Dott. Fabio Tartarini - Psicologo

Dott. Fabio Tartarini - Psicologo [ITA] Psicologo del Benessere Sostenibile. [ENG] Psychologist for your Sustained Well-being. Contattami:
https://linktr.ee/fabiotartarini

[ITA] Psicologo del Benessere Sostenibile. Mi occupo di supportare i miei clienti al raggiungimento del loro miglior sè con tecniche del Self-Empowerment e dello Human Flourishing. Fornisco un approccio a 360° che combina metodi di miglioramento accademico con strategie di miglioramento personale, oltre che di gestione ansia e stress.

[ENG] Chartered Psychologist, I am an academic researcher and trainer. I have been an ex-pat myself, so I have experienced the struggles and challenges of being in a new and unknown culture and country. My counselling and workshop sessions adopt a mixed approach derived from Self-Empowerment and Human Flourishing techniques. I have developed a model of Sustainable Well-Being and Human Flourishing that guides my practice. I do believe true happiness needs meaning and purpose in life.

"Che cosa facciamo quando ci fa male il cuore?" chiese il bambino. "Lo avvolgiamo in una coperta di amicizia, di lacrime...
09/03/2026

"Che cosa facciamo quando ci fa male il cuore?" chiese il bambino. "Lo avvolgiamo in una coperta di amicizia, di lacrime e di tempo condiviso, finché non si risveglia di nuovo speranzoso e felice".

(Charlie Mackesy - Il bambino, la talpa, la volpe e il cavallo)

Il dolore emotivo non sempre è facile da spiegare, soprattutto ai più piccoli. Eppure alcune storie riescono a raccontarlo con una semplicità disarmante. In questo volume troviamo un’immagine molto potente: quando il cuore fa male, ciò di cui abbiamo davvero bisogno non è "aggiustarlo" in fretta, ma avvolgerlo, con l'amicizia, le lacrime, il tempo condiviso. Il dolore emotivo, infatti, non ha bisogno di essere negato o risolto in fretta, ma accolto. Quando soffriamo, ciò che spesso ci aiuta davvero è sentirci visti, ascoltati e accompagnati. Le lacrime, la presenza di qualcuno accanto, il tempo che passa insieme: sono tutte forme di cura che permettono alle ferite interiori di trovare lentamente spazio per trasformarsi.

A volte la cura non è togliere subito il dolore, ma non lasciarlo solo. Il cuore non ha sempre bisogno di soluzioni immediate, ma di uno spazio sicuro in cui poter riposare, finché lentamente non ritrova la forza di sperare di nuovo.

La vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” continua a far discutere tutta l’Italia. Nelle ultime ore è arrivato an...
08/03/2026

La vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” continua a far discutere tutta l’Italia. Nelle ultime ore è arrivato anche un passaggio particolarmente delicato: la separazione dalla madre dei tre bambini, disposta dal tribunale mentre proseguono valutazioni e accertamenti sulla situazione familiare.
Quando storie di questo tipo entrano nella cronaca, il dibattito pubblico tende ad accendersi molto rapidamente. C’è chi difende i genitori, chi difende le istituzioni, chi cerca spiegazioni semplici per una realtà che semplice non è.
La psicologia, però, invita a ricordare un punto fondamentale: le famiglie non sono mai soltanto “casi”, sono relazioni, legami, storie di vita. Una separazione tra genitori e figli – anche quando avviene per decisioni istituzionali – rappresenta sempre un momento emotivamente molto intenso, per i bambini, ma anche per gli adulti coinvolti.
Proprio per questo vicende come questa ci colpiscono così profondamente. Toccano valori molto radicati: ciò che riteniamo giusto, ciò che temiamo, ciò che sentiamo di voler proteggere.
Fin dall’inizio, il confronto pubblico intorno alla “famiglia del bosco” sembra organizzarsi attorno a poli di valore molto forti. Da un lato l’idea di libertà familiare, di vita nella natura, di scelte educative alternative e di distanza da modelli percepiti come dominanti. Dall’altro la tutela dei minori, la sicurezza, l’igiene, l’accesso a relazioni e a standard che le istituzioni considerano fondamentali per la crescita dei bambini.

👉 Quando valori così importanti entrano in tensione, è naturale che le emozioni diventino intense e che le posizioni si polarizzino. Le emozioni che emergono davanti a casi come questo, infatti, possono essere una traccia utile per comprendere meglio noi stessi.

🔸 Forse la chiave sta proprio qui:
le emozioni che proviamo davanti a queste storie non sono una sentenza morale e non stabiliscono automaticamente chi abbia ragione o torto. Possono però diventare un indizio di ciò che per noi conta davvero. E forse, prima di giudicare, questo caso può offrirci anche un’altra occasione: fermarci un momento a riflettere su quanto siano fragili e preziosi i legami familiari — e su quanto sia importante mantenere uno sguardo umano quando si parla di bambini, genitori e delle loro storie.

Jim Carrey e il disagio del non sapereCi sono casi che attraggono la nostra attenzione e la nostra curiosità più di quan...
07/03/2026

Jim Carrey e il disagio del non sapere

Ci sono casi che attraggono la nostra attenzione e la nostra curiosità più di quanto ci aspetteremmo. Aprono una zona di ambiguità che facciamo fatica a ignorare. Leggiamo una notizia, notiamo particolari che ci colpiscono, percepiamo un’incongruenza, e sentiamo che qualcosa non quadra. È una sensazione sottile ma insistente: vogliamo capirne di più, andare oltre la notizia.

È lì che il dubbio smette di essere solo una domanda e diventa una tensione. Il non sapere, che potrebbe restare uno spazio aperto, comincia invece a farsi scomodo. Cerchiamo allora di dare una forma ai fatti, di chiudere il cerchio, di togliere di mezzo quel fastidio che nasce quando qualcosa non ci convince fino in fondo. Per cui ci informiamo, leggiamo e guardiamo video sull'argomento, cerchiamo una spiegazione concreta.

Forse è anche per questo che casi come l’apparizione di Jim Carrey ai César Awards di Parigi esplodono così in fretta. Non solo incuriosiscono, ma mettono in movimento qualcosa di più profondo: la nostra difficoltà, molto umana, a restare davanti all’ambiguità senza riempirla immediatamente di significato.
Ed è proprio lì che alcune teorie diventano così seducenti. Non necessariamente perché poggino su fatti solidi, ma perché riescono a trasformare il disorientamento in una trama. Offrono un senso di ordine, danno l’impressione che tutto sia coerente e ci restituiscono, almeno per un momento, la sensazione di avere tra le mani una spiegazione chiara.

Forse allora il punto non è tanto Jim Carrey in sé. Il punto è quanto ci pesa accettare che un evento ad alta risonanza mediatica, che coinvolge una figura molto visibile, famosa e iconica, possa avere dietro motivi normali, imperfetti, persino banali. A volte non scegliamo la spiegazione che regge meglio. Scegliamo quella che soddisfa di più il nostro bisogno di non restare nel dubbio e che, per un istante, rende il nostro mondo più ordinato e meno incerto.

Empatia verso gli animali e consumo di carne: cosa ci dice la psicologia?Molte ricerche in psicologia morale e sociale m...
06/03/2026

Empatia verso gli animali e consumo di carne: cosa ci dice la psicologia?

Molte ricerche in psicologia morale e sociale mostrano che la maggior parte delle persone prova empatia verso gli animali e riconosce loro capacità di provare emozioni e sofferenza. Tuttavia, allo stesso tempo, nelle società occidentali il consumo di carne è una pratica diffusa e culturalmente normalizzata.
Questa coesistenza può generare una tensione psicologica che in letteratura viene descritta come dissonanza cognitiva: una discrepanza tra valori e comportamenti quotidiani.

👉 Per ridurre questo disagio, spesso in modo automatico e inconsapevole, tendiamo ad adottare diverse strategie:
🔸 minimizzare o negare le capacità mentali ed emotive degli animali allevati a scopo alimentare (mind denial);
🔸 separare simbolicamente e linguisticamente l’animale da ciò che è considerato prodotto alimentare;
🔸 considerare il consumo di carne come naturale, necessario o inevitabile (meat paradox o "paradosso della carne").

🌱 Chi sceglie un’alimentazione vegana ad un certo punto percorre il processo opposto: il riconoscimento della soggettività animale diventa un valore centrale e viene integrato nelle proprie scelte quotidiane. Questa decisione non riguarda solo il cibo, ma può avere una dimensione identitaria ed etica, legata a empatia, compassione e responsabilità morale. Il veganismo può rappresentare, dunque, un tentativo di ridurre la distanza tra ciò che una persona sente giusto e il modo in cui agisce nella vita di tutti i giorni. Non si tratta di “superiorità morale”, ma di un bisogno umano di vivere in modo più allineato ai propri principi.
Comprendere questi processi non serve a giudicare o classificare le persone, ma ad aprire uno spazio di riflessione e a riconoscere che dietro le scelte vegane c’è spesso un lavoro emotivo e cognitivo profondo, fondato su sensibilità, consapevolezza e rispetto per la sofferenza animale.

A volte non è il litigio a fare più male, è il dopo. Quel momento in cui la stanza sembra più fredda, le parole dette co...
05/03/2026

A volte non è il litigio a fare più male, è il dopo. Quel momento in cui la stanza sembra più fredda, le parole dette continuano a rimbalzare nella mente e dentro nasce un pensiero: "allora non capisce… allora non gli importa… allora sono solo io a tenere insieme le cose".
Magari fuori fai finta di nulla. Ma dentro qualcosa si ritira.

Molte persone pensano che "stare bene" significhi non ferirsi mai, ma in realtà nelle relazioni di coppia accade spesso di toccarsi proprio lì: nei punti più sensibili. Quelli che non appartengono solo al presente, ma anche alla nostra storia.
A volte una discussione con il partner non attiva solo l'adulto che siamo oggi. Attiva anche parti più antiche di noi: ferite che portiamo da tempo, bisogni di riconoscimento, paura di essere messi da parte. In quei momenti può emergere il nostro bambino interiore, quella parte vulnerabile che desidera essere vista, accolta, rassicurata. Per questo non sempre il dolore è proporzionato alla situazione. Perché non riguarda solo ciò che è successo adesso, ma anche ciò che, dentro di noi, teme di ripetersi.

La differenza, spesso, non sta quindi nell'evitare ogni ferita, ma nella capacità di tornare. Un movimento che non significa cedere o fare finta di niente, ma dire in modo umano: "mi importa di noi più del mio orgoglio". È scegliere la relazione come spazio in cui ci si può sbagliare e poi riparare; in cui le ferite non vengono ignorate o punite, ma riconosciute e curate. Perché nelle relazioni non è l'assenza di conflitti a fare la differenza. È la possibilità di ritrovarsi, anche dopo essersi toccati nei punti più fragili.

Se ti riconosci in quel "dopo" — nel bisogno di pace ma anche nella paura di essere frainteso — sappi che non sei strano, né troppo sensibile. Stai solo cercando sicurezza emotiva. E meriti un posto in cui la sicurezza si possa creare e ricostruire, anche quando è stata scossa.

Oggi, nella giornata mondiale dell'obesità, sarebbe utile non parlare solo di peso, ma di corpi e di quanto ogni corpo m...
04/03/2026

Oggi, nella giornata mondiale dell'obesità, sarebbe utile non parlare solo di peso, ma di corpi e di quanto ogni corpo meriti rispetto, anche – e soprattutto – quando è diverso da ciò che la cultura dominante considera “giusto”.

Nel mondo oltre 1 miliardo di persone convivono con l’obesità. L’OMS la definisce un’epidemia "silenziosa". Silenziosa perché i rischi non sono immediatamente visibili e perché spesso non si vede il vissuto psicologico dietro ai numeri. Dietro un aumento di peso, infatti, raramente c’è solo il cibo: c’è una storia, ci sono emozioni, c’è un corpo che prova ad adattarsi.
Il nostro organismo si è evoluto per sopravvivere alla scarsità, non per vivere in uno stato di allarme continuo. Eppure lo stress - dovuto a pressioni, precarietà, richieste costanti di performance, instabilità sociale ed economica – attiva nel corpo antichi meccanismi di difesa. Diventiamo più sedentari, cerchiamo cibi più calorici, perdiamo la nostra capacità di autocontrollo. A livello fisiologico il cortisolo aumenta, l'organismo tende più facilmente a convertire le calorie in grasso, a aumentare la pressione sanguigna, a trasformare la massa muscolare in glucosio. Non è mancanza di volontà: è un corpo che prova a proteggersi.

In una società che chiede efficienza, controllo e perfezione, molti corpi vengono giudicati come “sbagliati”. I corpi grassi, i corpi difformi, i corpi che escono dagli standard estetici subiscono stigma, esclusione, commenti non richiesti, incrementando il senso di inadeguatezza e di esclusione sociale.

👉 Ma ogni corpo conta.
Conta anche quando è grande.
Conta anche quando è lento.
Conta anche quando è difforme.
Conta anche quando non corrisponde alle aspettative.

Il movimento body positive ci ricorda che la dignità non dipende dalla taglia, la salute non coincide con la magrezza e il rispetto non dovrebbe essere condizionato dall’aspetto. La vergogna e la colpa non curano. Comprendere, invece, apre possibilità. Ci consente di guardare l’obesità come un fenomeno complesso, intrecciato con biologia, stress e contesto sociale e questo non significa negare la responsabilità individuale, ma uscire dalla semplificazione e dal giudizio.

In questa giornata possiamo scegliere uno sguardo diverso: meno centrato sulla bilancia, più centrato sulla persona. Perché i corpi non sono errori da correggere. Sono storie da ascoltare.

Un bisogno non espresso raramente scompare. Più spesso si sposta: si trasforma in tensione, in distanza emotiva, in irri...
03/03/2026

Un bisogno non espresso raramente scompare. Più spesso si sposta: si trasforma in tensione, in distanza emotiva, in irritazione che fatichiamo a spiegare anche a noi stessi.

Molte persone hanno imparato presto che “non disturbare”, “non esagerare”, “non chiedere troppo” è il modo migliore per essere accettate. Nel tempo, questa strategia può diventare automatica: minimizzare, adattarsi, dire “non è niente” anche quando qualcosa dentro segnala il contrario. Gli studi sull’attaccamento mostrano ad esempio come chi ha sperimentato relazioni imprevedibili o poco sintonizzate possa sviluppare la tendenza a inibire i propri bisogni per proteggere il legame. La ricerca sulla regolazione emotiva evidenzia che sopprimere in modo abituale ciò che proviamo aumenta l’attivazione fisiologica e riduce il senso di autenticità nelle relazioni. Anche la prospettiva dei bisogni psicologici di base (come autonomia, competenza e appartenenza) sottolinea quanto il loro mancato riconoscimento incida sul benessere e sulla qualità dei legami.

Quando un bisogno non trova parole, il corpo e il comportamento spesso parlano al suo posto: chiusura, sarcasmo, distacco, conflitti apparentemente “improvvisi”. Non perché siamo “troppo sensibili”, ma perché una parte interna sta cercando ascolto. Dare voce a ciò che ci serve non significa pretendere o imporre. Significa riconoscere che i bisogni sono informazioni preziose sul nostro mondo interno. Portarli nella relazione, con gradualità e consapevolezza, è un atto di cura: verso se stessi e verso l’altro.

A volte il primo passo non è dirlo subito agli altri, ma riuscire a dirlo a sé: “Questo per me è importante”. Da lì può iniziare un dialogo più autentico.

Quante forme di amore esistono?L’amore ha diverse facce, e sono tutte valide.Dare un nome a ciò che proviamo serve a cap...
01/03/2026

Quante forme di amore esistono?

L’amore ha diverse facce, e sono tutte valide.
Dare un nome a ciò che proviamo serve a capire i nostri bisogni, riconoscere i segnali e scegliere con più consapevolezza le relazioni che ci fanno davvero bene.

Quando distingui passione, amicizia, cura, gioco, stabilità (e anche le forme più faticose), diventa più facile costruire relazioni — e una vita — più soddisfacenti.
In questo momento, quale forma di amore senti più presente nella tua relazione?

Oggi è l'ultimo venerdì del mese. Vi invito a fare un mini check-in da 2 minuti.Senza pensarci troppo, ma in modo autent...
27/02/2026

Oggi è l'ultimo venerdì del mese. Vi invito a fare un mini check-in da 2 minuti.
Senza pensarci troppo, ma in modo autentico, identificate:

- Una vittoria di questo mese (anche piccola). Qualcosa che vi ha fatto felici o sentire soddisfatti di voi stessi.
- Una lezione che avete imparato, su voi stessi e che vi aiuta a sentirvi meglio.
- Un’intenzione per il mese prossimo: una piccola promessa su qualcosa che volete fare, un obiettivo che volete raggiungere - che sia concreto o meno, poco importa: ciò che importa è che vi faccia sentire bene.

Questo esercizio non è un bilancio “da prestazione”. È un modo gentile per chiudere il mese: riconoscere ciò che ha funzionato, dare senso a ciò che ha pesato e scegliere una direzione realistica per il prossimo passo.

A volte buttarsi non è coraggio, è fretta di smettere di sentire.Spesso chi “si butta” lo fa per sottrarsi all’incertezz...
26/02/2026

A volte buttarsi non è coraggio, è fretta di smettere di sentire.

Spesso chi “si butta” lo fa per sottrarsi all’incertezza, a quella sensazione di disequilibrio che accompagna ogni fase di cambiamento. Agire, decidere in fretta, chiudere una situazione: tutto questo abbassa temporaneamente l’ansia e restituisce una percezione di controllo. Per un attimo ci sentiamo meglio, sollevati, persino soddisfatti di aver fatto qualcosa. Quando attraversiamo una fase di transizione – una relazione che cambia, un lavoro che vacilla, un’identità che si ridefinisce –, infatti, il nostro sistema nervoso si attiva. Aumentano tensione, pensieri ripetitivi, urgenza di decidere. L’incertezza è faticosa: non offre appigli chiari, non garantisce controllo. Il cervello, sotto stress, privilegia ciò che spegne il malessere immediato rispetto a ciò che costruisce benessere nel tempo. Ma ridurre l’ansia non è sempre sinonimo di fare la scelta giusta.

Quando siamo sotto pressione la nostra lucidità si riduce. Il cervello si concentra sul disagio immediato e cerca di eliminarlo il più rapidamente possibile. Dormiamo peggio, fatichiamo a immaginare il futuro, perdiamo creatività e flessibilità. In queste condizioni è facile confondere la riduzione dell’ansia con una buona decisione strategica. Il rischio è usare la nostra attivazione – il bisogno di spegnere il malessere – come bussola. Ma non sempre ciò che calma subito è ciò che ci fa crescere nel lungo periodo.

A volte il vero coraggio non è buttarsi.
È restare. È tollerare l’incertezza abbastanza a lungo da scegliere con consapevolezza e non solo per smettere di soffrire.
Sentirsi disorientati non significa essere incapaci. Significa essere in trasformazione. E ogni trasformazione richiede tempo, ascolto e cura.

Il punto è chiedersi: sto agendo per costruire qualcosa, o per smettere di stare male? Darsi il tempo di questa domanda è già un atto di consapevolezza e, spesso, di autentico coraggio.

Quante volte ti sei chiesto: “È una relazione tossica… o stiamo solo facendo fatica?”Nel linguaggio quotidiano parole co...
25/02/2026

Quante volte ti sei chiesto: “È una relazione tossica… o stiamo solo facendo fatica?”

Nel linguaggio quotidiano parole come tossico, narcisismo, manipolazione sono diventate molto frequenti. In alcuni casi sono necessarie: riconoscere dinamiche realmente abusive è un passo fondamentale di consapevolezza e tutela. Ma non ogni relazione difficile è una relazione patologica.
Dal punto di vista psicologico, molte dinamiche disfunzionali non nascono da cattiveria o intenzionalità manipolatoria, bensì da immaturità emotiva e carenza di competenze relazionali: comunicazione indiretta, evitamento del conflitto, difficoltà nel mettere confini chiari, bisogno dell’altro che scivola nella dipendenza, silenzi che si trasformano in risentimento. In questi casi non c’è sempre un “cattivo”. C’è spesso un sistema relazionale che si alimenta di fragilità reciproche.

Le relazioni che durano nel tempo non sono quelle senza tensioni.
Sono quelle che imparano a regolarle. Non eliminano il conflitto: lo trasformano in confronto. Non negano la frustrazione: la rendono comunicabile. Non fondono le identità: mantengono un equilibrio tra autonomia e interdipendenza. La stabilità relazionale non è assenza di attrito.
È la capacità di restare nel legame senza scivolare automaticamente in attacco o fuga.

Chiedersi se una relazione sia tossica è legittimo, ma può essere altrettanto utile chiedersi:

👉 Stiamo distruggendo il legame… o stiamo imparando a gestirlo?

👉 Ci sono segnali di abuso… o competenze emotive ancora da sviluppare?

La risposta non è sempre bianca o nera.
E spesso è proprio nello spazio tra queste due polarità che avviene la crescita.

Ti hanno fatto credere che bastano ‘8 ore, 8 pause’ e magari un pizzico di magia per essere sempre al top? È una bugia c...
23/02/2026

Ti hanno fatto credere che bastano ‘8 ore, 8 pause’ e magari un pizzico di magia per essere sempre al top? È una bugia che ti logora.
Ci vengono proposte formule semplici: otto ore di lavoro, otto pause ben calibrate, qualche rituale motivazionale… Una coda di rospo e la ciocca della persona amata, e tutto si sistema. È confortante pensare che basti seguire la ricetta magica giusta per essere produttivi e centrati.
Ma il nostro funzionamento non è così lineare. La giornata di otto ore è una conquista storica, non un modello basato sulle nostre energie. La produttività formale – fatta di presenza e reattività – non tiene conto dei ritmi personali, delle relazioni, dello stress e di altri fattori che influenzano la nostra mente e il nostro corpo.
Quando riduciamo il lavoro a una formula, rischiamo di sentire ogni pausa come una colpa. Una produttività più soddisfacente e sostenibile è un’altra cosa: nasce dal rispetto dei nostri limiti e dalla qualità di ciò che facciamo. Non servono incantesimi o numeri perfetti, ma consapevolezza e flessibilità.

Indirizzo

Lecce
73100

Orario di apertura

Lunedì 10:30 - 21:00
Martedì 10:30 - 21:00
Mercoledì 10:30 - 21:00
Giovedì 10:30 - 21:00
Venerdì 10:30 - 21:00
Sabato 10:30 - 21:00

Telefono

+393518178169

Sito Web

https://linktr.ee/FabioTartarini

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