29/06/2020
Io credo che quando scoprì Impatiens, il primo fiore, Bach fosse guidato dall'impossibilità di frenare il suo impulso conoscitivo, come in preda ad una di quelle febbri descritte da Nora Weeks, che tanto ricordano la passione di un intellettuale, di un poeta, di un artista, nella sua aspirazione all'interpretazione della realtà.
La mia sensazione è che non siamo di fronte ad un mite dottorino col camice bianco e la valigetta, ma piuttosto ad un uomo volitivo, brillante, impaziente di fronte alla vita, che avrebbe voluto mordere, se ne avesse avuto facoltà. La sua biografia non è quella rassicurante di un luminare della Medicina, ma è, al contrario, disseminata di esperienze che certamente non fanno buona pubblicità al suo metodo terapeutico: una prima relazione sentimentale fallita, l'infedeltà coniugale, una figlia avuta fuori dal matrimonio, la morte della sua prima moglie, le nozze, quasi immediate, con la sua amante, la malattia incurabile dalla quale guarì senza farmaci, l'appartenenza massonica, l'abbandono della carriera medica, la minacciata radiazione dall'albo, l'eremitaggio nelle campagne gallesi, la morte a cinquant'anni. Ce n'è abbastanza per convincerci della assoluta inattendibilità del personaggio.
Eppure, la tumultuosità dell'esperienza umana di Bach è per me garanzia della genuinità delle sue intenzioni, avulse da dogmatismi e moralismi. Leggendone attentamente la biografia, percepisco una crescita interiore dell'uomo, che è andata di pari passo con l'evolversi del suo sistema floriterapeutico. Molti, infatti, parlano di un percorso alchemico, che Bach ha compiuto non solo nella ricerca e nella sperimentazione dei fiori, ma anche, e soprattutto, all'interno di se stesso, come un alchimista che si rispetti è chiamato a fare.