Dott.ssa Lisa Bolognesi Psicologa

Dott.ssa Lisa Bolognesi Psicologa • Percorsi Psicologici
[ Adulti ed Età Evolutiva ]
• Tutor degli Apprendimenti
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Oggi ero al mare, e tra un “mamma giochiamo a palla”, e un “mamma che succede se faccio il bagno?”, avevo fissa in testa...
19/04/2026

Oggi ero al mare, e tra un “mamma giochiamo a palla”, e un “mamma che succede se faccio il bagno?”, avevo fissa in testa la canzone “Niente canzoni d’amore” di Marracash. Perché chi non sa la notizia della riunificazione sul palco con Elodie?!
A parte questo, su cui ovviamente molti di voi diranno “e sti cavoli”, però…
Mi è venuta una riflessione e quindi dai..
La condivido.

Quando una storia finisce, la narrazione più facile è quasi sempre la stessa: trovare il “cattivo”. Uno dei due diventa lo st***zo, l’altro la vittima. Fine della complessità.
La canzone di cui parlavo ci ricorda invece qualcosa di più interessante, ma anche più difficile: le relazioni non finiscono sempre perché qualcuno sbaglia. A volte finiscono perché le persone cambiano, crescono, prendono direzioni diverse. E questo non ha bisogno di colpevoli, ma di nuove storie da raccontare.
Nel testo si sente proprio questo: l’amore non è negato, ma non basta più. C’è affetto, c’è memoria, c’è rispetto… e allo stesso tempo la consapevolezza che restare significherebbe tradire qualcosa di sé. È una narrazione adulta, che non cancella ciò che è stato, ma lo trasforma.

Dal punto di vista psicologico, è un passaggio fondamentale: non chiedersi “chi ha rovinato tutto?”, ma “chi siamo diventati?”.

Quando una relazione finisce, abbiamo due strade:�– restare agganciati alla rabbia (che semplifica, ma blocca)�– costruire una nuova narrazione (che è più complessa, ma libera)

Dire “è finita perché siamo evoluti” richiede più maturità di “è finita perché uno dei due è uno st***zo”. La prima versione lascia spazio alla crescita. La seconda lascia spazio al rancore.
Forse il vero segno di una storia che è stata importante è proprio questo: riuscire a raccontarla senza bisogno di un colpevole. Solo con la consapevolezza che, a volte, volersi bene significa anche sapersi lasciare andare. Dicendosi magari “ci sarà sempre un po’ di te in me.”

Alcune persone non riescono a capire cosa provano… senza una conferma esterna.Non è solo insicurezza. Spesso è una diffi...
01/04/2026

Alcune persone non riescono a capire cosa provano… senza una conferma esterna.
Non è solo insicurezza. Spesso è una difficoltà nel riconoscere e validare i propri stati interni. L’esperienza emotiva c’è, ma non viene percepita come affidabile. Così si cerca nell’altro una misura: “È giusto quello che sento?”

In studio, capita che una persona racconti:
“Sto con il mio fidanzato, ma non riesco a realizzare davvero. Non so se lo vivo nel modo giusto. Dovrei sentirmi più presa? Più felice? Non capisco se sto bene davvero.”
Non è assenza di sentimento.
È il dubbio sul proprio modo di sentire.

Cosa succede quando il riferimento è esterno?
• si cercano rassicurazioni continue
• si confrontano le proprie emozioni con modelli ideali
• si iper-analizzano le sensazioni
• si teme di “sbagliare” anche ciò che si prova
• si vive la relazione come verifica costante

La domanda implicita non è: “Lo amo?”
Ma: “Sto amando nel modo giusto?”

Il lavoro psicologico consiste nel passare da un criterio esterno a uno interno.
Non chiedersi più se “si va bene”, ma iniziare a riconoscere cosa ha senso per sé stessi.

La sicurezza emotiva nasce quando il proprio sentire diventa un riferimento, una bussola.. interna. 🧭

[Grazie a Emma Stone e Lanthimos per l’aiuto in foto].

Avete appena litigato.Tuo figlio si allontana arrabbiato.Tu resti lì con la sensazione che “bisogna chiarire”.Dopo pochi...
18/03/2026

Avete appena litigato.
Tuo figlio si allontana arrabbiato.
Tu resti lì con la sensazione che “bisogna chiarire”.
Dopo pochi minuti lui torna e ti dice:
“Mi aiuti a costruire la torre?”
oppure
“Mamma, dov’è il mio dinosauro?”
oppure
“Guarda cosa ho disegnato.”
Come se niente fosse.
Il tuo istinto probabilmente è fermarlo: “Aspetta un attimo. Prima parliamo di quello che è successo.”

Ma in quel momento rischi di fare l’errore più comune:
trasformare un tentativo di riparazione in un problema da correggere.

Per i bambini, tornare con una domanda banale, un gioco o una richiesta è spesso il loro modo di dire:
“Io sono pronto a ritrovarti. E tu?”
Non stanno ignorando il conflitto.
Stanno riparando la relazione nel modo che conoscono.

I bambini raramente riparano con lunghe spiegazioni.
Riparano tornando nel contatto.

Con un gioco.
Con una domanda.
Con qualcosa di quotidiano.

Ed è proprio lì che nasce l’attaccamento sicuro:
non nell’evitare i conflitti, ma nel ritrovarsi dopo.

Quindi sì.
Guarda il disegno.
Aiuta con la torre.
Cerca il dinosauro.

Perché quel piccolo gesto non è distrazione.
È un “anche se non mi sono comportato bene, la relazione è sempre salva”.
È riparazione.

“Lo so che mi ha fatto male.Ma giuro, non so perché, mi dá troppo fastidio ammetterlo.”Spesso mi trovo davanti a parole ...
14/03/2026

“Lo so che mi ha fatto male.
Ma giuro, non so perché, mi dá troppo fastidio ammetterlo.”

Spesso mi trovo davanti a parole così.

A volte non è solo difficoltà a parlare delle proprie emozioni.
È quasi una strategia: evitare di mostrarsi fragili.

Credo che molte persone abbiano imparato molto presto che la vulnerabilità non era uno spazio sicuro.
C’è chi è cresciuto in contesti in cui le emozioni venivano minimizzate:
“Non è niente.”
“Sei troppo sensibile.”
“Non farne un dramma!” (O il più lucchese “Un la fa lunga!)

C’è chi ha sperimentato che mostrarsi feriti esponeva al giudizio, alla critica o addirittura alla derisione.
E c’è anche chi, semplicemente, é dovuto diventare “quello forte”: la persona che tiene insieme le cose, che non crea problemi, che regge anche per gli altri.

Quando queste esperienze si ripetono nel tempo, il sistema psicologico impara qualcosa di molto chiaro:
mostrare la ferita non è sicuro.

Così si sviluppano strategie molto raffinate per evitarlo: si razionalizza, si minimizza, si cambia discorso, si trasforma il dolore in ironia, oppure si convince sé stessi che “non importa”.

Non è mancanza di emozioni.
E una forma di protezione.

Il paradosso è che spesso queste persone sentono molto, a volte anche più degli altri.
Ma hanno imparato che alcune parti di sé è meglio tenerle al riparo.

Il lavoro psicologico, allora, non consiste nello “sforzarsi di essere più fragili”.
Consiste nel poter fare lentamente un’esperienza diversa: scoprire che, in alcuni spazi e con alcune persone, mostrare una ferita non significa perdere valore.

E la frase di Bukowski, quella meravigliosa frase di Bukowski, mi fa risuonare un po’ questo.

Dai Charles, apri la porta!

Io voglio ogni anno ringraziare le Olimpiadi, perché ci permettono di andare un po’ oltre gli sport classiconi che vedia...
10/02/2026

Io voglio ogni anno ringraziare le Olimpiadi, perché ci permettono di andare un po’ oltre gli sport classiconi che vediamo per tutto il resto del tempo.

Il mio esempio di quest’anno: il curling 🥌

In un mondo che corre, il curling scivola.
Non esplode, non accelera, non travolge. Aspetta.

Nel curling non vince chi è più veloce, ma chi sa pensare prima di agire. La pietra parte piano, quasi in silenzio, e una volta lanciata non può più essere fermata: da lì in poi conta solo la strategia, la lettura del contesto, la collaborazione. Ma anche il saper lasciare andare, perché in fondo in fondo non la controlli completamente quella pietra.

È una metafora potente della vita psicologica.

Siamo abituati a reagire subito: rispondere, decidere, fare. Il curling invece ci ricorda che serve pazienza per tollerare l’incertezza mentre la pietra scivola e tu non sai ancora dove si fermerà.

E poi c’è la squadra che “spazza” il ghiaccio: non cambia la direzione, ma modula il percorso. Proprio come fanno le relazioni sane: non decidono per noi, ma rendono il cammino più fluido.

Il curling celebra la lentezza consapevole, la strategia, l’attesa e l’intesa.
Ci insegna che non tutto ciò che è efficace è rapido.
E che a volte, per arrivare al centro, bisogna imparare a scivolare invece che correre.

🇮🇹

“Il sacrificio del cervo sacro” è uno dei film che mi ha più disturbata nella mia vita (ma come mi ha detto proprio ieri...
30/01/2026

“Il sacrificio del cervo sacro” è uno dei film che mi ha più disturbata nella mia vita (ma come mi ha detto proprio ieri una persona, “se disturba funziona” e non potrei essere più d’accordo).

Il film racconta una colpa non riconosciuta che torna come punizione.

Steven è un chirurgo razionale e controllato, che non elabora la responsabilità per la morte del padre di Martin.
La colpa rimossa non scompare: prende forma all’esterno.
Martin è una specie di Super-Io (scomodiamo Freud) crudele: non cerca spiegazioni né riparazione, ma un sacrificio.
Quando la colpa non viene mentalizzata, il prezzo lo pagano gli affetti più vicini: la famiglia diventa l’oggetto sacrificale.
I dialoghi freddi e meccanici mostrano un mondo interno senza empatia, dove il dolore non può essere simbolizzato.
Non c’è elaborazione, solo espiazione.

“Il sacrificio del cervo sacro” mostra il potere distruttivo di una storia dominante.
Quando il problema non viene esternalizzato e non si aprono narrazioni alternative, è la colpa a governare le relazioni e il futuro si riduce a sacrificio.
Non è l’evento il problema, ma la storia che costruiamo su esso.

In terapia, spesso il lavoro comincia proprio da qui:
fermarsi, fare spazio a nuove domande e racconti diversi, in cui tornano a esserci scelta, respiro e possibilità.

Di spazio.E di bisogni che vale la pena autorizzare.
26/01/2026

Di spazio.
E di bisogni che vale la pena autorizzare.

Le parole in terapia entrano come arrivano:stanche, rigide, ripetute mille volte.“È sempre così.”“Non cambierà.”“Io sono...
23/01/2026

Le parole in terapia entrano come arrivano:
stanche, rigide, ripetute mille volte.
“È sempre così.”
“Non cambierà.”
“Io sono questo.”

Ma se ascoltiamo bene, ogni parola chiede di essere spostata, anche di pochi millimetri.

La poesia lo sa.
Non forza il senso, non lo indirizza: lo inclina.
Lascia che una parola ne tocchi un’altra e qualcosa, silenziosamente, si muove.

Nella Terapia Narrativa, separiamo la persona dal problema come si separano due voci in una stanza.
Il problema parla forte, ma non è l’unico narratore.
Ci sono storie minori, laterali, che non hanno ancora trovato il loro posto.
Nella Terapia centrata sulla Soluzione, le parole diventano semi. Non chiediamo perché il deserto esista, ma dove, anche solo per un attimo, è comparsa un’ombra.
Un gesto che ha retto.
Un giorno appena migliore.

La poesia e la terapia si incontrano qui:
nel rispetto del non-sapere, nella fiducia che una domanda gentile possa aprire un varco.
A volte la cura comincia così:
non con una risposta,
ma con una frase che respira.
Da “non ce la faccio”
a “sto cercando un altro modo”.
Da “sono fermo”
a “sono in ascolto di un passo”.

Le parole magari non salvano.
Ma cambiano il paesaggio.
E in un paesaggio diverso,
diventa possibile camminare.

Ma quanto è bella questa frase?Mi ha sempre fatto pensare alla Teoria della Sincronicità, e in questo inizio anno, perch...
04/01/2026

Ma quanto è bella questa frase?
Mi ha sempre fatto pensare alla Teoria della Sincronicità, e in questo inizio anno, perché non parlarne? 😌

Jung dice che ci sono eventi che non sono collegati da causa-effetto, ma dal significato.

Che vuol dire questo?
Un incontro può capitare in un momento preciso della tua vita proprio quando ti serve, proprio quando puoi capirlo.
Non perché doveva per forza succedere, ma perché ha senso che accada in quel punto della tua storia.

Sono quegli incontri che portano:
▫️ una strana familiarità
▫️ parole che sembrano già conosciute
▫️ movimenti interiori rapidi, a volte destabilizzanti

Dal punto di vista psicologico, l’altro diventa uno specchio.
Un luogo in cui l’inconscio prende forma.
Un archetipo (Jung docet) che vuole essere riconosciuto.

La sincronicità non promette leggerezza.
Promette significato.

E il significato è ciò che trasforma.

E magari alcune persone non entrano nella nostra vita per restare,
ma per attivare qualcosa.
Per portarci più vicini a chi stiamo diventando.

Con la mia migliore espressione festiva (ho fatto del mio meglio) auguro a tutti Voi buone feste!!Ci vediamo a gennaio, ...
23/12/2025

Con la mia migliore espressione festiva (ho fatto del mio meglio) auguro a tutti Voi buone feste!!

Ci vediamo a gennaio, carichi e profondi.
Nel frattempo, potete contattarmi su WhatsApp per eventualmente concordare un appuntamento per il 2026.

🎄 🎅🏼 🥂

“Mia madre mi dice che in certi casi mi comporto come da bambina”…. “Mia moglie mi dice che divento insopportabile ed es...
02/12/2025

“Mia madre mi dice che in certi casi mi comporto come da bambina”…. “Mia moglie mi dice che divento insopportabile ed esagerato, ed io non capisco, io che sono sempre ponderato e razionale”…. E così via…
Ma chiediamoci: quando ci capita questo, cosa si è attivato in noi?

Sì, è vero, a volte reagiamo a una situazione presente con un’intensità che sembra “esagerata”, sproporzionata rispetto a ciò che sta accadendo.

In realtà non è esagerazione: è memoria.

Quando un trauma viene riattivato, non rispondiamo con l’età, le risorse o la consapevolezza che abbiamo oggi. Rispondiamo con la parte di noi che, anni fa, è rimasta ferma nel dolore. È quella versione più giovane, spaventata, confusa, che torna in superficie per proteggersi
come può.

Riconoscerlo non significa giustificare tutto, ma comprendere. Significa imparare a parlare a quella parte ferita con la tenerezza che allora non abbiamo avuto. Significa ricordarci che la reazione non è “sbagliata”: è un segnale.

E ogni volta che impariamo a stare accanto a quella ferita, diventiamo un po’ più liberi.

Nessuna parola in più.Solo un “che bello”.
12/11/2025

Nessuna parola in più.
Solo un “che bello”.

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55100

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Martedì 08:30 - 20:00
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