Dott.ssa Antonella Pacciana Psicologa- Psicoterapeuta

Dott.ssa Antonella Pacciana Psicologa- Psicoterapeuta Studio di psicoterapia ad orientamento psicoanalitico. Svolgo attività clinica

18/01/2026

Mettere i metal detector “negli istituti a rischio” può dare l’illusione di una risposta immediata. Ma è anche una scelta che rischia di produrre un effetto collaterale gravissimo: rafforzare l’etichetta.

Perché cosa significa, davvero, “scuole a rischio”?
Significa dire implicitamente che esistono scuole di serie A e scuole di serie B. Significa trasformare alcuni ragazzi in sospetti strutturali. E significa “normalizzare” l’idea che in certi luoghi sia fisiologico aspettarsi violenza, come se fosse un tratto identitario, e non un segnale di sofferenze complesse e diffuse.

Eppure la violenza non nasce in una scuola soltanto.
La violenza attraversa tutta la società: famiglie, social, gruppi dei pari, quartieri, linguaggi pubblici. È ovunque, spesso travestita da ironia, disprezzo, umiliazione, sopraffazione, status.
Pensare di risolverla con un varco e un controllo significa ridurla a “oggetto”, quando invece è un fenomeno emotivo e relazionale.

In termini psicoanalitici: è come se, davanti all’angoscia, si cercasse un “oggetto esterno” da controllare (il coltello), senza fare spazio alla domanda centrale: che cosa non è stato contenuto dentro?
Bion lo direbbe con chiarezza: quando manca un contenitore psichico, l’emozione non pensata si trasforma in agito. Non diventa parola, non diventa pensiero: diventa gesto.

E allora sì: sicurezza.
Ma non sicurezza come stigma.

Perché se davvero vogliamo prevenire la violenza, dobbiamo smettere di trattare la scuola come un posto in cui “si fa istruzione” e basta, e iniziare a riconoscerla per quello che è: un luogo dove ogni giorno entrano inermi migliaia di emozioni non mentalizzate.

E quando dico educazione emotiva non intendo:
• il progettino di due incontri,
• lo “psicologo tappabuchi” chiamato solo quando scoppia un caso,
• l’intervento spot utile più alla coscienza degli adulti che alla crescita dei ragazzi.

Intendo un lavoro serio, continuativo, strutturato:
• formazione vera per docenti (contenimento, gestione del conflitto, dinamiche di gruppo),
• spazi stabili di parola per gli studenti,
• supervisione agli insegnanti nei contesti difficili,
• interventi gruppali non moralistici ma trasformativi,
• alfabetizzazione affettiva (rabbia, vergogna, esclusione, invidia, impotenza).

Winnicott lo diceva in modo semplice e radicale: un ragazzo non ha bisogno solo di regole, ha bisogno di un ambiente che regga.
Quando l’ambiente non regge, il ragazzo non cresce: si difende. E spesso si difende facendo paura.

Un metal detector può forse bloccare un oggetto.
Ma non può bloccare l’odio. Non può bloccare la vergogna. Non può bloccare la disperazione.
E soprattutto non può insegnare a un adolescente a fare ciò che è più difficile: sentire senza distruggere.

La vera sfida non è controllare le scuole “a rischio”.
La vera sfida è non abbandonarle, non marchiarle, non ridurle a contenitori di devianza.

All’inizio della mia carriera facevo una cosa molto comune: incasellavo rapidamente ciò che osservavo dentro una diagnos...
13/01/2026

All’inizio della mia carriera facevo una cosa molto comune: incasellavo rapidamente ciò che osservavo dentro una diagnosi.
Era un modo per orientarmi, per dare ordine, per sentirmi più sicura nel “capire”.

Col tempo ho compreso qualcosa di fondamentale:
la diagnosi è uno strumento e non è una persona.
E se diventa la lente principale con cui guardiamo qualcuno, rischia di ridurlo invece di aiutarlo.

Perché spesso non è il comportamento, in sé, il vero punto.
Spesso il vero punto è l’emozione sottostante che quel comportamento porta con sé.

Ci sono emozioni che disturbano:
rabbia, ansia, opposizione, impulsività, tristezza intensa…
Disturbano perché rompono l’equilibrio, creano disordine e mettono in difficoltà chi le osserva: genitori, insegnanti, contesti educativi.

E allora succede una cosa molto umana:
quando un’emozione ci spaventa o ci mette in crisi, abbiamo bisogno di “ancorarla” a qualcosa di controllabile.
E spesso l’etichetta diagnostica diventa una scorciatoia: rende gestibile ciò che emotivamente è ingestibile.

E attenzione: la diagnosi è fondamentale in molti contesti.
Serve per orientare interventi, per tutelare, per costruire percorsi, per dare strumenti concreti.
Il problema non è la diagnosi.
Il problema è quando la diagnosi diventa l’unica storia possibile.

Questo accade spesso anche a scuola:
un comportamento che disturba viene letto subito come “problema”.
Ma non sempre tutto ciò che crea disagio è un disturbo.

A volte quel comportamento è un linguaggio:
un modo imperfetto (ma autentico) per dire:
“Ho paura.”
“Mi sento escluso.”
“Non so come chiedere aiuto.”
“Non mi sento visto.”

Ed è qui che mi torna in mente una scena potentissima di Will Hunting.
Seduti davanti al lago, lo psicologo Sean dice a Will:

"Non posso capire cosa significhi per te essere stato abbandonato solo perché ho letto Oliver Twist.”

Cioè: la conoscenza non basta.
Non basta aver letto libri o fatto corsi.
Non bastano “pillole” di psicologia o neuropsichiatria per dare per certo che dietro ciò che sembra patologico ci sia davvero una patologia.

Perché ogni persona è più grande della categoria.
E ogni sintomo, spesso, è un tentativo di sopravvivenza emotiva.

Ecco perché chi fa il nostro mestiere dovrebbe ricordarsi ogni volta una cosa preziosa che diceva Bion:
lavorare “senza memoria e senza desiderio”.

Senza memoria, cioè senza incastrare l’altro in ciò che “so già”, in ciò che ho già visto, in ciò che mi aspetto.
Senza desiderio, cioè senza forzare la persona dentro l’idea di come dovrebbe essere, dentro il mio bisogno di aggiustarla, dentro una soluzione rapida.

Restare, invece, aperti.
Presenti.
Disponibili a incontrare l’unicità.

Perché è lì che cambia tutto:
quando qualcuno non si sente definito… ma compreso.

Prima della categoria viene la persona.
Prima del disturbo viene la storia.

26/12/2025
29/11/2025

Quando una famiglia è attraversata da un lutto, e ancor più da un lutto traumatico, il trauma psichico apre una ferita che ha bisogno di essere custodita, non esibita. L’apparizione della notizia sui social – spesso accompagnata da foto, dettagli, commenti – produce quello che potremmo chiamare un feticismo collettivo del dolore: l’evento traumatico viene “consumato” dagli altri come oggetto visibile, quasi come un frammento strappato all’intimità dei familiari.

Questo sguardo pubblico funziona come un feticcio: dissocia l’immagine dal significato, separa il fatto dalla tragedia psichica, permettendo agli spettatori di guardare senza sentire. Ma per la famiglia è l’opposto: l’immagine li invade, li violenta, li espone. Ciò che dovrebbe essere custodito nel segreto del cordoglio viene trasformato in una scena aperta, che aumenta l’impotenza, la colpa, lo smarrimento.

Il lutto richiede contenimento; la rete offre eccitazione, circolazione.
Il lutto richiede silenzio; la rete produce rumore.
Il lutto richiede riguardo; il feticismo digitale produce violazione.

Per questo l’esposizione della notizia del lutto sui social è traumatica due volte:
prima colpisce chi muore, poi strappa ai vivi il diritto di elaborare.

In termini psichici, è come se la comunità proiettasse sull’immagine del defunto la propria angoscia di morte, la propria curiosità morbosa, lasciando alla famiglia il peso insostenibile di dover contenere anche l’angoscia degli altri, oltre alla propria.

25/08/2025

𝐁𝐨𝐧𝐮𝐬 𝐏𝐬𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟓
𝐒𝐜𝐚𝐝𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐞 𝐦𝐨𝐝𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐚𝐝𝐞𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞

Possono usufruirne cittadine e cittadini con ISEE in corso di validità e di valore non
superiore ai 50.000€ che vogliano ottenere un contributo per sostenere sessioni di
psicoterapia per un massimo di 1.500,00€. Il bonus può essere richiesto una sola volta.

Dal 15 settembre al 14 novembre 2025 è possibile presentare la domanda on line
attraverso il portale INPS (accedendo con SPID, CIE o CNS) o telefonicamente attraverso il Contact Center Multicanale INPS.

Per ulteriori informazioni consultare la pagina ufficiale del sito INPS:
https://www.inps.it/it/it/inps-comunica/atti/circolari-messaggi-e-normativa/dettaglio.circolari-e-messaggi.2025.08.messaggio-numero-2460-del-11-08-2025_15005.html?

07/03/2025

Indirizzo

Via Galilei, 2
Laterza
74014

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