Dott. Enrico Galeazzi - Psicologo - Psicoterapeuta

Dott. Enrico Galeazzi - Psicologo - Psicoterapeuta Mi occupo di prevenzione, diagnosi, attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito

01/05/2026

Questa citazione dice qualcosa di molto severo: ci ricorda che non esiste un modo pulito, rapido e indolore per attraversare certi crolli, perché ci sono esperienze che non si lasciano aggirare e chiedono di essere abitate proprio mentre fanno male.

Quando pensiamo alla guarigione come a un ritorno perfetto, rischiamo di fraintendere il funzionamento reale dell’organismo e della mente. Più spesso guarire significa continuare a vivere con una traccia del danno, senza che quella traccia coincida più con una ferita aperta.

Dentro queste parole c’è un’idea esigente della trasformazione, perché suggeriscono che certi passaggi non si sciolgono con la sola comprensione intellettuale, né si lasciano archiviare con la fretta di tornare efficienti. Alcune esperienze chiedono di essere percorse dall’interno, hanno bisogno di tempo e chiedono soprattutto di restare abbastanza vicini a ciò che sentiamo da permettere all’emozione di compiere il suo processo di trasformazione.

In senso psicologico, attraversare significa concedere una realtà piena anche agli stati interni più scomodi. La tristezza, la paura, la vergogna, la rabbia o lo scoramento non sono sempre incidenti da cancellare in fretta; spesso sono segnali di un organismo che sta tentando di elaborare qualcosa di grande e di difficile e che spiazza.

Quando una persona si sente male, molto spesso la parte più faticosa non coincide solo con il dolore in sé, ma con la lotta contro il dolore, con il tentativo continuo di ridurlo al silenzio, di distrarsi abbastanza, di sembrare già oltre.

Eppure il corpo e la mente hanno i loro tempi. Un lutto, una separazione, una delusione profonda, una caduta dell’immagine di sé aprono fratture che non rispondono ai comandi. Hanno un andamento vivo e mobile e proprio per questo chiedono un attraversamento reale.

Quel movimento raramente ha una linea pulita. Si avanza, si inciampa, si torna per un tratto in un punto che sembrava superato, poi si riprende il cammino con una consapevolezza diversa. Certe mattine il peso sembra alleggerirsi, ma la sera torna a occupare tutto il campo. In altri momenti basta una canzone, una strada, una frase qualsiasi per riaprire una ferita che credevamo più assestata.

Questo non indica che il lavoro interiore si sia fermato; racconta, piuttosto, il modo concreto in cui gli esseri umani elaborano l’esperienza. Quasi sempre, la risalita è fatto di piccole regressioni, stanchezze improvvise, zone in cui la speranza si abbassa. Anche questo fa parte del processo. Attraversare vuol dire restare nel processo abbastanza a lungo da lasciargli produrre una forma nuova.

Una delle illusioni più diffuse riguarda l’idea che la sofferenza, per diventare tollerabile, debba sparire subito dal campo della coscienza. In realtà ciò che viene spinto via con troppa forza tende spesso a rientrare da altre porte: nell’irritabilità, nell’insonnia, in una stanchezza che non si spiega, nella difficoltà a fidarsi, nella sensazione di vivere leggermente fuori asse.

Le emozioni chiedono riconoscimento prima ancora che soluzione. Hanno bisogno di essere nominate, sentite nel corpo, accompagnate con una pazienza che all’inizio può sembrare quasi insopportabile. Per questo l’attraversamento psicologico ha qualcosa di profondamente concreto: riguarda il modo in cui ci si alza dal letto nei giorni peggiori, il modo in cui si tollera una ricaduta, il modo in cui si impara a non spaventarsi ogni volta che il dolore torna a bussare.

Dentro questa frase di Frost c’è anche una verità sull’umiltà. Attraversare costringe a rinunciare all’immagine eroica della guarigione come scatto netto, come svolta luminosa che rimette tutto a posto in una volta sola. Molto più spesso la guarigione assomiglia a un lavoro sommesso: un giorno si riesce a stare cinque minuti in più accanto a ciò che brucia, un altro giorno si regge meglio una ricordo, un altro ancora si scopre che quel dolore non occupa più tutta la stanza.

E forza, attenzione, non coincide con durezza. Assomiglia di più alla capacità di attraversare la complessità senza chiedere a se stessi una perfezione immediata. Si cade, si rallenta e si riparte. A poco a poco, il terreno cambia sotto i piedi.

Forse è proprio questo il punto più umano della frase: attraverso non significa dentro un inferno senza fine, significa dentro un passaggio che può modificare, che può consumare o che può lasciare anche una traccia di maggiore profondità. Chi ha attraversato davvero spesso riconosce meglio il dolore altrui, giudica meno in fretta, sente con più precisione il valore di una tregua.

Forse è proprio questo il punto più umano della frase: attraverso non significa dentro un inferno senza fine, significa dentro un passaggio che può modificare, che può consumare o che può lasciare anche una traccia di maggiore profondità. Chi ha attraversato davvero spesso riconosce meglio il dolore altrui, giudica meno in fretta, sente con più precisione il valore di una tregua.

La china si risale così, poco alla volta, con qualche arretramento e con una fedeltà ostinata al sé in continua evoluzione. Non c’è scorciatoia emotiva che possa sostituire questo lavoro. Alcuni passaggi chiedono di essere vissuti fino in fondo, perché è solo attraversandoli che il dolore perde presa.

[CONCLUSIONI]

Attraversare un dolore, sul piano psicologico, significa smettere di chiedergli una forma ordinata e accettare che certe esperienze lavorino dentro di noi con un andamento irregolare, fatto di giornate in cui sembra di avere ritrovato un equilibrio e di altre in cui basta un dettaglio minimo a riaprire ciò che credevamo più attenuato. Il punto, forse, è che siamo stati educati a pensare la sofferenza come qualcosa da risolvere in fretta, quasi dovesse diventare presentabile il prima possibile, mentre una parte del lavoro interiore chiede esattamente il contrario: tempo, contatto con ciò che punge, disponibilità a restare accanto a ciò che non si lascia ancora spiegare.

È anche per questo che la frase di Frost conserva una durezza così limpida, perché interrompe la fantasia di poter guarire solo attraverso la distanza, la distrazione o il controllo, e ricorda che certe soglie cambiano davvero solo quando smettiamo di trattarle come un incidente da rimuovere. In un tempo che pretende efficienza anche dal dolore, attraversare diventa quasi un gesto di fedeltà verso la propria esperienza emotiva, un modo più onesto di abitare la fatica fino a quando l’aria torna a farsi abbastanza respirabile da restituirci spazio mentale e una misura nuova del nostro stesso stare al mondo.

Psicologia Narrativa

11/04/2026

Nel suo nuovo libro, il primario del Bambin Gesù affronta la variabilità neurobiologica, insistendo sul fatto che, per quanto le condizioni non vadano banalizzate, non devono essere nemmeno patologizzate. E con Uta Frith, psicologa dello sviluppo che ha scioccato il mondo con le sue tesi sull'ampi...

Foto: Maturana e Davila (2006), “Emozioni e linguaggio in educazione e politica” (Milano: Elèuthera), p. 86
20/03/2026

Foto: Maturana e Davila (2006), “Emozioni e linguaggio in educazione e politica” (Milano: Elèuthera), p. 86

Maturana e Davila (2006), “Emozioni e linguaggio in educazione e politica” (Milano: Elèuthera), p. 38.
15/03/2026

Maturana e Davila (2006), “Emozioni e linguaggio in educazione e politica” (Milano: Elèuthera), p. 38.

Preso dalla pagina : Caffè Filosofico
13/03/2026

Preso dalla pagina : Caffè Filosofico

13/03/2026

31/01/2026

NON È COLPA TUA
(ma c’è qualcosa dentro che ti fa sentire sempre in colpa)
Se ti senti spesso “sbagliato”,
se anche quando fai del tuo meglio pensi che non basti,
se quando stai male ti dici che dovresti reagire di più,
e quando stai bene ti senti in colpa per non essere abbastanza felice…
non è perché sei fragile.
E non è perché sei “troppo sensibile”.
È perché dentro di te c’è un conflitto invisibile.
Una parte vuole proteggerti.
Un’altra vuole spingerti a essere diverso.
Quando queste due parti non si parlano,
il risultato è uno solo: colpa.
Non la colpa per qualcosa che hai fatto.
La colpa per come sei.
E più cerchi di correggerti,
più quel sistema si rinforza.
È lo stesso circuito che ti fa: – pensare troppo
– restare in allarme
– sentirti in difetto anche quando vai avanti
– dubitare di ogni scelta
Non perché tu sia rotto.
Ma perché hai imparato a funzionare così per non perdere, per non deludere, per non essere lasciato.
Il problema non sei tu.
È il meccanismo che ti porti dentro.
Finché credi che la colpa sia tua,
continuerai a lottare contro te stesso.
Quando inizi a vedere il sistema,
puoi finalmente smettere di farti la guerra.
Se ti riconosci in queste parole,
non sei solo.
E non sei sbagliato.

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