Dott.ssa Stefania Scimone Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Stefania Scimone Psicologa Psicoterapeuta Psicologa Psicoterapeuta Psicoanalitica diplomata presso Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica (SIPP)

Parliamo di violenza e linguaggio inclusivo!
19/11/2024

Parliamo di violenza e linguaggio inclusivo!

17/01/2024

Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica. Associazione di Psicoterapia Psicoanalitica ad indirizzo freudiano

28/09/2023

La salute psicologica e fisica è una delle colonne portanti del nostro lavoro sociale perchè crediamo fermamente che stare bene dentro e con se stessə sia la chiave per stare bene con gli altri!

Abbiamo una proposta che non vediamo l'ora di condividere con voi su come costruire insieme una comunità basata sul di tutte e tutti, ma prima di dirvi la nostra, vorremmo chiedervi:

"Qual è la vostra idea di benessere? Come possiamo costruirla insieme?"

Venite a raccontarcela sabato 30 dalle 16 alle 19 presso Parco dei Colori, Via delle Medaglie D'Oro nel quartiere Borgo Pace, a .

Non vediamo l'ora di ascoltarvi!

Seguiranno dei Workshop che vi daranno un assaggio di quanta meraviglia, insieme, si può condividere nella cornice di !

06/11/2021
04/07/2021

“Mira al Sole Fantaghirò. Metti al bando la parola impossibile.. sono impossibili solo le cose non intraprese..”
Fantaghirò nasce nel trauma individuale e collettivo: la madre muore dopo il parto, la guerra infinita e senza senso dei due regni impera. Fantaghirò nasce donna, essere inferiore ,destinato ad ubbidire e servire l’uomo. Dal primo vagito la bambina afferma la sua Identità ribelle, separata dalle aspettative del padre patriarcale che voleva un erede maschio. Sopravvive al gesto efferato del padre di volerla sacrificare per aver ucciso la madre. Corre, salta, gioca a fare la guerra con la fionda, e per questi comportamenti atipici viene rinchiusa nel pozzo. Cresce da sola all’interno di questo pozzo, meravigliosa metafora di uno spazio privato in cui la vera natura della fanciulla può esprimersi senza vincoli e restrizioni inseguendo la sua sete di conoscenza. Non ha paura del buio, lo domina, lo rende suo alleato come le creature della notte. Esseri “schifosi”, come i topi, diventano amabili animali di compagnia. Impara a scrivere e a leggere, violando il divieto Paterno e alimentando in sé il desiderio di diventare un cavaliere. Fantaghirò nasce in un corpo di donna, ma con un Animus spiccato da guerriero. Cresce nella delusione del padre, gli risponde, difende le sorelle dall’arte del tacere. Come l’archetipo della Grande Dea impara il linguaggio della natura e degli animali, si ricongiunge alla Terra e ne brandisce il rispetto. Sembra quasi voler ristabilire l’antica egemonia di una società matrifocale dove la Grande Dea era la prima divinità amata in quanto forza vitale femminile, profondamente collegata alla natura e alla fertilità, responsabile quanto della vita che della distruzione. Allo stesso tempo Come l’archetipo di Artemide nasce indipendente e indifferente all’amore romantico e sembra “bastarsi “ da sola. Attiva ed intraprendente., Fantaghirò sembra un’estranea rispetto alla sua famiglia di origine, troppo diversa dal servilismo delle sorelle, troppo emancipata per l’epoca. Rifiuta un matrimonio combinato perché lei non può essere né comprata né venduta, e viene ripudiata. Incontra, così, il suo mentore Il cavaliere Bianco, che altri non è che la Strega Bianca, la quale veglia su di lei dalla sua nascita. Il suo cammino appare quindi accompagnato da questa figura materna sostitutiva in grado di integrare in sé diverse anime: maschile e femminile , umano e animale. La Strega Bianca con il suo sostegno permette a Fantaghirò di approcciarsi a nuove esperienze compresa quella amorosa, da cui la ragazza rifugge. La aiuta a sviluppare un’autonomia riflessiva affinché possa dare un nuovo e personale senso alle proprie esperienze e al mondo esterno.
La Strega Bianca si trasforma anche nella fedele Oca consigliera che Fantaghirò porterà con Sé nelle sue varie avventure. Uc***lo sacro nell’antica Grecia , poiché simbolo di fertilità e di rinascita.
Come Artemide, Fantaghirò sceglie il suo destino, diventa Soggetto che integra senza problemi la parte maschile e femminile, la forza e l’amore per l’alterità. Nel porre fine all’atroce guerra che dilania il suo regno si propone, contro il volere del padre, come miglior cavaliere per duellare con il figlio del re nemico, Romualdo. Fantaghirò rinuncia alla sua folta chioma tagliandola con la sua spada, fascia il seno, indossa elmo ed armatura e diventa il Conte di Val D’Oca. Dimostra, inizialmente nascondendosi, come una donna possa brandire una spada e sbeffeggiarsi della presunta superiorità maschile.
Mentre è in addestramento Fantaghirò scaglia la famosa freccia impossibile verso il sole facendo imbizzarrire il cavallo di Romualdo. Lui la insegue e ne scorge solo gli occhi , che ri cercherà in tutto il regno, per poi ritrovarli sul volto del Conte di Val D’Oca. Romualdo , quindi è innamorato di un cavaliere, ma non accetta questa condizione di amore omosessuale confidando ai suoi fedeli compari: “ se dovessi scoprire che è una donna la sposerò, se dovesse essere un uomo lo ucciderò e poi ucciderò me stesso... non potrei vivere senza di lui.”
Fantaghirò affronta le sfide e le vince tutte, tranne l’ultima in cui avrebbe dovuto uccidere Romualdo perché lo aveva sconfitto. Non riesce perché lo ama anche lei e mostra compassione. Ciò significa che Fantaghirò raggiunge la capacità di non fermarsi alle apparenze e diventa completamente capace di vedere la complessità dell’animo umano e di provare riconoscenza per le cose ricevute. Così il Conte di Val D’Oca viene esiliato e Romualdo prende in moglie Fantaghirò.
La saga è composta da 5 capitoli realizzati e bruscamente interrotti perché nella mente di L.Bava e G. Romoli sarebbero dovuti essere 7. La serie prende spunto dalla fiaba contenuta nelle raccolte di I. Calvino: “Fanta-ghirò: persona bella”. Ogni anno a partire dal 1991 veniva messo in onda un nuovo capitolo. Fantaghirò: è la regina che salva continuamente il principe , il padre e il regno.
Nel secondo capitolo affronta il rapimento del padre e il tradimento di Romualdo vittima di un incantesimo della Strega Nera. Così Fantaghirò lotta per riconquistarlo e per riportare a casa il padre. Nel terzo capitolo affronta Tarabas ,crudele mago delle tenebre, destinato a divorare chiunque tenti di baciarlo. Tarabas, moderno Ade, in un rapporto simbiotico con la madre, vive nelle tenebre e nell’oscurità dell’abbandono del padre Darken. Fantaghirò bonifica la sua malvagità, accettando e domando la bestia che è in lui, l’Ombra Oscura come direbbe Jung. Nel quarto capitolo Fantaghirò e Tarabas affrontano Darken, riscattando le origini malvagie di Tarabas che nel frattempo si è innamorato di lei, la quale invece rimane sempre fedele a Romualdo. Nel quinto e sfortunato capitolo Fantaghirò viene bloccata nel mondo dell’Altrove, un mondo psicotico in cui verdure e ortaggi assemblati in Arcinboldi guidati dal SenzaNome, un burattino di legno , mangiano gli essere umani. Il SenzaNome divora i bambini per diventare UMANO e sconfiggere i tarli che distruggono il suo legno. Ancora una volta compaiono elementi primordiali angosciosi di Incorporazione con contorno di oggetti persecutori. Qui a causa delle Memosughe Fantaghirò viene privata della sua memoria storica e quindi dimentica Romualdo e il suo Regno, innamorandosi di Aries, un pirata un po’ cialtrone ,che le darà una mano per liberare il mondo dell’Altrove. Fantaghirò perdendo la continuità del suo Sé, tradisce i suoi valori di fedeltà e lealtà che l’hanno sempre contraddistinta , provocando un calo degli ascolti che determina la fine della serie da parte di Mediaset. Ma nella sceneggiatura di Romoli il viaggio dell’eroe continua, nel sesto capitolo Fantaghirò avrebbe girovagato in varie epoche, compresa l’era contemporanea, aiutando i personaggi di altre fiabe, fino a giungere nel 7 capitolo alle soglie del suo regno. Qui come regnanti avrebbe trovato la parte malvagia di Sé stessa e di Romualdo. Nel capitolo finale quindi Fantaghirò avrebbe dovuto affrontare la sua parte oscura. Perché per completare il processo di soggettivazione è necessario accogliere ed integrare nel soggetto gli elementi frammentati e perturbanti, a volte scomodi ed angoscianti di Sé stessi, cioè i propri contenuti mostruosi.

Alessandra Vergine

Una mia riflessione per la rubrica "Curiosando tra le righe".Psicoanalisi e rap, ma non solo..
20/06/2021

Una mia riflessione per la rubrica "Curiosando tra le righe".
Psicoanalisi e rap, ma non solo..

"Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento
Tu vuoi essere, non sembrare di essere
Ma c'è un abisso tra ciò che sei per gli altri e ciò che sei per te stesso
E questo ti provoca un senso di vertigine per la paura di essere scoperto
Messo a n**o, smascherato
Poichè ogni parola è menzogna
Ogni sorriso, smorfia e ogni gesto, falsità”

Si chiude così il primo brano dell’album del rapper Marracash pubblicato il 31 ottobre 2019, Persona, con una citazione tratta dall’omonimo film del 1966 di Ingrid Bergman.
Nella pellicola un’attrice che decide di smettere di parlare entra in un contatto profondo e confusivo con la sua infermiera personale; il gioco dello specchio tra le due genera rifrazioni molteplici, allucinate, in un viaggio vorticoso nell’umano che ha chiaramente ispirato il processo interiore di Marracash.
Persona nasce dal dolore. Quello del regista che affina la sua analisi esistenziale a contatto col dolore del corpo, quello del cantante che affronta il dolore mentale.
Quel Persona del rapper è un album con 16 tracce, ciascuna rappresenta una parte del corpo, una funzione. C’è tutto: i denti, le ossa, i genitali, la pelle che avvolge, il cuore, l’ego, l’anima. Il disco stesso è come un contenitore, tiene insieme l’uomo, artista, che ha dovuto scindere il personaggio dalla persona, Marracash da Fabio. Come l’Elizabeth protagonista di Bergman che nel rifiuto di aprire bocca ci racconta di quanto parlare equivale a mentire se si è sotto al peso della maschera del teatro, della vita.
In un turbinio di brani forti, spigolosi, che come le immagini della pellicola non proteggono gli occhi dello spettatore dall’urto con la durezza delle verità che celano le parole, si arriva ad un brano che sembra cambiare il mood. L’Anima è una traccia che si compone di due unici accordi in loop, un beat cardiaco e un testo che ci regala molteplici significati.
Lo apriamo in orizzontale, come si scoperchia una scatola.
Osserviamo una relazione tossica tra un uomo dominante e insicuro ed una donna fragile e bisognosa. Le strofe snocciolano la dimensione domestica dei due attraverso brevi flash di impatto visivo che aiutano a diventare spettatori: litigi, incomprensioni, alcol e fumo, separazioni e riavvicinamenti. L’urgenza di stare insieme che sembra dare fondamento alla stessa esistenza, la parallela impossibilità di sostenere la stessa necessità. Ed ancora tradimenti, parole di svilimento che illustrano senza troppi veli una coltre di sessismo e di violenza psicologica.
L’uomo che è anche voce narrante svela il suo bisogno profondo di essere accompagnato dalla sua donna-anima. Lei incarna una emotività eccessiva, impossibile da accettare, impossibile da mostrare, quasi potesse macchiarsi la patina di lucente beltà e potere che esprime la sua “maschera da divo”
Eppure nel centro della canzone Marracash lascia la parola alla sua donna, invitata ad esprimersi.

“Cosa vuoi da me?
Mi sono truccata male, è questo che non sopporti
Mi chiedi di prepararmi e dopo non mi porti
Sono la donna più bella che avrai, ma mi nascondi
A volte sono tutto, spesso sono niente
Mi cerchi come Dio, ma quando sei cenere
Ma non potrai dimenticare”

Parla una donna, racconta in poche battute la verità interna di una relazione che si gioca in una forte ed estenuante oscillazione, una montagna russa tra tutto e niente, tra euforia e depressione, tra momenti in cui la relazione è ogni cosa ed altri in cui la distruzione sembra regnare sovrana.
Le parole femminili aprono alla lettura verticale del brano, mostrandone la stratificazione: quell’uomo dunque era in dialogo con la sua stessa “anima”, un flusso di pensieri indirizzati ad un mondo interno fatto di affetti, fantasie, vulnerabilità e dolori inaccettabili, non vivibili come propri.
L’interpretazione di questa donna/anima non poteva che essere affidata a Madame, giovanissima artista multi-genere che solo qualche anno dopo questo brano avrebbe scalato le vette con “Voce”, brano che, come questo, mima una relazione d’amore ma che, come un sogno, cela nel suo significato l’esplorazione del rapporto con la propria interiorità.
Questa libera associazione tra artisti, opere, tempi e generi mostra con meravigliosa plasticità la necessità continua (e mai esaudibile) di esplorare il rapporto che sussiste tra l’individuo e la realtà interna ed esterna.
Bergman | Marracash | Madame
Tre maschere che riescono, con linguaggi agli antipodi, a parlare a generazioni diverse del continuo conflitto dell’umano alle prese con la sua fragilità, fallibilità. Con la fine, con il non-sense stesso della vita.
Parlano di quanto questo disperato tentativo di riparare ad un errore strutturale dell’essere umano possa diventare precondizione per la costruzione di architettoniche identità che si allontanano dall’essenza. Di quanto la soppressione di questo mondo interno visto come portatore di dolore possa portare all’estraniamento.

“Che sei l'anima, sei la mia metà
Come sei fatta nessuno lo sa
Cerca dentro te e saprai, mi hai ferita
Guarda dentro me, non vedrai una nemica
Dimmi che sei ancora qua”

Persona (per-sonare) anticamente voleva dire risuonare attraverso la maschera del teatro. Dunque come Fabio Bartolo Rizzo (in arte Marre), Francesca Calearo (in arte Madame), non ci resta che deporre momentaneamente la maschera, ascoltare la voce e sentire.

https://www.youtube.com/watch?v=KTwqx1Uf1C8

Stefania Scimone

06/06/2021

Guardando Equals (di Drake Doremus, 2015)
"Nel vuoto di un mondo senza più emozioni, un linguaggio per immagini. Un sogno. Non è forse da lì che ci ritroviamo?“ Questo breve scritto racconta di un sogno, un amore, un sentire..

Tic toc, tic toc…le dita tamburellano nervosamente sulla scrivania dello studio, se non fosse stato per le unghie rosicchiate il rumore avrebbe riempito la stanza. Le pupille veloci arrestano la loro corsa, lo sguardo punta dritto, la voce inciampa. “Ho fatto un sogno stanotte, te lo racconto”.
Il mondo era come un cuore di ghiaccio, bianco, pulito, ordinato, sembrava uno di quei lenzuoli piegati bene e freddi che usano per coprire i morti, almeno a me così pareva. Stavo in fila alla fermata dei bus e mi chiedevo perché al posto del biglietto avessi un microchip nel polso…ora che ci penso mi pareva essere un riconoscimento all’entrata di uno strano posto di lavoro. Camminavo in fila insieme ad altri, eravamo tutti di bianco vestiti, c’era come qualcosa di malato nel nostro abbigliamento bianco come la neve, come un camice di un dottore, come i muri delle corsie degli ospedali…in quel mondo, che abitavo senza domande, c’era un virus contagioso come un male oscuro, qualcosa di sotterraneo che ti entrava nella carne, nella pelle e che sapevo avrebbe infettato senza speranza di ritorno. In quello strano mondo la tragedia era infettarsi, infettarsi del desiderio di vivere, di piangere, di amare, di avere paura, di avere speranza e provare disperazione. Le emozioni erano state recise…c’era qualcuno che comandava sopra di noi e che ci aveva sensorialmente deprivati…io ero un’imperfetta, come del resto lo sono nella mia vita, sentivo, capisci? Sentivo vibrare il mondo dentro e il mio corpo aveva una disperante fame d’amore.
Non ricordo bene…so che a un certo punto arrivano i suoi occhi, ci riconosciamo e ci sfamiamo. Ci mangiamo con voracità e tenerezza, ingordigia e sazietà…in segreto. Di giorno la vita prosegue, lavoriamo in uno strano posto per uno strano progetto finalizzato a salvaguardare la perfezione di quel mondo, in una compagnia di solitudine, o forse in una solitudine di compagnia mi ritrovo all’interno di una pausa pranzo mentre ci nutriamo dandoci le spalle, in piatti asettici, lontani, pieni e vuoti. Avevo fame e sceglievo il cibo attraverso delle immagini…poi aspettavo il momento in cui avrei rivisto quegli occhi per sfamarmi di nuovo.
Ti toc, tic toc, tic toc…le dita riprendono a tamburellare veloci, lo sguardo fermo e la voce tenue: “Sono affamata d’amore e il mio corpo si sta sfilacciando…mi sento come quei brandelli di cibo che ordinatamente e minuziosamente componevano il mio piatto…un piatto vuoto come vuoto è il mio sentire…

Elena Leverone

14/03/2021

Non siamo diventati migliori nell’ultimo anno, semmai ci siamo fossilizzati ancora di più nella nostra visione del mondo, rifiutando la complessità delle cose.
Un adolescente non può dire di stare male in DAD, perché significa che non capisce che sono morte centomila persone; chi fa smartworking non può parlare di salute mentale, perché non ha corso i rischi di chi continuava a lavorare rischiando il contagio.
Raccontare la propria condizione è impossibile, perché ci sarà sempre qualcuno che sta peggio, e ci sarà sempre chi ti dirà che non hai diritto di dire come stai, perché il tuo dolore non ha valore.
È un’ottima strategia per allontanarci gli uni dagli altri, per non vedere che stiamo vivendo un lutto globale, una condizione di sofferenza psicologica, spirituale, fisica, economica, sociale, culturale.
La gara a chi sta peggio si basa su un modello gerarchico, e creare gerarchie e classifiche è il modo peggiore per uscire da un fenomeno globale che sta attaccando ogni aspetto della nostra vita.
L’alternativa non è mettere tutto sullo stesso piano, perché la complessità non è un livellamento e chi è morto o chi continua a lavorare in fabbrica, in ospedale o alla cassa del supermercato non vive le stesse difficoltà di chi fa lavoro d’ufficio da casa.
Ma una storia non esclude l’altra.
Guardiamo tutto insieme, non escludiamo i racconti e i vissuti, smettiamo di dire a qualcuno che la sua storia non ha dignità.
Smettiamo di creare poli opposti e allontanarci, guardiamo le criticità, le contraddizioni e i dilemmi di questo tempo, altrimenti sarà un crescendo di disperazione e violenza sociale.

07/01/2021

Complessità è una parola bellissima e dolorosa, perché ci mette di fronte a qualcosa che abbiamo difficoltà a gestire come esseri umani.
Una difficoltà intellettuale ed emotiva, che tocca sia le relazioni umane che ogni altro aspetto della vita e della conoscenza, soprattutto in un tempo come questo.
Accade soprattutto sui social, dove la razionalità discorsiva lascia spazio - come sostengono Jürgen Habermas e Byung-Chul Han - alla razionalità digitale: è molto più difficile tenere insieme aspetti diversi di una stessa cosa, magari contraddittori, o che hanno a che fare con livelli differenti.
Troppe cose che accadono contemporaneamente, troppi livelli di lettura, troppi fenomeni su cui è impossibile dire una parola definitiva; è più semplice adottare un solo aspetto, una sola prospettiva, ma questo mette in crisi la sua complessità.
È uno sforzo che si può portare avanti solo con il dialogo, riconoscendo che due posizioni non si escludono a vicenda solo perché sono diverse. Che ci vogliono pazienza, rispetto, cura e disponibilità a rinnovare la propria conoscenza, a non farsi travolgere dalle pulsioni e a capirci qualcosa di un mondo in perenne mutazione.
“Che tu possa vivere in tempi interessanti”, recitava una presunta antica maledizione cinese.
Inter-esse, letteralmente, significa essere “tra” le cose, prendere parte attiva alla vita comune. Quella frase può diventare una benedizione se accettiamo di vivere in tempi che ci costringono a riconoscere di essere legati gli uni agli altri, in una rete di conoscenza che si esalta e non si abbrutisce nella relazione tra punti di vista e piani diversi tra loro.

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