14/05/2026
Non è la sofferenza che ci tiene legati.
È l’identità che abbiamo costruito attorno ad essa.
A un certo punto, senza accorgercene, il dolore smette di essere un’esperienza…
e diventa un ruolo.
Non diciamo più “sto soffrendo”.
Iniziamo a dire, implicitamente: “io sono così”.
E lì accade qualcosa di molto più sottile:
la sofferenza non è più solo qualcosa da attraversare,
ma qualcosa da proteggere.
Perché?
Perché quel dolore, nel tempo, ha organizzato il nostro modo di stare al mondo.
Ha dato forma alle relazioni, alle scelte, persino al modo in cui chiediamo amore.
È diventato riconoscibile.
E ciò che è riconoscibile… rassicura, anche quando fa male.
Allora la posizione di vittima non è debolezza.
È una struttura identitaria sofisticata.
Un personaggio interiore che abbiamo costruito per sopravvivere,
che ha una sua coerenza, una sua logica, una sua voce.
Un personaggio che dice:
“Se lascio andare questa sofferenza… chi sono io senza?”
E questa è la vera soglia.
Non smettere di soffrire.
Ma smettere di essere qualcuno attraverso la sofferenza.
Perché guarire, in molti casi, non è aggiungere qualcosa. È perdere un’identità.
E questo spaventa più del dolore stesso.
Nel lavoro sul sé, arriva sempre quel momento in cui non si tratta più di capire, analizzare, raccontare…ma di disidentificarsi.
Di vedere che quella storia, quel ruolo, quel “io fatto così”…
è stato vero, necessario, intelligente persino.
Ma non è più chi sei.
E allora la domanda non è:
“Perché soffro ancora?”
Ma diventa:
“Chi sto continuando a essere, per poter continuare a soffrire?”
E questa domanda, se accolta davvero,
non consola.
Ma libera.
Rosy