19/04/2026
Oggi ero al mare, e tra un “mamma giochiamo a palla”, e un “mamma che succede se faccio il bagno?”, avevo fissa in testa la canzone “Niente canzoni d’amore” di Marracash. Perché chi non sa la notizia della riunificazione sul palco con Elodie?!
A parte questo, su cui ovviamente molti di voi diranno “e sti cavoli”, però…
Mi è venuta una riflessione e quindi dai..
La condivido.
Quando una storia finisce, la narrazione più facile è quasi sempre la stessa: trovare il “cattivo”. Uno dei due diventa lo st***zo, l’altro la vittima. Fine della complessità.
La canzone di cui parlavo ci ricorda invece qualcosa di più interessante, ma anche più difficile: le relazioni non finiscono sempre perché qualcuno sbaglia. A volte finiscono perché le persone cambiano, crescono, prendono direzioni diverse. E questo non ha bisogno di colpevoli, ma di nuove storie da raccontare.
Nel testo si sente proprio questo: l’amore non è negato, ma non basta più. C’è affetto, c’è memoria, c’è rispetto… e allo stesso tempo la consapevolezza che restare significherebbe tradire qualcosa di sé. È una narrazione adulta, che non cancella ciò che è stato, ma lo trasforma.
Dal punto di vista psicologico, è un passaggio fondamentale: non chiedersi “chi ha rovinato tutto?”, ma “chi siamo diventati?”.
Quando una relazione finisce, abbiamo due strade:�– restare agganciati alla rabbia (che semplifica, ma blocca)�– costruire una nuova narrazione (che è più complessa, ma libera)
Dire “è finita perché siamo evoluti” richiede più maturità di “è finita perché uno dei due è uno st***zo”. La prima versione lascia spazio alla crescita. La seconda lascia spazio al rancore.
Forse il vero segno di una storia che è stata importante è proprio questo: riuscire a raccontarla senza bisogno di un colpevole. Solo con la consapevolezza che, a volte, volersi bene significa anche sapersi lasciare andare. Dicendosi magari “ci sarà sempre un po’ di te in me.”