Beatrice Valeriani Naturopata Consulente

Beatrice Valeriani Naturopata Consulente La guarigione non è lineare. Il mio augurio per te è: sii libero.

I percorsi che propongo, siano essi fisici, energetici, creativi, sono volti proprio ad aiutarti in questo cambiamento, così che l’essere diventi ben-essere, che la paura diventi consapevolezza e poi coraggio, che il tuo bisogno di essere ascoltato dagli altri diventi capacità di ascoltare te stesso, che il con-tratto diventi con-tatto, sciogliendo ciò che lo stress cristallizza, liberandoti da ci

ò che la rabbia e i rancori irrisolti hanno costruito intorno a te: una gabbia di cui (sorpresa!) possiedi la chiave…lasciando andare l’attaccamento alla certezza delle sbarre per aprire la porta e vedere uscire il dolore, la tristezza, l’ansia, che fino ad ora come pietre hanno rallentato il tuo andare.

PERCHÉ IL TUO OROLOGIO BIOLOGICO INFLUENZA ANCHE IL MODO IN CUI MANGIQuando pensiamo all’alimentazione, l’attenzione si ...
30/05/2026

PERCHÉ IL TUO OROLOGIO BIOLOGICO INFLUENZA ANCHE IL MODO IN CUI MANGI
Quando pensiamo all’alimentazione, l’attenzione si concentra quasi sempre su calorie, nutrienti e qualità degli alimenti. Più raramente ci chiediamo se anche l’orario dei pasti possa avere un impatto sulla salute. La ricerca in ambito di crononutrizione, la disciplina che studia il rapporto tra alimentazione e ritmi circadiani, suggerisce che il “quando” mangiamo sia tutt’altro che secondario. Il nostro organismo è regolato da un sofisticato orologio biologico che sincronizza numerose funzioni con l’alternanza tra luce e buio. Durante le ore diurne siamo naturalmente predisposti all’attività, all’assunzione di cibo e al suo utilizzo energetico; durante la notte, invece, il corpo privilegia i processi di recupero, riparazione e riposo. Non si tratta di una moda, ma di un principio profondamente radicato nella nostra fisiologia. Nel corso della giornata, infatti, variano la produzione di ormoni coinvolti nel controllo dell’appetito, della sazietà e del metabolismo. Per questo motivo lo stesso pasto consumato in momenti diversi può generare risposte metaboliche differenti. In altre parole, il tempo è una variabile biologica che merita attenzione tanto quanto la composizione del piatto.
Come tradurre questi concetti nella quotidianità? 𝐋𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐠𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢. Le persone con una naturale predisposizione mattutina tendono a trarre beneficio concentrando i pasti nelle prime ore della giornata e consumando la cena relativamente presto. Chi ha un cronotipo più serale non deve necessariamente rivoluzionare le proprie abitudini, ma può valutare un progressivo anticipo degli orari alimentari. Per chi lavora su turni la gestione è più complessa: mantenere una finestra alimentare il più possibile regolare e coerente con i ritmi biologici richiede spesso strategie personalizzate. Alcuni gruppi di persone possono beneficiare in modo particolare di una corretta sincronizzazione dei pasti. Negli anziani, per esempio, un’alimentazione distribuita nelle ore più favorevoli della giornata, associata all’attività fisica, può contribuire a contrastare la perdita di massa muscolare. Nei giovani, limitare gli spuntini serali è associato a un minor rischio di aumento di peso e alterazioni metaboliche. Nelle persone con diabete o sindrome metabolica, allineare i pasti ai momenti di maggiore sensibilità insulinica può rappresentare un supporto importante nella gestione della glicemia.
Uno dei maggiori studiosi di cronobiologia, Satchidananda Panda, ha sintetizzato questo concetto: “Quando mangi può essere importante quanto ciò che mangi.” Una riflessione semplice solo in apparenza, ma che racchiude una prospettiva sempre più supportata dalla ricerca scientifica. Oggi sappiamo che la salute dipende non soltanto dalle scelte alimentari, ma anche dal loro rapporto con il tempo biologico. Comprendere come il proprio ritmo circadiano influenzi fame, energia e metabolismo può fare la differenza nel costruire strategie realmente efficaci e sostenibili.
Se desideri capire come applicare questi principi alla tua situazione personale, valutando il tuo stile di vita, i tuoi orari e i tuoi obiettivi di salute, un percorso individuale può aiutarti a trasformare queste conoscenze in indicazioni pratiche e concrete per la vita di tutti i giorni.

29/05/2026
29/05/2026

Siamo cresciuti pensando che l’amore dovesse far rumore.
Che dovesse tremare, bruciare, farci correre.
E invece l’amore sano è silenzioso. Non perché sia debole, ma perché è sicuro.
È quel posto in cui non devi difenderti. In cui puoi abbassare le spalle, smettere di controllare, respirare come sei.
L’amore sano non chiede di diventare più piccoli per essere tenuti. Non confonde l’intensità con la paura. Non ti fa sentire “a rischio” ogni volta che sei te stesso.
L'amore sano rassicura. Fa spazio.
E spesso non lo riconosciamo subito, perché non urla, non insegue, non promette l’eterno per poi sparire. Ma resta.
Se leggendo queste parole hai sentito calma, forse non è noia. Forse è casa.
E se senti che per arrivarci serve un nuovo modo di amare
— e di stare con te — il percorso comincia sempre da lì:
dall’ascolto.

La fine fa parte della storia. Non si può rileggere una vita fermandosi solo ai momenti luminosi. Quando qualcuno scompa...
27/05/2026

La fine fa parte della storia. Non si può rileggere una vita fermandosi solo ai momenti luminosi. Quando qualcuno scompare, il racconto si concentra sui successi, sulla forza, sulla capacità di trasformare i limiti in possibilità. Si celebrano le imprese, il coraggio, la determinazione. Ma c’è una parte che spesso resta fuori campo. Nei giorni successivi alla morte, abbiamo della persona quasi sempre immagini del passato: il corpo nel pieno della sua energia, i sorrisi, le vittorie. Molto più raramente compaiono quelle degli ultimi anni: la fragilità, la dipendenza, il silenzio… Come se quella fase non appartenesse davvero alla vita, o non fosse degna di essere raccontata. Come se il declino fosse qualcosa da nascondere, una parentesi da cancellare. Allo stesso modo, quando si parla di successo, si tende a dimenticarne il prezzo. La solitudine, ad esempio, è spesso una componente strutturale di vite costruite intorno al lavoro, all’ambizione, alla realizzazione personale. Eppure questa parte rimane ai margini del racconto, che preferisce riferimenti rassicuranti e lineari. 𝐑𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐥𝐮𝐜𝐞 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐥𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐫𝐥𝐚, 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐬𝐢𝐦𝐛𝐨𝐥𝐨 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐜𝐞 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐫𝐧𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐚̀. Una vita, però, è fatta di tutto: forza e cedimento, pienezza e vuoto, presenza e perdita. Quando eliminiamo le parti più scomode, non stiamo rendendo omaggio a qualcuno — 𝐬𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐠𝐠𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐧𝐨𝐢 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐢 𝐝𝐚 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢 𝐬𝐩𝐚𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚. C’è poi un’altra dimensione che resta spesso invisibile: 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐬𝐭𝐚 𝐚𝐜𝐜𝐚𝐧𝐭𝐨. Gli anni in cui una persona non è più pienamente presente, ma non è ancora morta; gli anni della cura, dell’attesa, dell’ambivalenza, in cui amore e fatica convivono, dedizione e stanchezza si intrecciano. Non c’è colpa in questo, solo umanità. Nelle narrazioni eroiche, chi resta raramente trova spazio. Eppure è proprio lì che si consuma 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚: una presenza quotidiana, silenziosa, senza riconoscimento. 𝐔𝐧 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐞𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐢𝐭𝐚̀, 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨. Non è spettacolare perché c’è ma non si vede, resta sommerso e non è facilmente raccontabile, ma essenziale. Anche il rapporto con il corpo e con la fine è diventato complesso. Le possibilità della medicina permettono di prolungare la vita biologica, ma non sempre restituiscono una vita piena. Questo apre questioni difficili: 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 “𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐯𝐢𝐭𝐚”? E per chi lo si fa? Inoltre, non tutti hanno accesso alle stesse possibilità, e questo rende la qualità del morire una 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐞𝐝 𝐞𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐜𝐚. Forse tutto questo rimanda a una domanda più semplice e più difficile insieme: stiamo vivendo davvero? Mi pongo questo interrogativo perché 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐚𝐟𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐞̀ 𝐥𝐞𝐠𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐥 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐯𝐢𝐬𝐬𝐮𝐭𝐨. Rimandare continuamente, inseguire obiettivi senza interrogarsi sul loro costo, può lasciare un senso di incompiuto che rende più difficile lasciar andare. 𝐂’𝐞̀ 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧 𝐭𝐚𝐛𝐮̀ 𝐢𝐧𝐭𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐚 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐜𝐜𝐨𝐦𝐩𝐚𝐠𝐧𝐚𝐧𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐨 𝐟𝐢𝐧𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐞. 𝐈𝐥 𝐬𝐨𝐥𝐥𝐢𝐞𝐯𝐨, 𝐚𝐝 𝐞𝐬𝐞𝐦𝐩𝐢𝐨, 𝐞̀ 𝐮𝐧’𝐞𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐞, 𝐦𝐚 𝐫𝐚𝐫𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐦𝐦𝐞𝐬𝐬𝐚. 𝐍𝐨𝐧 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐧𝐜𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞, 𝐦𝐚 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐫𝐢𝐨: 𝐝𝐚 𝐮𝐧 𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞 𝐥𝐮𝐧𝐠𝐨, 𝐟𝐚𝐭𝐢𝐜𝐨𝐬𝐨, 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨. 𝐃𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐧𝐨𝐦𝐞 𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐞 𝐞𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐞̀ 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞, 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐢𝐧𝐞𝐬𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐭𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐢𝐧 𝐩𝐞𝐬𝐨. Alla fine quindi restano domande, più che risposte. Come vogliamo vivere? Come vogliamo morire? Siamo capaci di guardare una vita nella sua interezza, senza escludere la parte più fragile? Sappiamo riconoscere il valore di chi resta, di chi cura, di chi sostiene senza essere notato? 𝐅𝐨𝐫𝐬𝐞 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐢𝐦𝐩𝐚𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞, 𝐦𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐚 𝐥𝐚𝐬𝐜𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐧𝐝𝐚𝐫𝐞; 𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐭𝐭𝐚, 𝐦𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐠𝐫𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐚. 𝐂𝐢 𝐞̀ 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐢𝐠𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨, non solo ai suoi momenti più brillanti, e forse, soprattutto, dovremmo vivere abbastanza pienamente così da non doverci aggrappare troppo quando arriverà il momento.
Seneca lo scriveva duemila anni fa con una lucidità e una modernità impressionante: 𝑂𝑚𝑛𝑖𝑎, 𝐿𝑢𝑐𝑖𝑙𝑖, 𝑎𝑙𝑖𝑒𝑛𝑎 𝑠𝑢𝑛𝑡, 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑢𝑠 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑢𝑚 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑢𝑚 𝑒𝑠𝑡. - Tutto è altrui, Lucilio. Solo il tempo è nostro.

27/05/2026

I primi tempi non piangi nemmeno. Stai là, come anestetizzato, a fare le cose che devi fare: i moduli, le telefonate, i caffè con la gente che ti fa le condoglianze con la faccia di circostanza. Ti senti quasi in colpa perché pensi di essere insensibile. Poi, tre mesi dopo, ti cade una forchetta per terra mentre cucini e scoppi a piangere come un ragazzino, e capisci che il dolore stava solo prendendo la rincorsa.

ZeroCalcare

{Post lungo della naturopata, mamma di un adolescente}C’è una cosa che mi spaventa più del futuro, delle guerre, dell’in...
23/05/2026

{Post lungo della naturopata, mamma di un adolescente}
C’è una cosa che mi spaventa più del futuro, delle guerre, dell’intelligenza artificiale e del fatto che ormai per fare il pieno devi andare al distributore con due sacche di sangue. È quella stanchezza strana che vedo negli occhi di certi ragazzi. Non la stanchezza normale, quella che si esprime con “oggi non ho voglia di andare a scuola”, perché quella la conosciamo benissimo tutti. Parlo di una fatica più profonda, che non fa rumore, che non sempre viene raccontata, ma si intravede: “non ce la faccio”. E noi adulti, appena sentiamo questa frase uscire dalla bocca di qualcuno che deve ancora iniziare davvero a vivere, andiamo completamente nel panico. Guardiamo il ragazzo triste e diciamo la prima e unica cosa che ci viene in mente (perché con noi funzionava): “Perché non esci un po’?”, che è una frase che dovrebbe comparire direttamente nei manuali di tortura psicologica, perché uno sta affondando dentro sé stesso, sente il mondo pesargli addosso e la soluzione sarebbe: “Fatti due passi” - come se l’angoscia fosse un indolenzimento muscolare. Cammina che ti passa. Noi adulti abbiamo questa fede assoluta nell’uscire: sei triste? Esci. Ansioso? Esci. Hai un vuoto esistenziale grande e arido come il Sahara? Esci. Poi però il ragazzo esce e noi, di traverso sulla porta: dove vai? Con chi? A che ora torni? Mandami la posizione in tempo reale. Mettiti la felpa. Non fare tardi. Non bere. Non fidarti della gente. Non stare troppo al telefono. Non stare troppo senza telefono. Non respirare forte che prendi freddo. E quello giustamente rientra in camera. Vediamo questi ragazzi chiusi nelle loro stanze e pensiamo subito che sono dei fancazzisti. Ma non sono (sempre) pigri. A volte sono letteralmente chiusi in una palla sigillata - e c’è differenza. La pigrizia è: “non ho voglia di apparecchiare la tavola, di mettere a posto la mia stanza.”. La palla dice: “non ho voglia di esistere, oggi”. E questa cosa noi adulti non la sappiamo gestire, perché siamo cresciuti maturando un’intelligenza emotiva basata su saggi consigli come “non piangere”, “pensa a chi sta peggio”, “alla tua età io lavoravo”. Sì, però alla tua età non esisteva il registro elettronico, ovvero Satana con le notifiche. Una volta prendevi un brutto voto e avevi almeno il tempo tecnico per rimediare in qualche modo. “Com’è andata?” - “Bene”. Stop. Esisteva un generoso margine di vantaggio per organizzare una via di fuga diplomatica. Oggi prendi un quattro alle 8:47 e alle 8:48 lo sa tua madre, alle 8:49 tuo padre, il quale ti manda un audio di sei minuti che fa sembrare il tuo compito di matematica il responsabile del declino morale dell’Occidente. Continuiamo a dire ai ragazzi di non farsi schiacciare dall’ansia, poi gli costruiamo intorno un mondo progettato da uno psicopatico con Excel. Devono essere bravi, ma spontanei. Ambiziosi, ma rilassati. Sicuri di sé, ma umili. Belli, ma naturali. Presenti sui social, ma non troppo. Diversi dagli altri, però abbastanza simili da essere accettati. Devono essere sé stessi, ma in versione premium. Fotogenici, performanti, mentalmente stabili e possibilmente senza brufoli. Essere adolescenti oggi non è crescere: è fare un colloquio di lavoro con l’universo ogni mattina. E noi arriviamo lì con la nostra soluzione totale: “dai, reagisci”, che è utile quanto dire a uno che sta annegando di non annaspare. Poi ci sono quelli che dicono: “eh, ma questi ragazzi hanno tutto” - che non vuol dire (solo) quello che intendono loro (ovvero hanno concretamente tutto ma vogliono sempre di più), ma significa che 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐭𝐞𝐥𝐞𝐟𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐚 𝐦𝐢𝐥𝐥𝐞 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐞 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐚 𝐜𝐮𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐫𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 “𝐬𝐭𝐨 𝐦𝐚𝐥𝐞”. Hanno streaming, social, videogiochi, intelligenza artificiale, realtà virtuale, cloud, fibra ottica, ma 𝐚 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐦𝐚𝐧𝐜𝐚 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐭𝐚̀, che è un dettaglio abbastanza importante. Poi arriva sempre l’adulto motivazionale che ti spiattella un bellissimo, altisonante “devi amare te stesso”. Sbam. E come no… a quattordici anni uno non riesce nemmeno ad amare la propria fototessera, figurati. A quell’età vai a dormire bambino e ti svegli con un ginocchio diverso dall’altro, la voce che cambia frequenza come una radio sotto un tunnel e una faccia che sembra una bozza lasciata a metà. E noi: “amati”. Ma come fanno, che se si guardano allo specchio vedono un cantiere aperto? E non si azzardi a dire che sta male – parte un processo per direttissima, che manco i mafiosi, con delle domande talmente scontate che rasentano il patetico: “ma cosa ti manca?”, “Ma perché non ce l’hai detto?”, “Ma da quanto?”, “Ma chi ti ha fatto cosa?”. Insomma, 𝐥𝐮𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐞𝐯𝐚 𝐮𝐧 𝐚𝐛𝐛𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐨 𝐞 𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚 𝐢𝐧 𝐐𝐮𝐞𝐬𝐭𝐮𝐫𝐚. Noi vogliamo che i ragazzi parlino, e ci sta; però solo se parlano nel modo che rassicura noi, tipo “sto attraversando una complessa fase emotiva, ma accolgo con maturità il supporto affettivo”. Peccato che un ragazzo che soffre abbia un linguaggio di 5 parole: “boh”, “lasciami stare”, “che palle” – che tradotto sta a significare: “c’è qualcosa dentro di me che mi sta divorando e non so nemmeno come spiegarlo”. A noi ovviamente scatta la difesa: sentiamo “che palle”, replichiamo “non mi rispondere così”. E in tutto questo 𝑙𝑜𝑠𝑡 𝑖𝑛 𝑡𝑟𝑎𝑛𝑠𝑙𝑎𝑡𝑖𝑜𝑛 ci perdiamo il loro dolore. Io penso che, più o meno consapevolmente, abbiamo creato ragazzi terrorizzati dall’idea di fallire ancora prima di iniziare. Vedono (𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐥𝐢 𝐯𝐞𝐝𝐨𝐧𝐨) adulti stanchi, genitori esausti, insegnanti consumati, persone che lavorano tutto il giorno e comunque devono fare i conti col prezzo dell’olio d’oliva come se stessero negoziando diamanti. Poi accendono internet e vedono gente diventare milionaria aprendo pacchi davanti a una telecamera. Noi li esortiamo ad avere fiducia (ci proviamo, sono 𝑝𝑖𝑒𝑧𝑧’ ‘𝑜’ 𝑐𝑜𝑟𝑒, è normale, anche se non sempre formativo, cercare di render loro la vita semplice), ma, mi domando: fiducia in cosa? In un mondo dove per lavorare serve esperienza, per fare esperienza serve lavorare, per lavorare serve un master e per fare un master servono soldi che dovresti guadagnare lavorando? 𝑇ℎ𝑒 𝑐𝑖𝑟𝑐𝑙𝑒 𝑜𝑓 𝑙𝑖𝑓𝑒 de Il Re Leone, ma narrato dall’INPS, da oggi su tutti gli schermi. E allora qualcuno si chiude in camera. Qualche volta anche a me vien voglia di chiudermi in camera. E forse quella stanza non è il problema, anzi, forse è l’unico posto dove non deve continuamente dimostrare qualcosa. Lì può stare zitto senza sentirsi dire “almeno fai una faccia normale”. Ma la faccia normale non c’è; esiste la faccia che riesci a portare quel giorno senza crollare. E certi ragazzi portano pesi enormi, solo che noi spesso non li vediamo, o non li consideriamo così enormi perché ci siamo già passati, o perché non ci siamo mai passati, perché ci diciamo che sono ragazzate, che domani si saranno già dimenticati. Ma per loro sono problemi da risolvere, domande a cui rispondere. Purtroppo spesso abbiamo fretta, siamo stanchi pure noi, e guardarli davvero significa ammettere che neanche noi abbiamo tutte le risposte. E va bene così, nessuno è mai davvero “arrivato”, e anzi, sarebbe bello farsi le domande insieme, cercare insieme, perché credo che spesso la soluzione stia nel percorso, nell’osservazione del panorama durante il viaggio, piuttosto che nel raggiungimento della destinazione. Questo a casa, a scuola, nel gruppo degli amici, della parrocchia, dello sport. Invece, quando “non funzionano”, proviamo ad aggiustarli subito, a riavviarli, “spegni e riaccendi”… Ma un ragazzo non è una macchina, e certe volte il problema è proprio che vorrebbe solo spegnersi. Ed è lì che bisogna abbassare la voce, smettere di fare i motivatori, i nostalgici, quelli del “ai miei tempi”. Ai tuoi tempi se cadevi lo sapevano in tre; oggi se cadi qualcuno registra, un altro pubblica, gli altri commentano e qualcuno salva lo screenshot per riesumarlo fra sei anni. Il punto non sono i “tempi”, sono 𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞: un ragazzo che si chiude non sempre vuole sparire, ma desidera solo (anche se, rassegnati, non te lo dirà mai apertamente) che qualcuno entri in quella stanza senza trasformarla in un interrogatorio. Gli porti latte e biscotti (funziona sempre) e stai lì, senza cercare di spiegare il senso della vita, della resilienza e del disagio esistenziale (che tanto non lo sai neanche te). Non devi spiegargli niente, devi sederti con lui, che è assai più difficile, perché se spieghi ti senti “utile”, dimostri (ma a chi?) di avere le soluzioni, mentre se stai lì seduto sul suo letto ti senti impotente quanto lui e questo, giustamente, ti fa una paura dannata. Giustamente perché forse per un attimo ti ricordi cosa significa aver paura a quell’età. Ed è proprio lì che comincia l’aiuto. Guardi tuo figlio negli occhi, non dall’alto in basso, ma di fronte, con le braccia intorno alle ginocchia per difenderti dalla consapevolezza che non sai cosa fare però CI SEI, che sembra poco, invece è la rete di protezione, il riparo giusto per fermarsi un momento. È naturale: servono terapeuti (e come tale posso dire che seguo tanti genitori e tanti figli), scuole preparate, adulti (non solo genitori) presenti, meno imbarazzo e meno desiderio di ridurre tutto ad una “fase”. Quindi quando ci sentiamo dire “non ce la faccio più” (noi, siamo onesti, quante volte lo diciamo?), anziché liquidare la questione con “sì che ce la fai” (perché magari in quel momento non ce la fa davvero) forse dovremmo prendere lo zaino pieno di sassi (una metafora che utilizzo sempre con chi fa percorsi con me) e portarlo un po’ insieme. Magari poi lungo il cammino si inciampa, si sbaglia strada, si affrontano 𝑙𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑐𝑒𝑠𝑒 𝑎𝑟𝑑𝑖𝑡𝑒 𝑒 𝑙𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑎𝑙𝑖𝑡𝑒 (cit.), ma il punto è che tu, ragazzo, anche se non risolvi tutto subito, non sei più solo, e sei in piedi. Non dobbiamo dire ai ragazzi che la vita è meravigliosa e che andrà tutto bene, perché uno che soffre forse si sente anche un po’ preso in giro (anche se è vero che la vita è meravigliosa!); basterebbe dire “sono qui”, “non spegnerti”, “non devi risolvere tutto oggi”, “andiamo a fare un giro”. E magari mentre cerchi parcheggio tuo figlio respira, e parla, o anche no, ma è lì, SIETE lì, e lui non si sente solo, perso. Non roviniamo tutto dicendo “vedi che ti ha fatto bene uscire?” (perché volevate che uscisse da solo, all’inizio, non barate!), ma rendiamoci conto che, se anche non abbiamo salvato nessuno dal buio, abbiamo avuto il coraggio di entrarci dentro con lui, aspettando, restando accanto, mentre entra di nuovo la luce.

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21/05/2026

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IL FUTURO PASSA PER L'INTESTINO: PUNTO DI SVOLTA EPOCALE!

Una scoperta straordinaria che unisce la ricerca di eccellenza di Reggio Emilia ai massimi livelli internazionali e che apre una nuova era per la neurologia e la prevenzione.

Un importantissimo studio internazionale – pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Medicine e finanziato dalla Michael J. Fox Foundation – ha dimostrato che le alterazioni del microbiota intestinale possono prevedere l'insorgenza della Malattia di Parkinson prima ancora che compaiano i sintomi motori (come i tremori o la rigidità). Al progetto ha contribuito in modo decisivo l'Unità di Neurologia dell'IRCCS di Reggio Emilia, confermandosi un punto di riferimento assoluto.

Da tempo la medicina sa che il Parkinson non è una malattia che colpisce "all'improvviso". Esiste una lunghissima fase pre-sintomatica in cui il sistema nervoso centrale inizia a soffrire in silenzio. Spesso i primi campanelli d'allarme, invisibili ai classici esami neurologici, partono proprio dall'apparato digerente e dall'asse intestino-cervello.

Trovare queste "spie" ci permette di: intercettare le persone a rischio anni prima rispetto alle diagnosi attuali.
Passare da una medicina che cura i sintomi a una medicina che punta a proteggere i neuroni prima che vengano danneggiati.
Infine, sviluppare in futuro trattamenti neuroprotettivi mirati, agendo potenzialmente anche sull'alimentazione e sullo stile di vita.

Un orgoglio immenso per la ricerca reggiana e una grandissima speranza per i pazienti e le loro famiglie.

Applausi all'équipe medica e scientifica per questo straordinario traguardo scientifico.

Oggi sono fiero dell'umanità!

https://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/cronaca/parkinson-scoperta-previsione-malattia-i8zfx4b3

Indirizzo

Longiano

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 20:00

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