27/02/2024
La Natura, che meraviglia 🥰
𝐄𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞̀ 𝐢 𝐛𝐢𝐦𝐛𝐢 𝐚𝐟𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨.
𝐽. 𝐶𝑙𝑎𝑖𝑟𝑒 𝐾. 𝑁𝑖𝑎𝑙𝑎 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑎 𝑎𝑓𝑟𝑖𝑐𝑎𝑛𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑣𝑖𝑣𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑅𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑈𝑛𝑖𝑡𝑜 𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎 𝑖 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑖 𝑚𝑒𝑠𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒 𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑎, 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑓𝑎𝑐𝑖𝑙𝑒 𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑒 ℎ𝑎 𝑎𝑓𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑙𝑒 𝑑𝑖𝑓𝑓𝑖𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎̀ 𝑚𝑎 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑒 ℎ𝑎 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑏𝑖𝑠𝑜𝑔𝑛𝑎 𝑠𝑎𝑝𝑒𝑟 “𝑙𝑒𝑔𝑔𝑒𝑟𝑒” 𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖…
Sono nata e cresciuta in Kenya e in Costa d’Avorio. All’età di quindici anni mi sono trasferita nel Regno Unito. Tuttavia, ho sempre saputo che avrei voluto crescere i miei figli (quando li avrei avuti) nella mia terra, in Kenya. E sì, ho sempre dato per scontato che li avrei avuti. Sono una donna africana moderna, con due lauree e parte della quarta generazione di donne lavoratrici nella mia famiglia, ma quando si parla di figli, sono profondamente africana. La convinzione è che senza figli non si sia completi; i bambini sono una benedizione a cui sarebbe f***e rinunciare. In realtà, la questione nemmeno si pone.
Ho iniziato la mia gravidanza nel Regno Unito, ma il desiderio di partorire in Kenya era così forte che, nel giro di cinque mesi dalla scoperta della gravidanza, ho venduto la mia attività, avviato una nuova impresa e cambiato casa e Paese. Ho fatto quello che fanno molte future madri inglesi: ho letto voracemente 𝑂𝑢𝑟 𝐵𝑎𝑏𝑖𝑒𝑠, 𝑂𝑢𝑟𝑠𝑒𝑙𝑣𝑒𝑠, 𝑈𝑛𝑐𝑜𝑛𝑑𝑖𝑡𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙 𝑃𝑎𝑟𝑒𝑛𝑡𝑖𝑛𝑔, tutto ciò che avevo a disposizione di Sears e molti altri testi. (Mia nonna in seguito mi avrebbe detto che i bambini non leggono libri e che l’unico libro da leggere era mia figlia). Tutto ciò che studiavo affermava che i neonati africani piangessero meno di quelli europei. Questo mi incuriosiva.
Una volta tornata in Kenya, ho osservato. Ho cercato madri e bambini e ho scoperto che erano ovunque, anche se i neonati molto piccoli, sotto le sei settimane, tendevano a restare a casa. La prima cosa che ho notato è che, nonostante la loro presenza diffusa, vedere davvero un neonato kenyota è quasi impossibile. Sono sempre avvolti con grande cura prima di essere portati in braccio o legati alla schiena della madre (o talvolta del padre). Persino i bambini più grandicelli, portati sulla schiena, sono ulteriormente protetti dagli agenti esterni da una coperta spessa. Se si riesce a scorgere una manina o un piedino, è già tanto, figuriamoci un occhio o un naso. Questo avvolgimento è una sorta di prolungamento del grembo materno, un bozzolo che protegge il neonato dalle sollecitazioni del mondo esterno in cui sta entrando.
La mia seconda osservazione è stata di natura culturale. Nel Regno Unito si accetta che i bambini piangano. In Kenya, invece, si dà per scontato che un bambino non debba piangere. Se lo fa, significa che qualcosa non va e bisogna intervenire immediatamente. Mia cognata inglese lo ha riassunto bene: “Qui la gente davvero non sopporta che un bambino pianga, vero?”
Tutto è diventato ancora più chiaro quando ho finalmente partorito e mia nonna è venuta dal villaggio a trovarmi. Mia figlia, in effetti, piangeva parecchio. Esausta e frustrata, dimenticavo tutto ciò che avevo letto e talvolta piangevo con lei. Per mia nonna, però, la soluzione era semplice: 𝑁𝑦𝑜𝑛𝑦𝑜 (allattala!). Era la risposta a ogni singolo vagito.
A volte era un pannolino bagnato, altre volte il bisogno di essere presa in braccio o di fare il ruttino, ma nella maggior parte dei casi voleva solo stare al seno, che si trattasse di nutrirsi o semplicemente di trovare conforto. La portavo addosso quasi sempre, dormivamo insieme, e l’allattamento continuo era la naturale estensione di questo legame.
Così ho scoperto il segreto – per nulla complicato – della calma dei neonati africani: una relazione simbiotica in cui i bisogni vengono soddisfatti immediatamente, senza preconcetti su cosa “dovrebbe” accadere, ma accogliendo ciò che realmente stava succedendo nel momento presente. La verità era che mia figlia si nutriva molto più frequentemente di quanto avessi mai letto e almeno cinque volte più spesso rispetto a certi rigidi schemi di allattamento.
Quando aveva circa quattro mesi, proprio quando molte madri iniziano a introdurre i cibi solidi come suggerito dalle linee guida precedenti, mia figlia tornò a chiedere il seno ogni ora, come un neonato. Fu uno shock. Fino a quel momento, gli intervalli tra le poppate si erano allungati gradualmente e avevo persino iniziato a trattare qualche paziente senza il timore che il mio seno colasse o che la tata interrompesse la seduta per dirmi che la bambina doveva mangiare.
La maggior parte delle madri nel mio gruppo aveva già introdotto il baby rice (per allungare il tempo tra una poppata e l’altra), e tutti i professionisti – pediatri, persino doule – ci rassicuravano che andava bene. Ci dicevano che avevamo fatto un lavoro straordinario ad allattare esclusivamente per quattro mesi e che anche noi madri avevamo bisogno di riposo. Ma qualcosa non mi convinceva. Quando provai, senza convinzione, a mescolare un po’ di papaya (il cibo tradizionale per lo svezzamento in Kenya) con il mio latte per offrirlo a mia figlia, lei lo rifiutò categoricamente.
Così chiamai mia nonna. Lei rise e mi chiese se stavo ancora leggendo libri. Poi mi spiegò con calma che l’allattamento non è un processo lineare. “Sarà lei a farti capire quando è pronta per il cibo – e anche il suo corpo lo farà.”
“E nel frattempo che faccio?” chiesi.
“Fai come prima: 𝑛𝑦𝑜𝑛𝑦𝑜 (allattala) regolarmente”.
Così la mia vita rallentò di nuovo, fino quasi a fermarsi. Mentre molte mie coetanee si vantavano di come i loro bambini dormissero di più dopo l’introduzione dei solidi, io mi svegliavo ogni ora o due con mia figlia e rimandavo il mio ritorno al lavoro.
Inconsapevolmente, stavo diventando un punto di riferimento per altre madri. Il mio numero circolava e, mentre allattavo, mi trovavo spesso a dire: “Sì, continua ad allattarlo/la. Sì, anche se l’hai appena fatto. Sì, oggi potresti non riuscire nemmeno a toglierti il pigiama. No, forse questo non è il momento di tornare al lavoro, se puoi permettertelo.” E, infine, rassicuravo sempre: “Andrà meglio.” Anche se, per me, ancora non era così.
Poco prima che mia figlia compisse cinque mesi, siamo tornate nel Regno Unito per un matrimonio. Non avendo molte altre distrazioni, sono riuscita a mantenere il suo ritmo di poppate. Anche se ricevevo sguardi perplessi mentre allattavo in pubblico (le stanze per l’allattamento erano spesso nei bagni, e non riuscivo a usarle), ho continuato.
A tavola, al ricevimento, qualcuno ha commentato: “È una bambina così tranquilla… anche se mangia molto.” Ho sorriso in silenzio. Un’altra persona ha aggiunto: “Ho letto da qualche parte che i bambini africani piangono meno.” Non ho potuto fare a meno di ridere.
La saggezza gentile di mia nonna:
▪️Offri il seno ogni volta che il tuo bambino è inquieto, anche se ha appena mangiato.
▪️Dormi con lui/lei: potrai allattarlo prima che si svegli completamente e riposare di più.
▪️Porta sempre a letto con te un thermos di acqua calda per rimanere idratata.
▪️Rendi l’allattamento la tua priorità, specialmente durante i periodi di crescita, e lascia che gli altri si occupino del resto.
★ Ascolta il tuo bambino, non i libri. L’allattamento non è lineare: segue un percorso fatto di alti e bassi e anche di cerchi. Tu sei l’esperta dei bisogni del tuo bambino.
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J. Cʟᴀɪʀᴇ K. Nɪᴀʟᴀ ɪs ᴀ ᴍᴏᴛʜᴇʀ, ᴏsᴛᴇᴏᴘᴀᴛʜ & ᴡʀɪᴛᴇʀ ʙᴀsᴇᴅ ɪɴ Nᴀɪʀᴏʙɪ, Kᴇɴʏᴀ
𝑡𝑟𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑑𝑎 https://www.incultureparent.com/why-african-babies-dont-cry/
📷 freshpinephotos_stlmotherhood