
06/05/2025
“Quando parlo di delusione, ognuno comprende immediatamente ciò che intendo dire. Anche senza alcun fanatismo pietistico, e pur comprendendo la necessità biologica e psicologica della sofferenza nell’economia della vita umana, non si può non condannare la guerra, nei suoi scopi e nei suoi mezzi, e non aspirare alla cessazione delle guerre. Dicevamo sì a noi stessi che le guerre non possono scomparire fintanto che i popoli vivono in condizioni di esistenza così diverse, fintanto che il loro modo di valutare la vita individuale è così divergente e gli odi che li separano sono alimentati da forze motrici psichiche così potenti. Eravamo dunque preparati al fatto che guerre tra popoli primitivi e popoli civilizzati, tra razze divise da differenze di colore, e persino con o tra singole popolazioni europee meno progredite o civilmente in regresso avrebbero tenuto occupata l’umanità ancora per lungo tempo. Ma ci cullavamo anche in un’altra speranza. Dalle grandi nazioni di razza bianca dominatrici del mondo, nelle cui mani è affidata la guida del genere umano, che sapevamo intente a perseguire interessi estendentisi al mondo intero, e a cui erano dovuti i progressi tecnici per il dominio della natura nonché i valori della cultura, dell’arte e della scienza, da questi popoli, almeno, ci aspettavamo che giungessero a risolvere per altre vie i loro malintesi e i loro contrasti d’interesse.”
Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, La delusione della guerra, Introduzione alla psicoanalisi ed altri scritti, 1915, Opere, Vol. 8