02/04/2026
𝗣𝗶𝗰𝗰𝗼𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗮𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗺𝗮𝗿𝗿𝗶𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼
𝘈𝘴𝘤𝘰𝘭𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘭’𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰, 𝘢𝘴𝘤𝘰𝘭𝘵𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘥𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰: 𝘭𝘢 𝘴𝘧𝘪𝘥𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘰 𝘦𝘥𝘶𝘤𝘢𝘵𝘪𝘷𝘰
𝘔𝘢𝘶𝘳𝘪𝘻𝘪𝘰, 𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘤𝘰 𝘱𝘦𝘥𝘢𝘨𝘰𝘨𝘪𝘴𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘍𝘢𝘮𝘪𝘨𝘭𝘪𝘢 𝘕𝘶𝘰𝘷𝘢 𝘯𝘦𝘭𝘭’𝘢𝘮𝘣𝘪𝘵𝘰 “𝘵𝘰𝘴𝘵𝘰” 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘥𝘪𝘱𝘦𝘯𝘥𝘦𝘯𝘻𝘦, 𝘤𝘪 𝘰𝘧𝘧𝘳𝘦 𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘪 𝘴𝘱𝘶𝘯𝘵𝘪 𝘱𝘦𝘳 𝘨𝘶𝘢𝘳𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘯𝘦𝘭 𝘥𝘪𝘧𝘧𝘪𝘤𝘪𝘭𝘦 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘳𝘦𝘭𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘵𝘳𝘢 𝘦𝘥𝘶𝘤𝘢𝘵𝘰𝘳𝘦 𝘤𝘶𝘳𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘦 𝘶𝘵𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘱𝘢𝘻𝘪𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘯𝘦𝘭 𝘵𝘦𝘯𝘵𝘢𝘵𝘪𝘷𝘰 𝘥𝘪 𝘴𝘶𝘱𝘦𝘳𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘦 𝘧𝘢𝘵𝘪𝘤𝘩𝘦 𝘦 𝘭𝘦 𝘱𝘪𝘨𝘳𝘪𝘻𝘪𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘦𝘴𝘵𝘪𝘦𝘳𝘦.
𝘐𝘭 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘷𝘰𝘭𝘨𝘪𝘢𝘮𝘰, 𝘪𝘯𝘧𝘢𝘵𝘵𝘪, 𝘴𝘱𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘤𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘥𝘶𝘤𝘦 𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘳𝘰𝘶𝘵𝘪𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘶𝘰̀ 𝘧𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘷𝘪𝘴𝘵𝘢 𝘪𝘭 𝘮𝘢𝘯𝘥𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘦𝘥𝘶𝘤𝘢𝘵𝘰𝘳𝘦 𝘦 𝘧𝘢𝘳 𝘴𝘤𝘢𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘭’𝘰𝘣𝘪𝘦𝘵𝘵𝘪𝘷𝘰 𝘱𝘳𝘦𝘻𝘪𝘰𝘴𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘣𝘣𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘴𝘤𝘦𝘭𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘢𝘷𝘦𝘳𝘦.
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𝗔𝘀𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶 𝗿𝗶𝗰𝗵𝗶𝗲𝗱𝗲 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗮𝘀𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮𝗿𝗲 𝘀𝗲 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗶
Vorrei affermare che chi lavora nell’ascolto – educatori, operatori, terapeuti – deve coltivare un ascolto interiore.
- Significa osservare i propri pensieri e le sensazioni del corpo.
- Essere consapevoli del proprio sé evita che le nostre reazioni siano casuali o impulsive.
- Senza questa manutenzione costante, rischiamo di danneggiare noi stessi e gli altri.
L’identità non è fissa: cambia con le relazioni e con ciò che viviamo. Per questo serve uno sguardo vigile sulle nostre emozioni, non un controllo rigido.
𝗣𝗶𝗰𝗰𝗼𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗮𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗼𝘁𝗶𝗱𝗶𝗮𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗮𝗽𝗲𝘃𝗼𝗹𝗲𝘇𝘇𝗮
Propongo esercizi semplici, brevi, non performativi:
- Dieci minuti al giorno per scansionare il corpo e lasciare andare le tensioni.
- Fare gli stessi esercizi anche durante le relazioni, per modulare le risposte.
- Recuperare vecchi esercizi fisici scolastici, senza sforzo e con attenzione al respiro.
- L’obiettivo è sentire il corpo, non pensarci sopra. La consapevolezza nasce dal sentire, non dal ragionare.
𝗟𝗮 𝗿𝘂𝗺𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗼𝘀𝘁𝗮𝗰𝗼𝗹𝗼
Per ascoltare davvero l’altro, bisogna imparare a tacitare la narrazione interiore.
- Non serve trovare risposte a tutto.
- La competenza educativa non sta nel parlare, ma nel restare presenti.
- La prima presenza da coltivare è quella di noi stessi.
Un esercizio proposto: contare i respiri fino a cinquanta e osservare come stiamo nella solitudine.
𝗦𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗶𝘁𝗮̀, 𝗽𝗼𝘀𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗲 𝗰𝗿𝗲𝗱𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀
La postura semplice e accogliente rende l’educatore accessibile.
- La complessità del pensiero va sciolta in un sorriso.
- Le tensioni irrigidiscono il corpo e accorciano il respiro, generando insicurezza.
- Questa oscillazione tra sicurezza e paura avviene continuamente e, se ignorata, porta a stress e malessere.
Per difenderci, spesso indossiamo una “armatura” che però ci separa dal sentire.
𝗧𝗼𝗿𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗼𝗿𝗶𝗴𝗶𝗻𝗶 𝗲 𝗿𝗮𝗱𝗶𝗰𝗮𝗿𝘀𝗶
Le parole sono “agglomerati di senso” che possono trasformare.
- Tornare periodicamente alle proprie radici e agli antenati aiuta a ritrovare stabilità.
- Questo diventa un saluto agli antenati, un gesto di benevolenza reciproca.
- Un esercizio: stare in piedi, sentire il peso del corpo verso il basso, respirare, lasciare uscire un suono dal corpo
𝗖𝗮𝗺𝗺𝗶𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗮𝗽𝗲𝘃𝗼𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲
Richiami al buddhismo:
- Camminare lentamente, senza scopo, senza pensare.
- Quando si cammina per camminare, accade qualcosa: ci si ritrova nel mondo, più presenti.
- Il linguaggio non sempre basta a descrivere queste esperienze; a volte serve la poesia.
𝗜𝗹 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗯𝘂𝘀𝘀𝗼𝗹𝗮
Il corpo, soprattutto il ventre, dice la verità sul nostro stato.
- La mente spinge, forza, ignora.
- Il corpo invece segnala come stiamo davvero.
Un esercizio semplice: restare a letto dieci minuti in più e portare l’attenzione alle varie parti del corpo, fino a “essere” quelle parti.
La consapevolezza è sentirsi unità, non pensarsi tali.
𝗟’𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮
Nel lavoro educativo, lo strumento principale è il proprio sé.
- Per questo la manutenzione personale è fondamentale.
- Non esiste una pratica unica: ognuno deve trovare la propria, ascoltando profondamente il proprio corpo.
- A volte basta sedersi e ascoltare il respiro. E nient’altro.
𝘔𝘢𝘶𝘳𝘪𝘻𝘪𝘰 𝘔𝘢𝘵𝘵𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘔𝘢𝘳𝘤𝘩𝘦𝘵𝘵𝘪