23/05/2026
{Post lungo della naturopata, mamma di un adolescente}
C’è una cosa che mi spaventa più del futuro, delle guerre, dell’intelligenza artificiale e del fatto che ormai per fare il pieno devi andare al distributore con due sacche di sangue. È quella stanchezza strana che vedo negli occhi di certi ragazzi. Non la stanchezza normale, quella che si esprime con “oggi non ho voglia di andare a scuola”, perché quella la conosciamo benissimo tutti. Parlo di una fatica più profonda, che non fa rumore, che non sempre viene raccontata, ma si intravede: “non ce la faccio”. E noi adulti, appena sentiamo questa frase uscire dalla bocca di qualcuno che deve ancora iniziare davvero a vivere, andiamo completamente nel panico. Guardiamo il ragazzo triste e diciamo la prima e unica cosa che ci viene in mente (perché con noi funzionava): “Perché non esci un po’?”, che è una frase che dovrebbe comparire direttamente nei manuali di tortura psicologica, perché uno sta affondando dentro sé stesso, sente il mondo pesargli addosso e la soluzione sarebbe: “Fatti due passi” - come se l’angoscia fosse un indolenzimento muscolare. Cammina che ti passa. Noi adulti abbiamo questa fede assoluta nell’uscire: sei triste? Esci. Ansioso? Esci. Hai un vuoto esistenziale grande e arido come il Sahara? Esci. Poi però il ragazzo esce e noi, di traverso sulla porta: dove vai? Con chi? A che ora torni? Mandami la posizione in tempo reale. Mettiti la felpa. Non fare tardi. Non bere. Non fidarti della gente. Non stare troppo al telefono. Non stare troppo senza telefono. Non respirare forte che prendi freddo. E quello giustamente rientra in camera. Vediamo questi ragazzi chiusi nelle loro stanze e pensiamo subito che sono dei fancazzisti. Ma non sono (sempre) pigri. A volte sono letteralmente chiusi in una palla sigillata - e c’è differenza. La pigrizia è: “non ho voglia di apparecchiare la tavola, di mettere a posto la mia stanza.”. La palla dice: “non ho voglia di esistere, oggi”. E questa cosa noi adulti non la sappiamo gestire, perché siamo cresciuti maturando un’intelligenza emotiva basata su saggi consigli come “non piangere”, “pensa a chi sta peggio”, “alla tua età io lavoravo”. Sì, però alla tua età non esisteva il registro elettronico, ovvero Satana con le notifiche. Una volta prendevi un brutto voto e avevi almeno il tempo tecnico per rimediare in qualche modo. “Com’è andata?” - “Bene”. Stop. Esisteva un generoso margine di vantaggio per organizzare una via di fuga diplomatica. Oggi prendi un quattro alle 8:47 e alle 8:48 lo sa tua madre, alle 8:49 tuo padre, il quale ti manda un audio di sei minuti che fa sembrare il tuo compito di matematica il responsabile del declino morale dell’Occidente. Continuiamo a dire ai ragazzi di non farsi schiacciare dall’ansia, poi gli costruiamo intorno un mondo progettato da uno psicopatico con Excel. Devono essere bravi, ma spontanei. Ambiziosi, ma rilassati. Sicuri di sé, ma umili. Belli, ma naturali. Presenti sui social, ma non troppo. Diversi dagli altri, però abbastanza simili da essere accettati. Devono essere sé stessi, ma in versione premium. Fotogenici, performanti, mentalmente stabili e possibilmente senza brufoli. Essere adolescenti oggi non è crescere: è fare un colloquio di lavoro con l’universo ogni mattina. E noi arriviamo lì con la nostra soluzione totale: “dai, reagisci”, che è utile quanto dire a uno che sta annegando di non annaspare. Poi ci sono quelli che dicono: “eh, ma questi ragazzi hanno tutto” - che non vuol dire (solo) quello che intendono loro (ovvero hanno concretamente tutto ma vogliono sempre di più), ma significa che 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐭𝐞𝐥𝐞𝐟𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐚 𝐦𝐢𝐥𝐥𝐞 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐞 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐚 𝐜𝐮𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐫𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 “𝐬𝐭𝐨 𝐦𝐚𝐥𝐞”. Hanno streaming, social, videogiochi, intelligenza artificiale, realtà virtuale, cloud, fibra ottica, ma 𝐚 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐦𝐚𝐧𝐜𝐚 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐭𝐚̀, che è un dettaglio abbastanza importante. Poi arriva sempre l’adulto motivazionale che ti spiattella un bellissimo, altisonante “devi amare te stesso”. Sbam. E come no… a quattordici anni uno non riesce nemmeno ad amare la propria fototessera, figurati. A quell’età vai a dormire bambino e ti svegli con un ginocchio diverso dall’altro, la voce che cambia frequenza come una radio sotto un tunnel e una faccia che sembra una bozza lasciata a metà. E noi: “amati”. Ma come fanno, che se si guardano allo specchio vedono un cantiere aperto? E non si azzardi a dire che sta male – parte un processo per direttissima, che manco i mafiosi, con delle domande talmente scontate che rasentano il patetico: “ma cosa ti manca?”, “Ma perché non ce l’hai detto?”, “Ma da quanto?”, “Ma chi ti ha fatto cosa?”. Insomma, 𝐥𝐮𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐞𝐯𝐚 𝐮𝐧 𝐚𝐛𝐛𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐨 𝐞 𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚 𝐢𝐧 𝐐𝐮𝐞𝐬𝐭𝐮𝐫𝐚. Noi vogliamo che i ragazzi parlino, e ci sta; però solo se parlano nel modo che rassicura noi, tipo “sto attraversando una complessa fase emotiva, ma accolgo con maturità il supporto affettivo”. Peccato che un ragazzo che soffre abbia un linguaggio di 5 parole: “boh”, “lasciami stare”, “che palle” – che tradotto sta a significare: “c’è qualcosa dentro di me che mi sta divorando e non so nemmeno come spiegarlo”. A noi ovviamente scatta la difesa: sentiamo “che palle”, replichiamo “non mi rispondere così”. E in tutto questo 𝑙𝑜𝑠𝑡 𝑖𝑛 𝑡𝑟𝑎𝑛𝑠𝑙𝑎𝑡𝑖𝑜𝑛 ci perdiamo il loro dolore. Io penso che, più o meno consapevolmente, abbiamo creato ragazzi terrorizzati dall’idea di fallire ancora prima di iniziare. Vedono (𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐥𝐢 𝐯𝐞𝐝𝐨𝐧𝐨) adulti stanchi, genitori esausti, insegnanti consumati, persone che lavorano tutto il giorno e comunque devono fare i conti col prezzo dell’olio d’oliva come se stessero negoziando diamanti. Poi accendono internet e vedono gente diventare milionaria aprendo pacchi davanti a una telecamera. Noi li esortiamo ad avere fiducia (ci proviamo, sono 𝑝𝑖𝑒𝑧𝑧’ ‘𝑜’ 𝑐𝑜𝑟𝑒, è normale, anche se non sempre formativo, cercare di render loro la vita semplice), ma, mi domando: fiducia in cosa? In un mondo dove per lavorare serve esperienza, per fare esperienza serve lavorare, per lavorare serve un master e per fare un master servono soldi che dovresti guadagnare lavorando? 𝑇ℎ𝑒 𝑐𝑖𝑟𝑐𝑙𝑒 𝑜𝑓 𝑙𝑖𝑓𝑒 de Il Re Leone, ma narrato dall’INPS, da oggi su tutti gli schermi. E allora qualcuno si chiude in camera. Qualche volta anche a me vien voglia di chiudermi in camera. E forse quella stanza non è il problema, anzi, forse è l’unico posto dove non deve continuamente dimostrare qualcosa. Lì può stare zitto senza sentirsi dire “almeno fai una faccia normale”. Ma la faccia normale non c’è; esiste la faccia che riesci a portare quel giorno senza crollare. E certi ragazzi portano pesi enormi, solo che noi spesso non li vediamo, o non li consideriamo così enormi perché ci siamo già passati, o perché non ci siamo mai passati, perché ci diciamo che sono ragazzate, che domani si saranno già dimenticati. Ma per loro sono problemi da risolvere, domande a cui rispondere. Purtroppo spesso abbiamo fretta, siamo stanchi pure noi, e guardarli davvero significa ammettere che neanche noi abbiamo tutte le risposte. E va bene così, nessuno è mai davvero “arrivato”, e anzi, sarebbe bello farsi le domande insieme, cercare insieme, perché credo che spesso la soluzione stia nel percorso, nell’osservazione del panorama durante il viaggio, piuttosto che nel raggiungimento della destinazione. Questo a casa, a scuola, nel gruppo degli amici, della parrocchia, dello sport. Invece, quando “non funzionano”, proviamo ad aggiustarli subito, a riavviarli, “spegni e riaccendi”… Ma un ragazzo non è una macchina, e certe volte il problema è proprio che vorrebbe solo spegnersi. Ed è lì che bisogna abbassare la voce, smettere di fare i motivatori, i nostalgici, quelli del “ai miei tempi”. Ai tuoi tempi se cadevi lo sapevano in tre; oggi se cadi qualcuno registra, un altro pubblica, gli altri commentano e qualcuno salva lo screenshot per riesumarlo fra sei anni. Il punto non sono i “tempi”, sono 𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞: un ragazzo che si chiude non sempre vuole sparire, ma desidera solo (anche se, rassegnati, non te lo dirà mai apertamente) che qualcuno entri in quella stanza senza trasformarla in un interrogatorio. Gli porti latte e biscotti (funziona sempre) e stai lì, senza cercare di spiegare il senso della vita, della resilienza e del disagio esistenziale (che tanto non lo sai neanche te). Non devi spiegargli niente, devi sederti con lui, che è assai più difficile, perché se spieghi ti senti “utile”, dimostri (ma a chi?) di avere le soluzioni, mentre se stai lì seduto sul suo letto ti senti impotente quanto lui e questo, giustamente, ti fa una paura dannata. Giustamente perché forse per un attimo ti ricordi cosa significa aver paura a quell’età. Ed è proprio lì che comincia l’aiuto. Guardi tuo figlio negli occhi, non dall’alto in basso, ma di fronte, con le braccia intorno alle ginocchia per difenderti dalla consapevolezza che non sai cosa fare però CI SEI, che sembra poco, invece è la rete di protezione, il riparo giusto per fermarsi un momento. È naturale: servono terapeuti (e come tale posso dire che seguo tanti genitori e tanti figli), scuole preparate, adulti (non solo genitori) presenti, meno imbarazzo e meno desiderio di ridurre tutto ad una “fase”. Quindi quando ci sentiamo dire “non ce la faccio più” (noi, siamo onesti, quante volte lo diciamo?), anziché liquidare la questione con “sì che ce la fai” (perché magari in quel momento non ce la fa davvero) forse dovremmo prendere lo zaino pieno di sassi (una metafora che utilizzo sempre con chi fa percorsi con me) e portarlo un po’ insieme. Magari poi lungo il cammino si inciampa, si sbaglia strada, si affrontano 𝑙𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑐𝑒𝑠𝑒 𝑎𝑟𝑑𝑖𝑡𝑒 𝑒 𝑙𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑎𝑙𝑖𝑡𝑒 (cit.), ma il punto è che tu, ragazzo, anche se non risolvi tutto subito, non sei più solo, e sei in piedi. Non dobbiamo dire ai ragazzi che la vita è meravigliosa e che andrà tutto bene, perché uno che soffre forse si sente anche un po’ preso in giro (anche se è vero che la vita è meravigliosa!); basterebbe dire “sono qui”, “non spegnerti”, “non devi risolvere tutto oggi”, “andiamo a fare un giro”. E magari mentre cerchi parcheggio tuo figlio respira, e parla, o anche no, ma è lì, SIETE lì, e lui non si sente solo, perso. Non roviniamo tutto dicendo “vedi che ti ha fatto bene uscire?” (perché volevate che uscisse da solo, all’inizio, non barate!), ma rendiamoci conto che, se anche non abbiamo salvato nessuno dal buio, abbiamo avuto il coraggio di entrarci dentro con lui, aspettando, restando accanto, mentre entra di nuovo la luce.