04/01/2026
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QUANDO IL CORPO PARLA E NOI FACCIAMO FINTA DI NON SENTIRE
(Patrizia Coffaro)
Una cosa che mette profondamente a disagio quando si parla di salute, di dolore, di malattia, è l’idea che non siamo semplicemente un corpo che a un certo punto si rompe, ma un essere che si esprime. Non in senso poetico o consolatorio, ma nel modo più concreto possibile.
Ognuno di noi porta dentro una matrice di coscienza, una spinta evolutiva che cerca costantemente di manifestarsi, e quando questa spinta viene ignorata, deviata, repressa o sacrificata per adattarci a una vita che non ci appartiene più, si crea una frattura. Non subito visibile, non immediatamente dolorosa, ma reale.
Quella frattura è ciò che chiamiamo dissonanza, ed è la distanza crescente tra ciò che siamo e ciò che facciamo, tra ciò che sentiamo e ciò che ci imponiamo di non sentire, tra ciò che la nostra parte più profonda spinge per diventare e ciò che la nostra quotidianità ci costringe a incarnare. È lì che nasce il sintomo.
Non come punizione o come errore biologico, ma come linguaggio. Il corpo non tradisce, il corpo avverte. Prima sottovoce, poi sempre più chiaramente, fino a quando non siamo più in grado di ignorarlo. La malattia non arriva dal nulla e non arriva per caso. Arriva quando un accumulo di tensioni, piccole o grandi, consce o inconsce, supera la capacità di compenso dell’organismo.
Arriva quando continuiamo a vivere in una direzione opposta rispetto alla nostra natura profonda. E no, questo non ha nulla a che fare con la colpa. Non siamo colpevoli di ammalarci, ma siamo responsabili del modo in cui ascoltiamo o non ascoltiamo ciò che il corpo cerca di comunicarci.
Il corpo possiede una sua intelligenza autonoma, non è un oggetto da aggiustare né una macchina difettosa. È un sistema vivo che cerca coerenza, e quando questa coerenza viene meno, la tensione si incarna. Prima come stanchezza, poi come insonnia, come disturbi digestivi, come infiammazione persistente, e infine come dolore vero e proprio.
Non perché qualcosa si sia improvvisamente rotto, ma perché qualcosa è stato ignorato troppo a lungo. Il dolore, per quanto scomodo, non è il nemico. Può diventare una chiave, una soglia, un punto di svolta. Non perché sia bello o desiderabile, ma perché costringe a fermarsi, a guardare, a riconoscere dove stiamo andando contro noi stessi.
La parte del corpo che manifesta il dolore non è casuale, è spesso il punto in cui la tensione tra ciò che siamo e ciò che viviamo è diventata insostenibile. La mano che fa male parla del dare e del ricevere, l’apparato digerente parla di ciò che non riusciamo più a metabolizzare nella nostra vita, il respiro che si accorcia racconta di uno spazio vitale che si è ristretto, di una vita che è diventata più piccola di ciò che siamo, di un’esistenza compressa dentro forme che non ci rappresentano più.
E quando lo spazio interiore si riduce, il corpo tenta in ogni modo di compensare, fino a quando non può più farlo. A quel punto non resta che il dolore, non come condanna ma come ultimo linguaggio disponibile. La salute non è l’assenza di sintomi, non è silenzio del corpo, non è adattamento forzato a ciò che ci consuma lentamente. La salute è coerenza, allineamento... é il punto in cui ciò che pensiamo, ciò che sentiamo e ciò che viviamo smettono di farsi la guerra. Finché questo allineamento non avviene, il corpo continuerà a parlare... sempre, non per distruggerci, ma per riportarci a casa.
E non esistono integratori o piani alimentari che possano sostituire la presa di coscienza. Perché nessuna molecola, per quanto utile, può fare il lavoro che spetta a noi. Nessun protocollo può colmare la distanza tra ciò che siamo e ciò che stiamo vivendo. L’ascolto della nostra coscienza non è un accessorio del percorso di guarigione, è il percorso. È il punto in cui smettiamo di cercare soluzioni fuori e iniziamo a riconoscere dove stiamo andando contro noi stessi. Tutto il resto può aiutare, sostenere, accompagnare, ma senza questa presa di coscienza resta solo un tentativo di compensazione, non una vera guarigione.
XO - Patrizia Coffaro