19/07/2025
Articolo molto interessante per chi sta lavorando su di sè o per chi inizia a sentirne l’esigenza!!👍🏼👍🏼👍🏼
Molto bello davvero!!
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IL NOSTRO "ES"...CI PROTEGGE
Non ci pensiamo mai, o meglio, non possiamo pensarci, perché l’inconscio, per definizione, è quel mondo sommerso che sfugge al nostro controllo. Non lo vediamo, non lo tocchiamo, eppure ogni giorno lo sentiamo agire. È il custode silenzioso dei nostri dolori, dei traumi, dei ricordi che non abbiamo saputo reggere. È lì che vive il nostro “Es”, quella parte antica, viscerale, istintiva, che ha una sola missione: proteggerci.
Sì, perché il nostro Es non è cattivo, pericoloso o patologico. È un meccanismo di difesa primario, una sorta di "corazza psichica" costruita per evitarci il collasso, per tenerci a galla quando la vita, in un momento qualunque, ci butta a picco. E lo fa in modo raffinato, non elimina il dolore, lo sotterra, non ci libera dalle emozioni devastanti, ma le rimuove, le archivia, le mette in un armadio senza chiave, nei sotterranei della coscienza. Perché alcune verità, a volte, non possiamo "permetterci" di sentirle.
Ti spiego perche solo immaginando potrai capire. Immagina una grande casa, al piano terra ci vivi tu, con la tua razionalità, la tua quotidianità, le tue regole. Ma sotto, nei sotterranei, c’è una cantina buia. Lì, nel silenzio, il tuo Es custodisce, dentro grandi scatoloni, tutto ciò che ti farebbe troppo male vedere, la paura del rifiuto, il dolore di un abbandono, la vergogna per qualcosa che non dipendeva da te, ma che hai comunque sentito come “colpa”.
E se un giorno, magari da bambino, hai provato un dolore troppo grande, e nessuno era lì ad aiutarti, il tuo Es ha fatto il suo dovere... ha nascosto quel dolore. Lo ha chiuso in una stanza senza finestre, ti ha fatto credere che non fosse mai successo, ti ha salvato.
Ma, e qui viene il punto centrale, quello che non elabori, ritorna. Non sempre nella forma originale, ma nei sintomi, nei sogni, nei tic, nelle crisi di ansia, nei comportamenti compulsivi, nelle difficoltà relazionali, in quel perfezionismo esasperato che diventa il tuo modo per “controllare” un mondo che ti ha fatto sentire vulnerabile.
Ti sei mai chiesto perché cerchi di fare tutto alla perfezione? Perché ti innervosisce quando qualcosa sfugge alla tua programmazione? Perché non sopporti l’idea di non essere “abbastanza bravo”, “abbastanza pronta”, “abbastanza utile”?
Ecco, molto spesso, quel bisogno di controllo nasce da un dolore antico che il tuo Es ha sepolto. Un dolore che riguarda magari un senso di inadeguatezza, un’umiliazione subita, una figura di riferimento che ti ha fatto credere che il tuo valore dipendesse da quanto riuscivi a compiacerla.
E allora oggi ti organizzi, ti sforzi, ti superi, non per piacere tuo, ma per non sentire. Per non rischiare, ancora una volta, quella f***a di dolore che tanto tempo fa non hai potuto gestire.
Spesso mi capita di parlare con persone che mi dicono: “Sai, ho dei comportamenti che non mi spiego… ogni tanto mi scoppia una risata nervosa, oppure mi blocco per cose banali… sogno spesso che qualcuno mi insegue, oppure che crolla la casa...”
E io dico... niente arriva per caso.
I sogni non sono semplici film mentali. Sono il linguaggio dell’inconscio, sono il tentativo disperato del nostro Es di dirci:
“Ehi, ho qualcosa da mostrarti. Non possiamo più tenerlo lì sotto... guardalo, è il momento.”
Anche i cosiddetti “tic”, che siano verbali, fisici o comportamentali, sono valvole di sfogo. Sono un modo con cui la psiche scarica un’energia repressa, compressa, rimossa. Non sono segni di follia. Sono manifestazioni intelligenti di un sistema che cerca un equilibrio, anche quando non ne siamo coscienti.
Quante volte, nel lavoro corporeo, come la riflessologia, mi è capitato di toccare un punto, fisicamente o simbolicamente, e sentire la persona che si irrigidisce, o scoppia in lacrime, o ha un ricordo improvviso che emerge. È come se il corpo dicesse: “Finalmente, è ora che tu sappia cosa mi porto dietro.”
Perché il corpo non dimentica, il nostro sistema limbico non dimentica, il nostro tessuto connettivo, i nostri visceri, non dimenticano. Possiamo pensare di aver “superato” qualcosa solo perché non ci pensiamo più, ma se non lo abbiamo rielaborato consapevolmente, quella ferita è ancora viva, sotto forma di tensione, malattia, sintomo, evitamento.
Il vero obiettivo non è rimuovere il dolore. Non è fingere che non esista. E nemmeno lasciare che ci travolga. Il vero obiettivo è integrare, mettere in comunicazione il conscio e l’inconscio. Dare voce a ciò che è stato messo a tacere, luce a ciò che è stato nascosto, parola a ciò che è rimasto muto.
Solo quando smettiamo di lottare contro i nostri “mostri” e iniziamo a dialogare con loro, qualcosa cambia. I “mostri” sono spesso parti di noi ferite, che non chiedono vendetta, ma comprensione.
Un modo prezioso per iniziare questo dialogo è l’espressione creativa, scrivere, disegnare, cantare, suonare, danzare, fare collage, cucinare, piangere guardando un film. L’arte, qualunque forma prenda, è uno strumento potentissimo per permettere all’inconscio di emergere senza che il nostro "Io" si senta minacciato.
Non serve essere artisti, serve solo permettersi di sentire, senza giudizio. In quel movimento fluido, non razionale, si aprono spazi nuovi. Iniziamo a vedere, magari per la prima volta, quel bambino o quella bambina che siamo stati, quella rabbia mai espressa, quella solitudine mai nominata.
E il corpo ringrazia, l’anima si alleggerisce, il sonno migliora, le relazioni si addolciscono. Non perché il problema sia sparito, ma perché non lo stiamo più evitando.
In questo processo chi accompagna, chi tocca, chi ascolta, ha una grande responsabilità... non è quella di “guarire” l’altro, né di “spiegargli” cosa ha. Ma di creare uno spazio sicuro in cui la persona possa cominciare a sentire ciò che non ha mai osato sentire.
Il nostro compito non è cambiare la vita di qualcuno, ma aiutarlo a cambiare lo sguardo con cui guarda la sua vita. Non possiamo eliminare il passato, ma possiamo insegnare che non siamo più prigionieri di esso. Che possiamo ri-scrivere la narrazione, dare nuovo significato a quello che è successo.
Il nostro Es ci protegge, sì. Ma non è fatto per tenerci prigionieri. È come un genitore iperprotettivo, per un po’ ci salva, ma poi ci limita. Crescere significa ringraziare quella protezione, ma anche saperla superare.
Non c’è vera libertà se non includiamo tutte le nostre parti, anche quelle che ci fanno paura. Perché, come diceva Jung, “ciò che non affrontiamo dentro di noi lo incontreremo fuori, sotto forma di destino.”
Il punto non è smettere di soffrire, il punto è non essere più in balia del dolore, diventare adulti emotivi, responsabili di sé, capaci di accogliere anche le proprie ferite come tappe di un cammino.
Non possiamo cambiare ciò che ci è accaduto, non possiamo cambiare le persone che ci hanno feriti, né cancellare le mancanze che ci hanno segnato. Ma possiamo cambiare il nostro atteggiamento verso tutto questo. Possiamo guardarci dentro senza più paura, possiamo usare la parola, il corpo, il gesto, l’arte, il silenzio, per mettere in circolo ciò che era bloccato.
E sì, possiamo anche imparare a ringraziare il nostro Es. Perché, nel momento in cui ci ha salvato la mente, ha fatto il meglio che poteva con le risorse che avevamo.
Ora, però, è tempo di prenderci la responsabilità di noi stessi, di ascoltarci, di integrarci, di diventare interi. Perché la vera salute mentale è l’unità, l’integrazione, il sentirsi un tutt’uno, anche con le proprie ombre.
XO - Patrizia Coffaro