Elisa Zandonà-psicologa psicoterapeuta

Elisa Zandonà-psicologa psicoterapeuta 🌱 psicoterapia, training autogeno, psicodiagnostica
🏠 via Isidoro Alessi n.22, Este (PD)
📞 3911169235

https://www.facebook.com/share/p/183mtN8624/
17/01/2026

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Quando il silenzio uccide prima del gesto
La lunga lettera d’addio.
Il cerotto sulle labbra…Il viaggio nel gelo, da sola.
La storia di Annabella Martinelli, 22 anni, non è un “caso”.È un sintomo.
Un sintomo grave, doloroso, che racconta una verità che come società (e come professionisti) non possiamo più permetterci di ignorare: il suicidio giovanile è in crescita costante e pericolosa.

Colpisce sempre più spesso ragazzi e ragazze che non appaiono fragili, che studiano, che vivono in famiglia, che non rientrano negli stereotipi “rassicuranti” del disagio evidente.
Ed è proprio questo che lo rende così letale.

Il suicidio non nasce all’improvviso
Nasce nella solitudine non vista
Dal punto di vista clinico, il gesto suicidario nei giovani raramente è impulsivo.È quasi sempre l’esito finale di un processo lungo, silenzioso, invisibile, fatto di:
* ipercontrollo emotivo
* vergogna del dolore
* senso di colpa per il proprio malessere
* percezione di essere un peso
* convinzione profonda di non avere diritto a chiedere aiuto

La lettera lasciata da Annabella non è solo un addio.È un tentativo estremo di dare senso a un dolore che non ha trovato ascolto prima.

Il cerotto sulle labbra è un dettaglio psicologicamente devastante.

Non serve a “non gridare”.Serve a non disturbare.
Ed è qui che la vicenda smette di essere individuale e diventa collettiva.

Giovani circondati da persone, ma emotivamente soli
Molti ragazzi oggi crescono dentro un paradosso clinico ormai evidente:
* adulti presenti fisicamente
* adulti assenti emotivamente
Genitori stanchi, spaventati, spesso convinti che “andrà tutto bene” per giustificare una sostanziale inerzia.
Scuole schiacciate sulla prestazione.Social network che amplificano il confronto, la vergogna, il senso di inadeguatezza.
Il risultato è una generazione che soffre in silenzio, perché ha interiorizzato un messaggio devastante:
“Se stai male, è un tuo problema.”

E quando il dolore non trova parole, diventa comportamento. Quando non trova uno sguardo adulto, diventa gesto estremo.

La vera domanda non è “perché si è uccisa”
La vera domanda è: dove erano gli adulti?
Il suicidio non è mai solo un fatto individuale. È un evento che interroga l’intero contesto.
Dove erano gli adulti quando:
* il ritiro emotivo è diventato isolamento?
* la stanchezza psichica è diventata rinuncia?
* la richiesta di aiuto è diventata muta?

Non basta dire: “Non avevamo segnali.” Molto spesso i segnali ci sono. Siamo noi a non saperli più leggere.

A chi oggi si trova nella stessa solitudine
Indicazioni pratiche, concrete, salvavita
A chi sta vivendo una condizione simile – o riconosce qualcuno che potrebbe esserci dentro – va detto con chiarezza:
Chiedere aiuto non è un fallimento. È una competenza.
Non devi “stare abbastanza male” per meritare ascolto.
Il pensiero di farla finita è un segnale clinico, non una colpa.

Come chiedere aiuto in modo funzionale:
Non aspettare di avere le parole giuste. Basta dire: “Non sto bene. Ho paura di me.”
Rivolgiti a un adulto che non minimizza. Se uno non ascolta, cercane un altro.
Usa i servizi dedicati, anche in anonimato.

In Veneto è attivo il Numero Verde Antisuicidi 800 334343, h24, con psicologi qualificati.
Telefono Amico risponde al 02 2327 2327 o via WhatsApp al 324 0117252, tutti i giorni.

Chiamare non significa “fare una scenata”.
Significa restare vivi abbastanza a lungo da cambiare traiettoria.

Se sei un genitore, un insegnante, un professionista:
non chiedere solo “come va?”chiedi “come stai davvero?”
E soprattutto resta, anche quando la risposta ti spaventa.
Perché l’amore, senza educazione emotiva e senza presenza reale, non basta.

E ogni volta che perdiamo un ragazzo o una ragazza, non perdiamo solo una vita. Perdiamo un’occasione mancata di esserci stati prima.

Ci sono limiti che non vediamo.Non perché non esistano, ma perché abitano il confine più difficile da riconoscere: quell...
15/01/2026

Ci sono limiti che non vediamo.
Non perché non esistano, ma perché abitano il confine più difficile da riconoscere: quello interno.

Spesso li scopriamo solo dopo.
Dopo esserci spinti troppo in là.
Dopo aver tradito un bisogno, ignorato un segnale, messo a tacere il corpo o l’emozione.
In psicoanalisi sappiamo che il limite non è solo una barriera: è una funzione psichica che si costruisce nel tempo, attraverso l’esperienza, l’errore, talvolta il dolore.

“Serve sbatterci la testa”, sì.
Ma poi viene il passaggio più complesso: trasformare l’urto in conoscenza, integrare ciò che abbiamo imparato, riconoscere per tempo quella linea invisibile prima che torni a farci male.

Accettare i propri limiti non è arrendersi.
È smettere di confondere il valore personale con la prestazione, l’essere con il fare.
È tollerare la frustrazione di non essere onnipotenti! passaggio fondamentale per diventare davvero soggetti, non solo rispondenti alle richieste esterne o al Super-io più esigente.

“La maturità è la capacità di tollerare i limiti senza smettere di desiderare.”
(D. Winnicott)

Quando è stata l’ultima volta che hai ignorato un segnale di stanchezza, disagio o saturazione?

Che emozione emerge quando dici (o pensi) “più di così non riesco”? Colpa, paura, vergogna?

Prova a chiederti: di chi è la voce che mi spinge ad andare oltre, anche quando mi fa male?

Concediti una pausa non come premio, ma come atto di cura e di ascolto.

Stare nei propri limiti non significa rinunciare a crescere.
Significa crescere senza perdersi.
Perché, molto spesso, per “essere abbastanza” basta semplicemente essere.
Dentro i propri confini. Rispettandoli. Rispettandosi.



Auguri di cuoreChe il nuovo anno vi incontri nei giorni semplici, quelli che non brillano all’esterno ma custodiscono mo...
01/01/2026

Auguri di cuore

Che il nuovo anno vi incontri nei giorni semplici, quelli che non brillano all’esterno ma custodiscono molto dentro.
Giorni “normali”, fatti di passi piccoli, di domande sincere, di pause necessarie.

Vi auguro di potervi ascoltare con più gentilezza, di riconoscere ciò che vi somiglia davvero e di darvi il permesso di essere esattamente dove siete, senza fretta.
Che possiate attraversare ciò che arriva con rispetto per voi stessi e per la vostra storia.

Buon anno✨
Elisa

Alla nuova luce✨Buon NataleElisa
25/12/2025

Alla nuova luce✨
Buon Natale

Elisa

Quanti di noi riguardano Harry Potter ad ogni Natale che ricompare in TV? la psicologia è proprio dappertutto😉Al di là d...
22/12/2025

Quanti di noi riguardano Harry Potter ad ogni Natale che ricompare in TV? la psicologia è proprio dappertutto😉

Al di là della magia, Silente ci racconta qualcosa di profondamente umano e sorprendentemente scientifico.

Le neuroscienze ci mostrano che le parole non sono mai neutre. Il linguaggio, soprattutto se carico di giudizio o svalutazione, può attivare la cosiddetta pain matrix: una rete di aree cerebrali (tra cui insula, corteccia cingolata anteriore e talamo)coinvolte nell’elaborazione del dolore. Studi evidenziano che il dolore “sociale”come quello provocato da esclusione, critica o rifiuto, attiva gli stessi circuiti del dolore fisico.

Il cervello, in altre parole, non fa molta distinzione tra una ferita al corpo e una ferita inflitta dalle parole.
Allo stesso tempo, parole empatiche ed amorevoli modulano l’attività dell’amigdala, riducendo la risposta allo stress e favorendo il senso di sicurezza interna.

🌱In terapia mi capita spesso di invitare i pazienti a osservare come parlano a loro stessi,non solo cosa è successo loro ma il linguaggio che usano per raccontarselo. Molti scoprono con sorpresa quanto il dialogo interno sia severo, critico, talvolta duro. E soprattutto quanto questo avvenga in modo automatico,come un riflesso appreso nel tempo.

Spesso non ci rendiamo conto di usare parole“cattive”con noi stessi perché fanno parte di schemi antichi, di voci interiorizzate.

Il lavoro terapeutico diventa allora anche un lavoro di consapevolezza: rallentare, accorgersi di quel linguaggio automatico e sperimentare parole diverse, più gentili, più realistiche e compassionevoli✨

Dal punto di vista neuroscientifico,questo cambiamento non è solo simbolico: le esperienze relazionali e linguistiche sono in grado di modificare le connessioni neurali e l’espressione genica, come ha mostrato Eric Kandel.

Cambiare il modo in cui ci parliamo significa, nel tempo, cambiare anche il modo in cui il nostro cervello risponde a ciò che viviamo.

Forse la vera magia delle parole non sta nel cancellare il dolore, ma nel modo in cui possono aiutarci a non aggiungerne altro. E nel permetterci, finalmente, di diventare una presenza un po’ più gentile per noi stessi❣️

Il Calicantus non aspetta la primavera.Fiorisce in inverno, quando il freddo è ancora pungente e i rami sembrano nudi, q...
20/12/2025

Il Calicantus non aspetta la primavera.
Fiorisce in inverno, quando il freddo è ancora pungente e i rami sembrano nudi, quasi senza speranza. I suoi fiori non sono grandi né vistosi, ma il loro profumo è intenso, sorprendente, capace di farsi strada nell’aria silenziosa.

È una pianta che parla di tempi interiori.

Nella vita — e spesso nel percorso terapeutico — ci sono momenti in cui ci si sente così: spogli, bloccati, lontani da qualsiasi idea di rinascita. Eppure, proprio lì, qualcosa può iniziare a muoversi. In silenzio. Senza clamore. Senza che ce ne accorgiamo subito.

Ci ricorda che non tutte le fioriture avvengono quando “dovrebbero”. Alcune nascono nel freddo, nel dolore, nella fatica. Non per sfidare l’inverno, ma perché quello è il tempo possibile.

In terapia non si forza la primavera.
Si impara ad abitare l’inverno, ad ascoltare ciò che chiede spazio, a fidarsi di un processo che ha il suo ritmo. E a volte, quando meno lo si aspetta, qualcosa comincia a profumare di vita nuova.

Anche nei periodi più duri, c’è una parte di noi che sta già preparando il fiore.

Il 2025 è stato un anno che mi ha chiesto molto.Un anno di scelte professionali complesse, a tratti faticose, capaci di ...
15/12/2025

Il 2025 è stato un anno che mi ha chiesto molto.
Un anno di scelte professionali complesse, a tratti faticose, capaci di sollevare dubbi e domande profonde. Scelte che non sempre hanno offerto risposte immediate, ma che hanno aperto spazi di riflessione autentica.

È stato anche l’anno in cui ho imparato, ancora una volta, quanto il tempo per sé stessi sia prezioso.
Tempo di qualità, di riconnessione, di ascolto e di pazienza.

In un mondo che ci spinge costantemente alla performance, fermarsi diventa un atto rivoluzionario. Rallentare non significa rinunciare, ma ricalibrare le proprie priorità, tornare a ciò che conta davvero, dare dignità ai propri bisogni emotivi.

Come scriveva Carl Gustav Jung: “Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia.” Guardarsi dentro richiede coraggio. Richiede silenzio, attesa, disponibilità ad accogliere anche l’incertezza. Ma è proprio lì che avviene il cambiamento.

Questo anno mi ha insegnato che non tutto deve essere immediatamente risolto, che alcune scelte maturano nel tempo, e che prendersi cura di sé non è un lusso, ma una responsabilità.

Chiudo il 2025 con gratitudine, consapevole che ogni pausa, ogni dubbio, ogni momento di ascolto ha contribuito a costruire una direzione più autentica.
Con l’augurio che il nuovo anno ci trovi un po’ più allineati a noi stessi, più pazienti, e più liberi di scegliere ciò che nutre davvero.

La famiglia da cui arrivi non decide chi diventeraiCrescere nel caos emotivo lascia tracce profonde e a volte sono ferit...
25/11/2025

La famiglia da cui arrivi non decide chi diventerai

Crescere nel caos emotivo lascia tracce profonde e a volte sono ferite silenziose, altre volte rumori interni che temiamo di sentire ancora, soprattutto quando iniziamo a costruire la nostra famiglia.

La paura più grande spesso è quella di ripetere ciò che ci ha fatto male.
Ma c’è una verità che merita spazio, respiro, riconoscimento: Tu non sei condannato a riprodurre il passato.

Le scelte che fai oggi, anche quelle piccole, quasi invisibili agli occhi degli altri, sono i mattoni di una storia nuova.
Ogni volta che ti fermi, rifletti, chiedi aiuto, comunichi, senti. Stai spezzando un ciclo che forse nessuno, prima di te, ha avuto la forza o la possibilità di spezzare.

Non è un percorso semplice. Richiede coraggio, onestà, presenza.
E richiede perdono.
Il perdono non come giustificazione, ma come libertà di lasciare andare ciò che non può più guidare il tuo futuro.
Tu puoi diventare un genitore diverso.
Puoi costruire una famiglia diversa.
Puoi essere la svolta della tua storia.

A volte la guarigione inizia proprio così: con una scelta minuscola, con un gesto nuovo, con una parola detta con consapevolezza.

*«È dall’essere stati amati, e dall’essere stati lasciati liberi di amare, che nasce il vero Sé.»*
D.W. Winnicott

Dopo la rassegna teatrale.. ARRIVA QUELLA LETTERARIA!Ci vediamo Venerdì 28 Novembre per il primo appuntamento con l'Autr...
22/11/2025

Dopo la rassegna teatrale.. ARRIVA QUELLA LETTERARIA!

Ci vediamo Venerdì 28 Novembre per il primo appuntamento con l'Autrice Cristina Fiorenzato ed il suo libro:

" Come un diamante, come una rosa".

"La storia d’amore tra Cristina e il professor Greco dura due anni, poi inaspettatamente viene travolta da una tragedia che mette fine alla loro relazione. Cristina, piena di dolore e di rabbia, torna alla sua vita da sola. È diventata professoressa in un liceo, ha sempre l’amica Marta accanto e cerca di dimenticare il professore frequentando un nuovo ragazzo. Ma d’improvviso dopo un anno, il professor Greco arriva nella scuola dove lei insegna. Ora i ruoli sono diversi da una volta, ora sono colleghi. Cristina cerca di tenere le distanze, spaventata dall’idea di soffrire ancora, ma lavorare nella stessa scuola non aiuta. I due si trovano spesso in contrasto e il professor Greco non perde occasione per metterla in difficoltà anche adesso, come faceva ai tempi in cui lei era una sua alunna. Tra continui scontri e dispetti, una studentessa bisognosa d’aiuto che le somiglia così tanto nell’animo e nelle passioni e un intraprendente psicologo corteggiatore, Cristina sarà costretta a guardarsi dentro e a chiedersi se il sentimento verso il professore sia veramente sepolto o se la fiamma di quel poetico amore arda ancora. Ma soprattutto, nel cuore del professor Greco chi ci sarà adesso?"

Parteciperà all'incontro la Psicologa e Psicoterapeuta Elisa Zandonà

Vi aspettiamo Venerdì 28 Novembre 2025 alle ore 21:00 presso la sala conferenze in Piazza Sandro Pertini 8!

C’è una dimensione silenziosa, quasi invisibile, che spesso si annida nelle relazioni che fanno male: la dipendenza affe...
18/11/2025

C’è una dimensione silenziosa, quasi invisibile, che spesso si annida nelle relazioni che fanno male: la dipendenza affettiva. Una parola pronunciata con leggerezza, ma che in realtà racconta una ferita molto più profonda di quanto immaginiamo.

La dipendenza affettiva non nasce perché “amiamo troppo”. Nasce quando, in qualche punto della nostra storia, abbiamo imparato a misurare il nostro valore attraverso lo sguardo dell’altro. E allora l’amore smette di essere un luogo di incontro e diventa un terreno in cui dimostrare di meritare.

Non ce ne accorgiamo subito. All’inizio non sembra una catena, ma un filo di seta: leggero, avvolgente, apparentemente speciale. Poi quel filo raddoppia, si intreccia, diventa più spesso…E un giorno ci scopriamo legate.Non all’altro, ma alla paura di perderlo.
Idealizzazione di un’immagine che non corrisponde più alla realtà.Ed è lì che la vergogna entra in scena: “So che non mi fa bene, ma non riesco ad andarmene”. La vergogna isola, silenzia la possibilità di chiedere aiuto.
Eppure la dipendenza affettiva non è debolezza.È una ferita. E una ferita può essere compresa, accolta, trasformata.

Uscirne non significa farlo da sole. Servono tre movimenti interiori: PARLARNE perché la vergogna svanisce alla luce di uno spazio sicuro; RITORVARSI, perché chi vive questa dinamica spesso si dimentica di sé; IMPARARE A RESTARE, prima con sé stesse e poi nelle relazioni, senza paura.

La libertà emotiva non è non aver bisogno di nessuno.È potersi avvicinare senza aggrapparsi ed annullarsi.È restare senza sentirsi obbligate. E se c’è una cosa che vorrei dirti con forza è questa: chiedere aiuto non è un fallimento. È lucidità. È dignità. È protezione.

Siamo cresciute in culture che hanno confuso gelosia con passione, silenzio con rispetto, sacrificio con normalità.Per questo, per molte donne, l’amore sano è qualcosa che si impara solo più tardi nella vita.E non è mai troppo tardi. La violenza è buio, ma un buio fatto di ombre. E ogni parola, ogni testimonianza, ogni mano tesa è una piccola lampada. Non illumina tutto… ma fa arretrare il buio un po’ di più.

E la nostra responsabilità, come comunità, è non permettere che quella luce si spenga.

Puoi fidarti di te. Anche quando non hai tutte le risposte.Lo so, a volte sembra impossibile.Ci sono giorni in cui tutto...
26/10/2025

Puoi fidarti di te. Anche quando non hai tutte le risposte.

Lo so, a volte sembra impossibile.
Ci sono giorni in cui tutto è confuso, in cui ti senti perso, in cui ti chiedi se davvero ce la farai.
Vorresti avere certezze, punti fermi, qualcuno che ti dica cosa fare.
Ma la fiducia non nasce dal sapere tutto.
Nasce dal sentire, dentro, che qualunque cosa accada… saprai affrontarla.

Non perché sei infallibile, ma perché sei vivo, sei presente, e impari ogni giorno.
Perché hai già superato tanto — anche se a volte te lo dimentichi.
E in fondo, ogni volta che ti rialzi, stai già scegliendo di credere in te stesso.

Io credo che la fiducia sia come un piccolo seme: cresce piano, nel silenzio,
ogni volta che ti ascolti, ti accogli e ti permetti di non essere perfetto.

Fidarsi di sé è un atto di coraggio.
E tu, di quel coraggio, ne hai più di quanto immagini.


Se in questo momento senti di non riuscire a crederci, sappi che non sei solo.
Il percorso terapeutico può aiutarti a ritrovare quella voce interiore che sussurra:
“Puoi farcela. Anche adesso. Anche così.”

QUELLO CHE HAI SOPPORTATO.A volte non serve essere più forti.Serve solo smettere di fingere che non ti abbia fatto male....
24/10/2025

QUELLO CHE HAI SOPPORTATO.

A volte non serve essere più forti.
Serve solo smettere di fingere che non ti abbia fatto male.

Hai dato, resistito, taciuto.
Hai pensato che sopportare fosse la prova del tuo valore,
che “andare avanti” fosse l’unica scelta possibile.

Ma guarire non è continuare a resistere.
Guarire è fermarsi, guardare le ferite e dire:
“Mi merito di stare meglio.”

Non è debolezza, è verità.
Non è resa, è libertà.

Smettere di sopportare non significa arrendersi:
significa scegliere la pace, non la lotta. 🌿

Indirizzo

Isidoro Alessi 22
Lozzo Atestino
35042

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

Telefono

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