31/03/2026
La Medicina Generale nel Lazio verso lo stato di agitazione: rottura tra sindacati e regione
Nel Lazio la tensione tra medicina generale e governance regionale entra in una fase apertamente conflittuale. Non più segnali isolati o prese di posizione frammentate, ma una presa di posizione unitaria delle principali sigle sindacali, tra cui FIMMG, SNAMI, SMI, FMT e CISL Medici, che converge in un comunicato intersindacale dai toni inequivocabili. Il documento segna un passaggio politico rilevante: si dichiara apertamente la mobilitazione della categoria e si interrompe la partecipazione ai tavoli istituzionali, a partire dall’incontro con la Direzione Regionale Salute previsto per il primo aprile. Una scelta che, nel linguaggio sindacale, equivale a dire che il livello di fiducia è ormai compromesso.
Il punto di rottura è rappresentato dal provvedimento regionale del 26 marzo 2026, che introduce le “Disposizioni per il monitoraggio della farmaceutica convenzionata” e definisce il funzionamento delle commissioni CAPI. Il meccanismo previsto è chiaro: analisi mensile del profilo prescrittivo di gruppi di medici, richiesta di controdeduzioni sui casi ritenuti inappropriati, utilizzo di sistemi informativi come BIHEALTH per individuare scostamenti, fino alla possibilità di attivare procedure di recupero economico. Un sistema che prevede a priori quanti medici debbano essere sottoposti a verifica ogni mese e che può sfociare in conseguenze economiche dirette non è più un audit clinico. Diventa, nella percezione dei medici, un meccanismo organizzativo che rischia di produrre pressione sistematica sulle scelte prescrittive. Su questo impianto le organizzazioni sindacali esprimono una condanna netta. Non tanto per l’esistenza di strumenti di monitoraggio, che fanno parte da anni del governo clinico, quanto per le modalità con cui vengono strutturati e utilizzati. Il passaggio da audit clinico a controllo ispettivo è il vero nodo.
Nel comunicato emerge con forza un concetto che negli ultimi mesi sta diventando centrale nel dibattito della medicina generale: la difesa dell’autonomia professionale. Secondo le sigle firmatarie, il provvedimento introduce un sistema che non si limita a osservare, ma interviene con una logica percepita come punitiva e gerarchica, spostando il baricentro della decisione clinica dal medico al livello amministrativo. Questo ha due conseguenze. La prima è interna alla professione: si crea un clima di diffidenza, in cui il medico non si sente supportato ma controllato. La seconda riguarda il rapporto con il paziente: se il medico percepisce di essere sotto pressione amministrativa, la prescrizione non è più solo espressione di scienza e coscienza, ma diventa anche una scelta condizionata da vincoli esterni. È un cambiamento sottile ma profondo.
Il comunicato non si limita alla critica del provvedimento del 26 marzo. Viene richiamata anche un’altra decisione regionale, quella del 15 gennaio, che ha sospeso l’integrazione dei medici cessati nelle UCP (Unità di Cure Primarie) e i relativi trasferimenti. Anche questa viene definita unilaterale e responsabile di criticità organizzative che incidono direttamente sulla continuità assistenziale. Qui emerge un elemento spesso sottovalutato: le decisioni amministrative sulla medicina generale non hanno un impatto solo contrattuale o sindacale, ma si traducono immediatamente in effetti sulla capacità del sistema di garantire assistenza. La sospensione di meccanismi di sostituzione o integrazione non è una questione tecnica, ma incide sulla tenuta quotidiana dei servizi.
Le organizzazioni sindacali tracciano quindi un quadro complessivo in cui il problema non è il singolo provvedimento, ma un’impostazione definita “rigidamente unilaterale”. È questa percezione che porta alla dichiarazione più significativa del documento: allo stato attuale non esistono margini per una trattativa costruttiva. Da qui la scelta di ritirare i propri rappresentanti da tutte le delegazioni e di sospendere la partecipazione ai tavoli. Una mossa che ha un duplice significato: segnala la volontà di alzare il livello dello scontro e, al tempo stesso, tenta di riequilibrare il rapporto di forza, riportando la Regione al tavolo negoziale in condizioni diverse e di cooperazione.
Non si tratta però di una chiusura definitiva. Il comunicato lascia uno spiraglio, ma pone condizioni molto precise: ritiro dei provvedimenti considerati vessatori e riattivazione di un confronto reale e costruttivo, nel rispetto del ruolo professionale del medico di medicina generale.
È un passaggio importante, perché chiarisce che il conflitto non è ideologico. Non c’è una contrapposizione pregiudiziale a strumenti di monitoraggio o a processi di riorganizzazione. Il punto è il metodo. Senza condivisione, senza coinvolgimento, senza riconoscimento della specificità clinica della medicina generale, ogni riforma rischia di essere percepita come imposizione. In questo contesto, la dichiarazione di mobilitazione assume un valore che va oltre il Lazio. È il riflesso di una tensione più ampia che attraversa la medicina territoriale italiana, dove il tema non è solo come riorganizzare i servizi, ma quale ruolo attribuire al medico di medicina generale nel nuovo assetto. Se il medico diventa un esecutore di indirizzi amministrativi, il sistema può credere di guadagnare in uniformità ma perde in capacità clinica. Se invece mantiene un ruolo decisionale autonomo all’interno di un sistema coordinato, la sfida è più complessa ma più coerente con la natura della professione.
Il Lazio è oggi uno dei contesti in cui questa tensione si manifesta con maggiore chiarezza. La scelta delle organizzazioni sindacali segna un punto di rottura nel rapporto con la Regione. Perché un sistema che punta a controllare i medici, invece di metterli nelle condizioni di lavorare meglio, non migliora l’assistenza: ridefinisce le priorità.