08/02/2026
I visceri non scendono per caso.
Quando succede, il sistema ha già perso equilibrio.
La discesa degli organi non è un’idea antica né un concetto superato. È qualcosa che osservo ogni giorno nella pratica clinica. Non parlo di ptosi in senso radiologico o chirurgico, ma di visceri che hanno perso il loro corretto rapporto con il resto del corpo. Lo si riconosce dalla riduzione della mobilità, da un respiro che non li accompagna più, da un drenaggio che rallenta, da tensioni che si organizzano e si distribuiscono anche a distanza. È un’anatomia funzionale che era reale allora ed è reale oggi.
Alla fine dell’Ottocento, Andrew Taylor Still osservava queste stesse dinamiche senza strumenti diagnostici, basandosi sulla palpazione, sulla relazione tra struttura e funzione e sulla risposta globale del corpo.
Quando Still parlava di organi “displaced”, “fallen”, “out of place”, non aveva a disposizione la tecnologia, quindi non poteva formulare diagnosi come facciamo noi oggi. Osservava un sistema che perde equilibrio e capacità di adattamento. Non gli interessava stabilire dove fosse un organo, ma comprendere cosa accadeva all’organismo quando quel rapporto veniva alterato. Per questo collegava le alterazioni viscerali al rallentamento della circolazione, alla stasi venosa e linfatica e come si modifica la comunicazione nervosa.
Aveva compreso che il sistema venoso e linfatico non funzionano in isolamento, ma dipendono dal respiro, dal movimento e dalla libertà dei tessuti. Quando un viscere perde mobilità, quando il diaframma diventa rigido, quando le fasce restano in tensione, il drenaggio rallenta progressivamente e il sistema perde efficienza. I sintomi che ne derivano raramente restano locali e spesso coinvolgono la postura, la digestione, la regolazione neurovegetativa e la capacità di adattamento allo stress.
Il “cedimento” viscerale di cui parlava Still non è quindi un fatto puramente anatomico, ma funzionale. È un sistema che perde elasticità e coordinazione, costringendo il corpo a compensare: la colonna si adatta, il bacino si modifica, il diaframma perde ritmo. Il corpo entra in una modalità di sopravvivenza più che di equilibrio.
In questo senso, l’osteopatia non cerca un organo da riposizionare. Osserva come il sistema si organizza, come gestisce le pressioni interne, i flussi e il respiro, e lavora per creare le condizioni perché l’organismo possa ritrovare capacità di autoregolazione.
A volte non è l’organo a essere “sceso”, ma il sistema ad aver perso la capacità di sostenersi. È lì che iniziano le compensazioni, ed è lì che è necessario avere questa visione.