Enrico Bassani Psicologo - Psicoterapeuta Lecco

Enrico Bassani Psicologo - Psicoterapeuta Lecco Aree di intervento:
-Disturbi d’ansia;
-Disturbi di carattere emotivo
-Disturbi del comportamento

Sono psicologo e psicoterapeuta (iscrizione all’Ordine Nazionale degli Psicologi Sezione A-Numero 03/7604), laureato in Psicologia Generale e Sperimentale presso l’Università degli Studi di Padova e specializzato in Psicoterapia Cognitiva presso il Centro Terapia Cognitiva di Como. Ho conseguito inoltre specializzazioni in corsi annuali sulle Nuove Dipendenze e il Gioco d’Azzardo Patologico presso l’Università dell’Insubria di Varese. Il campo di studio e ricerca da cui provengo, come formazione e pratica clinica, è quello che fa capo al cognitivismo, mediato dalla ricerca e dalle intuizioni cliniche di Vittorio Guidano e della sua “scuola”. L’essenza di tale impostazione sta in un’attenzione sui temi emozionali, oltre che cognitivi, dell’individuo per modificare gli schemi attraverso i quali la persona percepisce se stessa e il mondo. E’ attraverso la comprensione del proprio “modo di funzionare” e di interpretare gli eventi della vita che è possibile realizzare un cambiamento sostanziale e permanente. Nell’ambito clinico mi sono occupato e mi occupo prevalentemente di disturbi d’ansia, depressione e disturbi del comportamento alimentare. Come terapeuta di coppia seguo problematiche relazionali e la sfera dei disturbi sessuali. Nella mia esperienza ospedaliera e in studio mi sono occupato anche di lavori di gruppo su ansia, depressione e disturbi alimentari. Ho condotto laboratori con pazienti psicotici e gruppi terapeutici con familiari di pazienti gravi. Nell’ambito della ricerca ho partecipato a studi pilota sullo stress percepito da genitori di bambini autistici, sotto la direzione scientifica dell’Università degli Studi di Bergamo. Ho infine collaborato con la rivista Quark su temi inerenti la psicologia e la psicoterapia.

Nelle ultime settimane diverse testate hanno parlato di “Conoscersi. Filosofia e Psicologia”, il dialogo che ho condivis...
17/11/2025

Nelle ultime settimane diverse testate hanno parlato di “Conoscersi. Filosofia e Psicologia”, il dialogo che ho condiviso con Carlo Sini.

È sempre un piacere vedere come questo confronto tra psicologia e filosofia trovi nuovi spazi di riflessione e di ascolto.

Un grazie sentito a chi ha raccontato il libro e i suoi temi:
👉 Lecconotizie, 3 ottobre 2025 – https://lecconotizie.com/cultura/lecco-cultura/lecco-bassani-e-sini-dialogano-nel-nuovo-libro-conoscersi-filosofia-e-psicologia/
👉 Giornale di Lecco, 6 ottobre 2025 –https://www.bassanipsicologo.it/wp-content/uploads/2025/10/Lecco-del-6-ottobre_251006_155508.pdf
👉 Lecconotizie, 10 ottobre 2025 – https://lecconotizie.com/pubbliredazionali-b/conoscersi-un-libro-dove-filosofia-sini-e-psicologia-bassani-si-interrogano/

📘 Conoscersi. Filosofia e Psicologia di Enrico Bassani e Carlo Sini – Editoriale Jaca Book S.p.A., 2025

Enrico Bassani e Carlo Sini uniscono filosofia e psicologia in un confronto sul senso del conoscere

In questo dialogo franco e sincero, Carlo Sini ed io ci siamo interrogati sui fondamenti delle discipline psicologiche, ...
27/10/2025

In questo dialogo franco e sincero, Carlo Sini ed io ci siamo interrogati sui fondamenti delle discipline psicologiche, sulla loro storia e sulle attuali controversie: dalla psicologia comportamentale e cognitiva, alle terapie psi-coanalitiche, alle neuroscienze. In gioco due pretese (quella della psicologia e quella della filosofia) al tempo stesso legittime e problematiche: non esse-re infelici, da una parte, e sapere, dall’altra.

Di fronte agli esiti terapeutici sempre e ugualmente problematici, la propo-sta è quella di privilegiare l’incontro, cioè la collaborazione attiva di due vi-te, di due biografie, con le loro provenienze e con le loro storie. Un luogo nel quale anche la riflessione filosofica attuale ha molto da suggerire e da dire.

Leggi ora il nostro nuovo libro 'Conoscersi. Filosofia e Psicologia': https://www.amazon.it/Conoscersi-Filosofia-psicologia-Carlo-Sini/dp/8816419474

È con piacere che vi comunico l’uscita di “Conoscersi. Filosofia e psicologia”, un dialogo che ho avuto il privilegio di...
21/10/2025

È con piacere che vi comunico l’uscita di “Conoscersi. Filosofia e psicologia”, un dialogo che ho avuto il privilegio di svolgere con Carlo Sini, pubblicato da Editoriale Jaca Book.

Il libro nasce dal desiderio di esplorare il rapporto tra filosofia e psicologia, tra il conoscere e il conoscersi — un dialogo che attraversa le domande che da sempre accompagnano il mio lavoro clinico e personale.

Ci siamo interrogati su cosa significhi conoscere, su quale sia la legittimità del sapere psicologico, e su come la biografia e il linguaggio plasmino la nostra esperienza.
Tra le argomentazioni che percorrono il testo ci sono le tesi secondo cui, in psicologia, descrivere un fenomeno non significa spiegarlo, e ridurlo non significa comprenderlo.

👉 È disponibile su Amazon: https://www.amazon.it/Conoscersi-Filosofia-psicologia-Carlo-Sini/dp/8816419474

Com'è possibile occuparsi della vita delle persone (e del loro benessere)? Come è opportuno farlo? E che rapporto c'è tr...
03/05/2024

Com'è possibile occuparsi della vita delle persone (e del loro benessere)? Come è opportuno farlo? E che rapporto c'è tra la "vita vissuta" e la storia di vita che ciascuno di noi racconta essere la sua?

La Psicologia sperimentale indica la strada per cui il metodo oggettivo ed oggettivante della scienza è la via privilegiata per comprendere l'uomo. Ma che cosa comporta avvicinare l'uomo, nella sua complessità, solo attraverso la misurazione di variabili oggettive, universali e "naturalistiche"? E siamo sicuri che, passando da qui, si incontra effettivamente la singolarità della vita di ciascuno?

Questo il tema affrontato nel mio libro "𝐸 𝑡𝑢, 𝑐ℎ𝑖 𝑠𝑒𝑖? 𝑉𝑖𝑡𝑎 𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑖𝑛 𝑃𝑠𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 𝑒 𝑖𝑛 𝑃𝑠𝑖𝑐𝑜𝑡𝑒𝑟𝑎𝑝𝑖𝑎", di cui dibatto insieme a Enrico Redaelli, Florinda Cambria e Carlo Sini come ospite della rubrica ‘Intrecci’ di Mechrì.

Qui il video completo della dibattito, disponibile sul canale Youtube di Mechrì.

Com'è possibile occuparsi della vita delle persone (e del loro benessere)? Come è opportuno farlo? E che rapporto c'è tra la "vita vissuta" e la storia di vi...

È uscito nelle librerie il 17 novembre 2023 – ed è acquistabile su tutte le piattaforme online – il volume, di cui sono ...
19/11/2023

È uscito nelle librerie il 17 novembre 2023 – ed è acquistabile su tutte le piattaforme online – il volume, di cui sono autore, “E tu, chi sei? Vita e conoscenza in Psicologia e in Psicoterapia”. Il libro è edito da Mimesis, nell’ambito della collana “Frontiere della Psiche”.

Il percorso che conduce il testo prende avvio da una constatazione elementare e sotto gli occhi di tutti: le storie di vita raccontate in prima persona, le autobiografie, cambiano. Ciò che racconto di me, la vita che racconto essere stata la mia vita, cambia con me. Di fase in fase, di momento in momento, di stato emotivo in stato emotivo. La storia che avrei raccontato di me dieci anni fa è molto diversa da quella che racconterei oggi, così come è diversa da quella che avrei raccontato in una qualsiasi altra fase della mia vita. Ogni volta una differente autobiografia, magari anche impercettibilmente differente, eppure differente.
Ma che cos’è che cambia da una narrazione all’altra? Il punto di vista? La “colorazione emotiva” di ciò che è avvenuto? L’interpretazione che do degli eventi che compongono la mia storia? La “selezione” dei ricordi? Oppure cambia “ciò che è realmente accaduto”? E che cos’è “ciò che è realmente accaduto”?

Partendo da questa domanda inizieremo un viaggio attraverso i grandi temi della Psicologia e della Psicoterapia, intrecciati ai quesiti attorno a cui, da sempre, la filosofia si interroga: che cosa è “reale”, che cosa “oggettivo”, che cosa “vero”. Declinati, nel percorso che faremo, sulla singolarità ed irriducibilità di “quella vita lì e nessun’altra”.
Vedremo, quindi, come la verità autobiografica sfugga all’abbraccio di qualsiasi disciplina specialistica nella misura in cui ogni disciplina “costruisce” il proprio oggetto (che in questo caso è “il soggetto”). La Psicologia Sperimentale traccia i confini del “soggetto sperimentale” (e di quello si occupa), le diverse “scuole” susseguitesi nella storia della Psicologia si occupano del “soggetto disciplinare” (ognuno il suo, prodotto da una specifica visione dell’uomo), il riduzionismo neuroscientifico del “soggetto anatomico”, la Psicopatologia e la Psicoterapia del “soggetto clinico”.
Ma chi si occupa di “quella vita lì e nessun’altra”? E come è opportuno occuparsene?

Puoi acquistare “E tu chi sei? Vita e conoscenza in Psicologia e in Psicoterapia" su amazon a questo link: https://www.amazon.it/chi-Vita-conoscenza-psicologia-psicoterapia/dp/B0CBD7RXQQ/ref=sr_1_1?keywords=e+tu+chi+sei+enrico+bassani&qid=1700232108&sr=8-1
oppure ordinalo nelle principali librerie.

IL PRIMATO DELL’INTELLETTO E L’APPIATTIMENTO DELLA VITA EMOTIVAL’impatto più diretto ed immediato che l’avvento del mond...
10/05/2023

IL PRIMATO DELL’INTELLETTO E L’APPIATTIMENTO DELLA VITA EMOTIVA

L’impatto più diretto ed immediato che l’avvento del mondo digitale ed il suo ingresso nella quotidianità di ciascuno ha avuto è duplice. Da un lato ha segnato l’affermarsi del primato dell’intelletto sul mondo emotivo, immaginativo e sentimentale dell’uomo; dall’altro ha dato luogo ad una paradossale (ed apparentemente contraddittoria) esposizione dell’emotività come puro spettacolo e oggetto di morbosa curiosità.
L’effetto più evidente dell’intreccio di questi due passaggi è che l’emotività stessa viene estromessa dal contesto che ne giustifica e legittima l’emersione (viene cioè tolta dalla “vita di ciascuno” nella quale ha senso che emerga) e viene quindi destituita del suo ruolo fondamentale di “bussola” dell’agire umano e di “chiave di lettura” dei comportamenti propri ed altrui.

In questo intervento ci concentriamo sul primo dei due fattori che abbiamo citato: il primato della razionalità della tecnica sull’affettività umana.
Scrive Umberto Galimberti (nostro punto di riferimento in questa trattazione): “La razionalità della tecnica ha sviluppato le nostre potenzialità intellettuali, operando quella trasformazione dell’uomo in senso intellettualistico che ha avuto come effetto l’impoverimento, se non addirittura la rimozione, del mondo immaginale, emotivo e sentimentale, che nell’epoca pre-tecnologica erano i tratti che caratterizzavano la nostra vita intima”.

L’agire umano, a ben guardare, non è mosso dalla razionalità, bensì dall’emotività e dal senso ultimo che ha, per ciascuno, fare ciò che fa. Il fine del nostro muoverci nel mondo è quello di trovare appagamento e soddisfazione in rapporto a ciò che proviamo e sperimentiamo: emozioni, sentimenti ed affetti. Ma anche desideri, sogni, aspirazioni. Dai micro-eventi della quotidianità all’impresa titanica di dare un senso alla nostra vita, ciò attraverso cui ci orientiamo nel mondo è l’emozione che suscitano in noi gli eventi del mondo ed il nostro agire in vista di uno scopo che ha senso per noi perseguire.
Nel “mondo della vita” si agisce, cioè, condotti da un fine. Ognuno il proprio, in rapporto alla propria storia di vita, al contesto in cui si è inseriti, alle possibilità che quel contesto offre, e via dicendo.

Nell’ambiente ipertecnologico nel quale siamo inscritti oggi, questi parametri vengono stravolti: è tutto talmente immediato, veloce, accessibile che è difficile percepire e inseguire uno scopo. Non vi è lo spazio espressivo e neppure immaginativo affinché un desiderio emerga. Come abbiamo osservato nello scorso intervento, la sua soddisfazione è immediata. Ancor più difficile è, dunque, articolare un percorso a lungo termine che permetta il raggiungimento del proprio obiettivo e quindi di pervenire alla conseguente esperienza della soddisfazione. La fatica non è contemplata, nella nuova generazione digitale, nella misura in cui “costruire” uno scopo in rapporto al quale abbia senso “reggere” la fatica è fuori dalla portata emotiva ed immaginativa.
Per un adolescente di oggi – ad esempio - è difficile dare un senso al proprio studiare quotidiano nella misura in cui non riesce ad immaginare il punto d’arrivo di quella fatica; sia perché il mondo che lo aspetta è un’incognita assoluta (“Che lavoro farò da grande?”), sia perché l’azione (anche faticosa) in vista di uno scopo (il cui raggiungimento è gratificante) è un’esperienza che ha praticato ben poco nella propria storia di vita.

“La tecnologia non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità – spiega sempre Galimberti – La tecnica funziona e il suo funzionamento è regolato da una razionalità semplice e rigorosissima: ottenere il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi… Ma tutti noi abbiamo anche una vita emotiva che comprende passioni, affetti, sentimenti, immaginazioni, sogni”. Dal punto di vista della razionalità della tecnica si tratta di elementi di disturbo che non hanno nessuna funzionalità produttiva.
Ecco quindi che tutta la vita emotiva viene estromessa non solo dal ruolo esplicativo che ha nello spiegare il comportamento umano, ma anche dalla componente di “cura” che comporta in vista di una vita che abbia senso essere vissuta.

COME CAMBIANO LE EMOZIONI: DALLA VERGOGNA AL REVENGE P**NLe emozioni che sperimentiamo – abbiamo osservato nello scorso ...
17/03/2023

COME CAMBIANO LE EMOZIONI: DALLA VERGOGNA AL REVENGE P**N

Le emozioni che sperimentiamo – abbiamo osservato nello scorso intervento – cambiano in rapporto a chi le vive (ossia alla storia di ciascuno) e al contesto in cui si esprimono (al modo in cui la collettività costruisce il proprio senso e i propri valori). La vergogna che poteva provare una dama del Trecento fiorentino importunata da un uomo di malaffare non è la vergogna che prova un’adolescente contemporanea vittima di revenge p**n – abbiamo osservato nell’introduzione di questa nostra rubrica.

Ma come cambiano le emozioni? In rapporto a che cosa? E perché?
Qual è il contesto del nostro vivere ed esprimerci che dà loro corpo, e qual è l’ambiente del nostro fare quotidiano che poi condizionerà ciò che sperimentiamo emotivamente e il modo in cui lo interpretiamo?
“Noi oggi viviamo nell’età della tecnica che non è più, come si è soliti pensare, uno strumento nelle mani dell’uomo, perché, per effetto della sua espansione, è diventata il nostro ambiente. L’uomo è stato ridotto a funzionario di apparati tecnici e fruitore di strumenti tecnici, non perché li desideriamo, ma perché siamo obbligati a desiderarli. Oggi, infatti, nessuno di noi è libero di avere o non avere un computer o un cellulare perché, se le relazioni sociali passano attraverso i computer e i cellulari, non avere questi strumenti equivale ad un’esclusione sociale”. Il filosofo e psicologo Umberto Galimberti, mirabile interprete dell’“Età della tecnica”, spiega in questi termini ciò che sta accadendo al nostro ambiente e quindi al nostro modo di essere e di sentire.

Internet, la cosiddetta realtà virtuale, la nuova forma di diffusione della conoscenza e dell’informazione, il commercio online, i siti tematici (di incontro, gioco, condivisione di esperienze, ricerca di sessualità), gli influencer e via dicendo, costituiscono, oggi, il nostro ambiente, il nostro mondo. Non possiamo, quindi, sottrarci né alla loro presenza nella nostra vita (significherebbe incorrere nell’emarginazione sociale) né alla loro “logica” nel costruire significati, relazioni ed emozioni.
Ecco quindi che il dispiegamento completo della tecnica attraverso strumenti che entrano nella nostra quotidianità, relazionalità e – perfino – intimità, conduce inevitabilmente con sé una rivoluzione del nostro stesso modo d’essere e sentire.

Se osserviamo, oggi, i nostri giovani ed adolescenti facciamo fatica a riconoscere, in loro, qualcosa che assomigli al nostro modo di sentire l’amicizia, la fiducia, il gioco, il divertimento, il pudore, perfino l’amore e la sessualità. Oggi è tutto molto volatile, intercambiabile, sostituibile, “liquido” (come amava dire Bauman). Oggi tutto è accessibile immediatamente e senza sforzo, senza quella fatica che è vicaria della soddisfazione una volta raggiunto l’obiettivo.
Ciò che un’intera generazione di maestri della psicologia identificava come un fattore di disadattamento nella costruzione dell’individuo (soddisfare un desiderio prima ancora che emerga come tale nell’individuo) è, oggi, pratica educativa comune e condivisa (seppur mai “tematizzata”). La logica della tecnica che implicitamente ci governa è quella di indurre nuovi bisogni da soddisfare commercialmente a prescindere dal “senso”, individuale e comunitario, che esprimono.

Cambiano, così, in questo nuovo “ambiente”, tutti i parametri del vivere, del sentire, dell’esprimersi, e, quindi, del provare emozioni. È ad esempio possibile, oggi, che una ragazza venga messa alla berlina del mondo intero (ad esempio diffondendo materiale intimo che la riguarda sulla rete) per “vendetta” rispetto a una relazione finita male; o che dei bulli si vantino pubblicando del pestaggio di una persona emarginata e in difficoltà; o, ancora, che si insulti una senatrice della Repubblica Italiana sopravvissuta ad Auschwits e che qualcuno lo ritenga non solo legittimo ma persino divertente.

Insomma, cambiano i parametri non solo di ciò che è possibile fare, ma anche di ciò che è ritenuto lecito, opportuno e legittimo esprimere. Con esso, si modificano le emozioni associate a comportamenti per certi versi “universali” (bullismo e violenze di varia natura ci sono sempre stati), per altri versi del tutto nuovi ed inediti, per gli effetti che producono in chi ne è vittima attraverso la condivisione pubblica su internet.
In tutto questo, ciò che oggi spaventa di più è la velocità di questi passaggi e le limitatissime possibilità che abbiamo per adattarci ad essi.
Non a caso tutte le statistiche più recenti segnalano un aumento esponenziale del disagio psichico non solo tra i giovani, ma in tutta la popolazione occidentale. Uno studio dell’Ocse (reso pubblico il mese scorso) che ha misurato il consumo di antidepressivi in Europa dal 2000 al 2020 ha rilevato un aumento del 147%. Non solo: l’impatto sulla salute pubblica di questo enorme intervento farmacologico, in termine di benessere percepito, è stato pressoché nullo. Ed ora si affacciano i nuovi farmaci a base di Psilocibina, L*d, Ketamina ed Ecstasy.
Ma sarà questa la strada giusta?

CHE COS’E’ UN’EMOZIONE?Che cosa sono le emozioni? Da dove “vengono”? E a che cosa servono?Nello scorso intervento ci sia...
01/03/2023

CHE COS’E’ UN’EMOZIONE?

Che cosa sono le emozioni? Da dove “vengono”? E a che cosa servono?
Nello scorso intervento ci siamo soffermati nell’approfondire, anzitutto, che cosa le emozioni non sono. Abbiamo dunque sottolineato il fatto che le emozioni non sono malattie (neanche le più spiacevoli ed invalidanti, come il dolore, la rabbia e la paura), e non sono neppure oggetti universali, ossia uguali per tutti (ciascuno vive a proprio modo le emozione “codificate” in una collettività).
In questo intervento cercheremo di dare qualche indicazione su che cosa, invece, le emozioni sono.

Da un punto di vista descrittivo e naturalistico, un’emozione è una reazione affettiva determinata da uno stimolo ambientale esterno (come un pericolo, una minaccia) o da uno stimolo interno (come un ricordo, una percezione). Questi “inneschi” agiscono a tutti i livelli del funzionamento della persona: organico, percettivo ed interpretativo. A livello organico (ossia fisiologico) un’emozione coinvolge tutto l’organismo nella sua interezza e complessità (respirazione, sudorazione, tensione muscolare, circolazione sanguigna e tutti i sistemi sensoriali e percettivi). Chi vive un’emozione la sperimenta anzitutto nel proprio corpo. In tutto il corpo! L’emozione è quindi, nella sua immediatezza, una percezione di sé e del proprio stato.

L’espressione del senso comune “avere il cuore in gola”, spesso utilizzata come sinonimo di paura, affanno e spavento, dà bene l’idea di come la corporeità sia inscindibile dalla percezione dell’emozione (ciò che l’individuo sente). La percezione di un’emozione passa anzitutto dalla sua componente corporea immediata.
Tant’è che lo stato emotivo che un individuo sta vivendo lo si percepisce da moltissimi indizi corporei: postura, mimica facciale e corporea, comportamenti volontari ed involontari. In ogni momento, tutto parla di noi e di ciò che sperimentiamo emotivamente.
Come dimostrano anche le ricerche contemporanee di neuroscienze, quando una persona si innamora, subisce un lutto, o vive una particolare condizione di vita, nel suo cervello e nell’organismo intero avviene una rivoluzione.

Vi è poi la cosiddetta componente psicologica. La potremmo spiegare in questi termini: è come l’individuo interpreta ciò che sta sperimentando e il significato che gli attribuisce in rapporto a come conosce sé stesso, al contesto in cui si trova e all’esperienza di cui è appena stato protagonista.
Se sento rumori sospetti in casa mia nel cuore della notte è chiaro che tutte le reazioni fisiologiche, somatiche, comportamentali e cognitive che avrò le interpreterò in termini di paura (“Sarà entrato un ladro in casa?”). E, in rapporto a come mi conosco (come reagisco al pericolo, che risorse mi sento in grado di mettere in gioco, come agisce in me la paura, e così via) “leggerò” ciò che mi accade e il mio stesso comportamento.

La maggior parte delle emozioni che viviamo nella nostra quotidianità le padroneggiamo senza particolari problemi. Eppure ci sono reazioni che sorprendono anche noi stessi e di cui non riusciamo a fare una corretta interpretazione ed attribuzione.
Il primo effetto che suscita il non riuscire a capire quello che proviamo è un’amplificazione di quello stesso stato emotivo e un profondo senso di disorientamento e paura. Entriamo, così, in un terreno molto prossimo a quello che oggi viene indicato con le classiche categorie psicodiagnostiche di ansia, depressione, attacco di panico, e via dicendo.

Come abbiamo già avuto modo di osservare, la differenza tra paura e attacco di panico, ad esempio, sta sostanzialmente nella possibilità di identificare l’oggetto che suscita quel tipo di reazione (la paura è sempre riferita a qualche cosa, l’attacco di panico no). Allo stesso modo tristezza e depressione differiscono, oltre che per l’intensità del vissuto, per la possibilità o meno di identificare il fattore che lo suscita.

Ecco dunque che è importante conoscere le emozioni (per come sono codificate socialmente) e, ancor più, nel proprio modo di viverle e sperimentarle. Illustri ricercatori e intere scuole di pensiero (dalla psicoterapia narrativa alla fenomenologia, dal cognitivismo costruttivista alla psicoterapia centrata sulla persona) sostengono che gran parte del disagio psichico (ad esclusione delle forme di psicopatologia più gravi) risiede proprio nella difficoltà nel dare una corretta lettura emotiva di sè.

Benessere, dunque, nel senso della capacità di riuscire a dare un nome a ciò che proviamo, di definire il contesto di emersione in cui si verifica, e di ricondurlo al proprio modo d’essere e alla propria storia di vita.

COME CI SI PRENDE CURA DELLE EMOZIONI?Che cos’è il sapere delle emozioni? E come ci si prende cura delle emozioni?Inizia...
14/02/2023

COME CI SI PRENDE CURA DELLE EMOZIONI?

Che cos’è il sapere delle emozioni? E come ci si prende cura delle emozioni?
Iniziamo da questa tematica molto generale il nostro percorso nel mondo emotivo. Si tratta di un tema la cui trattazione richiederebbe un lavoro sterminato, nella misura in cui riguarda, direttamente o indirettamente, il sapere più profondo sull’uomo.
Offriamo qui, per evidenti ragioni, solo qualche flash o impressione che possa sollecitare ulteriori approfondimenti.

Se per “cura” delle emozioni ci riferiamo all’accezione con cui tale termine viene inteso nella psicoterapia come disciplina attinente al campo medico, dobbiamo dire che le emozioni non hanno bisogno di essere curate. Non sono inscritte, cioè, in una dimensione clinica o medica. Non sono malattie.
Certo, alcune emozioni, in situazioni di vita particolari, eccedono a tal punto la possibilità di essere governate da produrre sintomi di natura psichica e fisica. Questo accade soprattutto laddove si verifichino condizioni esistenzialmente drammatiche o laddove vi siano difficoltà personali nel leggere i propri stati emotivi e nel fronteggiare le difficoltà che la vita ci sottopone. Ma emozioni come paura, rabbia, senso di impotenza, dolore e via dicendo, per quanto spiacevoli, fanno parte dell’esperienza umana e non sono malattie.
Oggi pressoché tutti, in varia misura, si definiscono depressi, ansiosi, stressati. E, ovviamente, ciascuno ha le proprie legittime ragioni per utilizzare questi termini. Ma nel generalizzare vissuti personali e nell’interpretarli attraverso categorie cliniche e psicodiagnostiche assolute si corre il rischio di medicalizzare la vita e di perdere l’intero della sua esperienza (che comprende anche componenti angosciose e dolorose). In virtù di una lettura medica dell’emotività, che promette un benessere universale e identico per tutti, si perde l’irriducibile singolarità dell’esperienza umana (e quindi di quello specifico benessere o malessere, vissuto da quella persona lì e nessun’altra).
Insomma, la cosiddetta “pillola della felicità” (che funziona per tutti nello stesso modo) non è ancora stata trovata, né mai la si troverà (nella misura in cui la felicità non si dà in pillole).

Delle emozioni, dunque, non ci si prende cura come se fossero malattie, né – aggiungiamo ora - come se fossero oggetti universali, uguali per tutti. Ciascuno sperimenta a modo suo le emozioni “codificate” in una collettività (e quindi a disposizione di tutti e di ciascuno) in rapporto alla storia da cui proviene, ai modelli che ha avuto, a quanto è stato amato, incoraggiato, accompagnato, spronato. Non solo: ciascuno padroneggerà i propri vissuti anche in rapporto a come sì è reso protagonista della propria crescita personale, a come ha imparato a capire i propri stati, riconducendoli alla propria storia, a quanto sia in grado di far leva sulla proprie risorse e a battersi in vista di un maggior benessere. In fondo, è questo lo scopo di qualsiasi psicoterapia.

Ma come ci si prende cura delle emozioni, dunque?
Il benessere di ciascuno, anzitutto, è inscritto in una narrazione: il racconto che ognuno di noi dà di se stesso, delle relazioni che ha instaurato e del mondo in cui è immerso. La narrazione che produce maggior benessere individuale è quella che permette di “mettere insieme”, di integrare, di com-prendere (prendere insieme) e dare senso agli infiniti episodi che compongono una vita e di osservare come, quell’intera vita, abbia costruito l’emotività attraverso cui, oggi, si percepisce il mondo e se stessi. Per ognuno la sua, a partire dagli eventi e dalle relazioni della prima infanzia, fino all’attualità esistenziale di cui ciascuno è protagonista e a cui è chiamato a dare un senso.
Prendersi cura della propria emotività vuol dire, anzitutto, legittimarla: comprendere da dove originano alcune reazioni emotive e dare loro spazio. Dopo di che è possibile cercare di padroneggiare e plasmare aspetti di noi che ci vanno stretti e che non riusciamo a governare come vorremmo. Osservava Carl Rogers, fondatore della Psicoterapia centrata sulla Persona: “È nel momento in cui mi accetto così come sono che divento capace di cambiare”.
Vittorio Guidano – uno dei padri della psicoterapia contemporanea - nel corso delle sue lezioni sottolineava che benessere non è sinonimo di “vivere solo emozioni piacevoli”. Sarebbe troppo facile. Nella vita, purtroppo, capita di sperimentare lutti, perdite, fallimenti, costrizioni, eventi che intersecano le proprie linee di frattura e fragilità. Il massimo benessere per noi accessibile è quello che affonda le proprie radici nella possibilità di comprendere quello che stiamo provando e dargli un senso riconducendolo a noi, alla nostra storia e a quella della comunità alla quale apparteniamo. Benessere, quindi, come possibilità di padroneggiare i propri stati emotivi, per quanto – anche - spiacevoli, e di non percepirli come assoluta perdita di controllo o alienazione da sé. Condizioni, queste ultime, che sono i primi campanelli di allarme della necessità di rivolgersi ad uno specialista.

PSICOLOGIA DELLE EMOZIONI. Ricominciamo da qui i nostri interventi su tematiche relative alla Psicologia e alla Psicoter...
07/02/2023

PSICOLOGIA DELLE EMOZIONI.

Ricominciamo da qui i nostri interventi su tematiche relative alla Psicologia e alla Psicoterapia.
Ma che cosa significa “Psicologia delle emozioni”? E perché trattarne?

Le emozioni sono vita che scorre, che ci attraversa, che ci muove in tutto il nostro agire. Anche le scelte più razionali, a ben guardare, hanno sempre, nel profondo di ciò che le orienta, una componente emotiva. Scegliere il percorso di studi, cambiare lavoro, sposarsi, cercare di diventare genitori… i temi fondanti della vita di ciascuno si dipanano lungo una dimensione emotiva. Ma anche le piccole decisioni della quotidianità si giocano attorno all’emotività: che film guardare, quale libro leggere, come organizzare una serata tra amici, che automobile acquistare.

Non solo: tutto ciò che ci accade ha un impatto emotivo e, simmetricamente, l’emotività è la parte più potente e decisiva (sul piano del benessere o malessere) di tutto ciò che ci accade.
Certo, anche la razionalità entra in gioco nelle scelte di cui siamo protagonisti, ma sempre in seconda battuta, “a mettere ordine là dove è già successo qualcosa” – per usare le parole di Nietzsche. Chi conduce le danze, nelle scelte e nell’impatto che hanno su di noi gli eventi della vita, è sempre l’emotività. Nulla, come le emozioni, ha potere sulle nostre scelte, valutazioni, giudizi, aspettative, vissuti. Le emozioni hanno addirittura potere di vita o di morte, laddove esperienze di dolore, perdita, rabbia, abbandono non abbiano la possibilità di essere rielaborate e sfocino in disturbi psichici.
Per questo è opportuno conoscerle e saperle padroneggiare, le emozioni. La partita decisiva della vita, la cosiddetta felicità - la cui ricerca, nel rispetto della libertà di tutti, è il diritto imprescindibile di ogni uomo - è custodita nella vita emotiva di ciascuno di noi.

In questa fase storica, come in nessun’altra, le emozioni sono oggetto di attenzione da parte di tutte le “agenzie sociali”: scuola, sanità pubblica, istituzione “famiglia”, mass-media. E, con loro, su questo tema si concentrano le discipline che abbiano per oggetto l’uomo e il benessere individuale e collettivo: la psicologia, la sociologia, la pedagogia, le scienze umane.

L’avvento di nuove tecnologie (internet e cellulari in primis), che hanno rivoluzionato il nostro modo di relazionarci con gli altri e con noi stessi, rende necessaria una riformulazione della “psicologia delle emozioni”: il modo in cui le viviamo e le padroneggiamo deve essere riconsiderato nella misura in cui le emozioni stesse, in qualche misura, sono cambiate. Si è modificato il contesto della loro emersione ed espressione e, quindi, la loro natura è parzialmente diversa.
La vergogna che poteva provare una dama del Trecento fiorentino importunata da un uomo di malaffare non è la vergogna che prova un’adolescente contemporanea vittima di revenge p**n. Non cambia solo l’intensità dello stesso tipo di emozione, ma cambia l’emozione stessa.

Ecco quindi che in questa nostra rubrica cercheremo anzitutto di osservare come le nuove tecnologie hanno modificato il nostro mondo emotivo. In secondo luogo passeremo in rassegna le emozioni stesse (per come le conosciamo nella tradizione da cui proveniamo) cercando di osservare insieme “di che cosa sono fatte” e come funzionano in noi.
Lo faremo per “pillole”, ossia per piccoli spunti che stimolino un possibile approfondimento ulteriore. In questo percorso ci faremo aiutare dalla sterminata bibliografia sull’argomento che è fiorita soprattutto negli ultimi anni.

PERCHE’ CREDIAMO ALLE FAKE NEWS?L’interessante ed avvincente mostra sulle fake news allestita da Lecconotizie.com in pia...
14/10/2021

PERCHE’ CREDIAMO ALLE FAKE NEWS?

L’interessante ed avvincente mostra sulle fake news allestita da Lecconotizie.com in piazza Cermenati ci offre l’occasione per affrontare alcuni aspetti psicologici centrali in questo tipo di fenomeno. Potremmo sintetizzare il tema di questo nostro intervento con una domanda molto diretta: perché crediamo alle fake news? Si tratta, ovviamente, di un tema molto dibattuto oggi. Attorno alla correttezza delle informazioni che circolano su tutti gli strumenti mediatici (internet in testa) si giocano infatti importanti battaglie culturali, economiche ed anche politiche. Avere il controllo dell’informazione (e poterla manipolare a proprio uso) è, oggi più che mai, sinonimo di potere.

Storicamente il fenomeno fake news, in ambito psicologico, è sempre stato rubricato come effetto dei cosiddetti bias cognitivi, ossia errori strutturali del ragionamento umano. Il presupposto è che tutti noi ci creiamo opinioni sulla base di percezioni deformate e talvolta erronee della realtà anziché su principi logici e probabilistici.
Citiamo i più importanti di questi “errori” fornendo qualche esempio. Il più potente di tutti è il Bias di conferma, ossia la tendenza quasi automatica di ritenere più corrette quelle informazioni che confermano ciò che già sappiamo (o in cui crediamo). Legati ad esso sono il Bias della frequenza e il Bias di gruppo. Il primo ci porta a sovrastimare la frequenza delle esperienze e delle circostanze di cui noi stessi siamo protagonisti. Una donna incinta, per fare un esempio, noterà molte più carrozzine di quanto non accadesse prima di trovarsi in quella condizione, e quindi sovrastimerà la presenza di tutti quegli oggetti che hanno a che fare con la sua condizione di mamma. Il Bias di gruppo risponde allo stesso principio, ma esteso a una dimensione collettiva anziché individuale: si tendono a ritenere più fondate, e quindi più autorevoli, le informazioni “condivise”. È il principio di funzionamento dei “like”: una notizia, un post o qualsiasi contenuto mediatico che sia contrassegnato da più “pollici in su” è implicitamente ritenuto più autorevole di uno che ne ha meno.

La tradizione psicologica, soprattutto di matrice cognitivista, ha esteso indefinitamente questo tipo di indagini relative agli “errori di ragionamento” andando a scovare infinite “scorciatoie del pensiero”. Citiamo le più note, oltre a quelle già nominate sopra: il bias di ancoraggio (tale per cui rimaniamo “ancorati” alle nostre convinzioni a prescindere dalle “falsificazioni”), il bias dello status quo e il bias della negatività (strategie finalizzate a fare in modo che tutto rimanga come è perché le novità ci destabilizzano), la Fallacia di Gabler (per cui rileggiamo gli eventi che accadono a partire dalla nostra storia e dal nostro passato), il bias dello sguardo selettivo e la negligenza di probabilità (per cui “vediamo le cose che vogliamo vedere” e sovrastimiamo la loro frequenza contro qualsiasi legge logica o probabilistica), e via dicendo.

La ricerca contemporanea, dopo il più marcato interesse verso il mondo emotivo che si è verificato soprattutto a partite dagli Anni Novanta, offre un’altra chiave di lettura, che si sovrappone a quella cognitivista. La sintetizziamo in questi termini: tutti gli “errori di ragionamento” di cui siamo involontari protagonisti hanno una matrice emotiva più che cognitiva. Si manifestano nell’ambito del ragionamento, ma ciò che li muove ha a che fare con l’emotività.

L’esigenza imprescindibile di ogni essere umano è anzitutto quella di essere visto, riconosciuto e amato; in seconda battuta di essere rassicurato rispetto ai pericoli che corre per il semplice fatto di essere al mondo. Sono percezioni indispensabili per ciascuno di noi anche il sentirsi adeguato in rapporto ai compiti che ci aspettano, apprezzato dai propri simili per le proprie capacità, e infine legittimato rispetto al proprio mondo emotivo e a ciò che prova.
Siamo esseri emotivi, presi nel vortice della vita (ognuno nella propria), più che esseri razionali. E le “deformazioni” e gli “errori” di cui siamo artefici nella percezione del mondo e di noi stessi sono semplicemente legati al fatto che osserviamo il mondo da un particolare punto di vista (il nostro) e ci aggrappiamo tenacemente a quelle piccole grandi certezze che ci rassicurano confermandoci in ciò che siamo e confinando il mondo per come ce lo rappresentiamo.

È per questo motivo che, in ambito clinico, nessuno riuscirà mai a cambiare il comportamento di un giocatore d’azzardo patologico “persuadendolo” del fatto che la sua condotta lo porterà alla rovina; né si riuscirà mai a “convincere” un fobico del fatto che la sua paura (qualsiasi essa sia) è infondata: non è in gioco la persuasione, bensì qualcosa di molto più profondo, che neanche il diretto interessato, spesso, comprende. Qualcosa che ha a che fare con il suo mondo emotivo, con la sua storia di vita, e con quei bisogni imprescindibili che tutti ci accomunano, in qualità di esseri umani.

Indirizzo

Via Leonardo Da Vinci, 15
Lecco
23900

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 21:00
Martedì 09:00 - 21:00
Mercoledì 09:00 - 21:00
Giovedì 09:00 - 21:00
Venerdì 09:00 - 21:00

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Enrico Bassani Psicologo - Psicoterapeuta Lecco pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Enrico Bassani Psicologo - Psicoterapeuta Lecco:

Condividi

Share on Facebook Share on Twitter Share on LinkedIn
Share on Pinterest Share on Reddit Share via Email
Share on WhatsApp Share on Instagram Share on Telegram

Digitare