dell'esistenza.
Non fare niente, e scegliere di andarlo a fare dove ci pare a noi.