20/06/2021
Una mia riflessione per la rubrica "Curiosando tra le righe".
Psicoanalisi e rap, ma non solo..
"Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento
Tu vuoi essere, non sembrare di essere
Ma c'è un abisso tra ciò che sei per gli altri e ciò che sei per te stesso
E questo ti provoca un senso di vertigine per la paura di essere scoperto
Messo a n**o, smascherato
Poichè ogni parola è menzogna
Ogni sorriso, smorfia e ogni gesto, falsità”
Si chiude così il primo brano dell’album del rapper Marracash pubblicato il 31 ottobre 2019, Persona, con una citazione tratta dall’omonimo film del 1966 di Ingrid Bergman.
Nella pellicola un’attrice che decide di smettere di parlare entra in un contatto profondo e confusivo con la sua infermiera personale; il gioco dello specchio tra le due genera rifrazioni molteplici, allucinate, in un viaggio vorticoso nell’umano che ha chiaramente ispirato il processo interiore di Marracash.
Persona nasce dal dolore. Quello del regista che affina la sua analisi esistenziale a contatto col dolore del corpo, quello del cantante che affronta il dolore mentale.
Quel Persona del rapper è un album con 16 tracce, ciascuna rappresenta una parte del corpo, una funzione. C’è tutto: i denti, le ossa, i genitali, la pelle che avvolge, il cuore, l’ego, l’anima. Il disco stesso è come un contenitore, tiene insieme l’uomo, artista, che ha dovuto scindere il personaggio dalla persona, Marracash da Fabio. Come l’Elizabeth protagonista di Bergman che nel rifiuto di aprire bocca ci racconta di quanto parlare equivale a mentire se si è sotto al peso della maschera del teatro, della vita.
In un turbinio di brani forti, spigolosi, che come le immagini della pellicola non proteggono gli occhi dello spettatore dall’urto con la durezza delle verità che celano le parole, si arriva ad un brano che sembra cambiare il mood. L’Anima è una traccia che si compone di due unici accordi in loop, un beat cardiaco e un testo che ci regala molteplici significati.
Lo apriamo in orizzontale, come si scoperchia una scatola.
Osserviamo una relazione tossica tra un uomo dominante e insicuro ed una donna fragile e bisognosa. Le strofe snocciolano la dimensione domestica dei due attraverso brevi flash di impatto visivo che aiutano a diventare spettatori: litigi, incomprensioni, alcol e fumo, separazioni e riavvicinamenti. L’urgenza di stare insieme che sembra dare fondamento alla stessa esistenza, la parallela impossibilità di sostenere la stessa necessità. Ed ancora tradimenti, parole di svilimento che illustrano senza troppi veli una coltre di sessismo e di violenza psicologica.
L’uomo che è anche voce narrante svela il suo bisogno profondo di essere accompagnato dalla sua donna-anima. Lei incarna una emotività eccessiva, impossibile da accettare, impossibile da mostrare, quasi potesse macchiarsi la patina di lucente beltà e potere che esprime la sua “maschera da divo”
Eppure nel centro della canzone Marracash lascia la parola alla sua donna, invitata ad esprimersi.
“Cosa vuoi da me?
Mi sono truccata male, è questo che non sopporti
Mi chiedi di prepararmi e dopo non mi porti
Sono la donna più bella che avrai, ma mi nascondi
A volte sono tutto, spesso sono niente
Mi cerchi come Dio, ma quando sei cenere
Ma non potrai dimenticare”
Parla una donna, racconta in poche battute la verità interna di una relazione che si gioca in una forte ed estenuante oscillazione, una montagna russa tra tutto e niente, tra euforia e depressione, tra momenti in cui la relazione è ogni cosa ed altri in cui la distruzione sembra regnare sovrana.
Le parole femminili aprono alla lettura verticale del brano, mostrandone la stratificazione: quell’uomo dunque era in dialogo con la sua stessa “anima”, un flusso di pensieri indirizzati ad un mondo interno fatto di affetti, fantasie, vulnerabilità e dolori inaccettabili, non vivibili come propri.
L’interpretazione di questa donna/anima non poteva che essere affidata a Madame, giovanissima artista multi-genere che solo qualche anno dopo questo brano avrebbe scalato le vette con “Voce”, brano che, come questo, mima una relazione d’amore ma che, come un sogno, cela nel suo significato l’esplorazione del rapporto con la propria interiorità.
Questa libera associazione tra artisti, opere, tempi e generi mostra con meravigliosa plasticità la necessità continua (e mai esaudibile) di esplorare il rapporto che sussiste tra l’individuo e la realtà interna ed esterna.
Bergman | Marracash | Madame
Tre maschere che riescono, con linguaggi agli antipodi, a parlare a generazioni diverse del continuo conflitto dell’umano alle prese con la sua fragilità, fallibilità. Con la fine, con il non-sense stesso della vita.
Parlano di quanto questo disperato tentativo di riparare ad un errore strutturale dell’essere umano possa diventare precondizione per la costruzione di architettoniche identità che si allontanano dall’essenza. Di quanto la soppressione di questo mondo interno visto come portatore di dolore possa portare all’estraniamento.
“Che sei l'anima, sei la mia metà
Come sei fatta nessuno lo sa
Cerca dentro te e saprai, mi hai ferita
Guarda dentro me, non vedrai una nemica
Dimmi che sei ancora qua”
Persona (per-sonare) anticamente voleva dire risuonare attraverso la maschera del teatro. Dunque come Fabio Bartolo Rizzo (in arte Marre), Francesca Calearo (in arte Madame), non ci resta che deporre momentaneamente la maschera, ascoltare la voce e sentire.
https://www.youtube.com/watch?v=KTwqx1Uf1C8
Stefania Scimone