18/01/2026
Mettere i metal detector “negli istituti a rischio” può dare l’illusione di una risposta immediata. Ma è anche una scelta che rischia di produrre un effetto collaterale gravissimo: rafforzare l’etichetta.
Perché cosa significa, davvero, “scuole a rischio”?
Significa dire implicitamente che esistono scuole di serie A e scuole di serie B. Significa trasformare alcuni ragazzi in sospetti strutturali. E significa “normalizzare” l’idea che in certi luoghi sia fisiologico aspettarsi violenza, come se fosse un tratto identitario, e non un segnale di sofferenze complesse e diffuse.
Eppure la violenza non nasce in una scuola soltanto.
La violenza attraversa tutta la società: famiglie, social, gruppi dei pari, quartieri, linguaggi pubblici. È ovunque, spesso travestita da ironia, disprezzo, umiliazione, sopraffazione, status.
Pensare di risolverla con un varco e un controllo significa ridurla a “oggetto”, quando invece è un fenomeno emotivo e relazionale.
In termini psicoanalitici: è come se, davanti all’angoscia, si cercasse un “oggetto esterno” da controllare (il coltello), senza fare spazio alla domanda centrale: che cosa non è stato contenuto dentro?
Bion lo direbbe con chiarezza: quando manca un contenitore psichico, l’emozione non pensata si trasforma in agito. Non diventa parola, non diventa pensiero: diventa gesto.
E allora sì: sicurezza.
Ma non sicurezza come stigma.
Perché se davvero vogliamo prevenire la violenza, dobbiamo smettere di trattare la scuola come un posto in cui “si fa istruzione” e basta, e iniziare a riconoscerla per quello che è: un luogo dove ogni giorno entrano inermi migliaia di emozioni non mentalizzate.
E quando dico educazione emotiva non intendo:
• il progettino di due incontri,
• lo “psicologo tappabuchi” chiamato solo quando scoppia un caso,
• l’intervento spot utile più alla coscienza degli adulti che alla crescita dei ragazzi.
Intendo un lavoro serio, continuativo, strutturato:
• formazione vera per docenti (contenimento, gestione del conflitto, dinamiche di gruppo),
• spazi stabili di parola per gli studenti,
• supervisione agli insegnanti nei contesti difficili,
• interventi gruppali non moralistici ma trasformativi,
• alfabetizzazione affettiva (rabbia, vergogna, esclusione, invidia, impotenza).
Winnicott lo diceva in modo semplice e radicale: un ragazzo non ha bisogno solo di regole, ha bisogno di un ambiente che regga.
Quando l’ambiente non regge, il ragazzo non cresce: si difende. E spesso si difende facendo paura.
Un metal detector può forse bloccare un oggetto.
Ma non può bloccare l’odio. Non può bloccare la vergogna. Non può bloccare la disperazione.
E soprattutto non può insegnare a un adolescente a fare ciò che è più difficile: sentire senza distruggere.
La vera sfida non è controllare le scuole “a rischio”.
La vera sfida è non abbandonarle, non marchiarle, non ridurle a contenitori di devianza.