03/01/2026
È facile giudicare.
Ma non è assolutamente questa l’intenzione di questo post.
La vicenda di Grans Montana può diventare, se lo permettiamo, uno spazio di riflessione profonda e responsabile.
Colgo questa occasione per mandare un pensiero sincero alle famiglie che hanno perduto i loro preziosi figli.
E un pensiero intimo e profondo va fin lassù’ a quei ragazzi, per tutto il dolore, la paura, il panico che possono aver provato in una situazione così estrema.
Un grande in bocca al lupo anche a chi sta ancora combattendo tra la vita e la morte.
Mi permetto di scrivere queste parole come psicologa, perché non vorrei che anche questa volta accadesse ciò che spesso succede:
stigmatizzare i nostri adolescenti.
Noi, alla loro età, non eravamo più furbi o più svegli.
Vivevamo semplicemente in contesti diversi, con regole diverse, stimoli diversi.
E non avevamo tra le mani uno strumento che oggi viene spesso solo demonizzato.
Il problema, però, non è lo strumento in sé.
Il punto è cosa accade al nostro cervello di fronte a un evento improvviso e pericoloso:
il cervello può andare in blocco, come se si dissociasse.
Se a questo si aggiunge una dinamica di folla, di gruppo, di branco, è purtroppo comprensibile che possano innescarsi comportamenti disorganizzati e rischiosi.
Per questo la strada non è il giudizio, ma la prevenzione.
E la prevenzione passa dalla relazione.
Creare per i nostri ragazzi spazi sicuri in cui possano:
• pensare
• sentire
• parlare
senza paura di essere etichettati o ridotti al silenzio.
Come adulti, quello che possiamo fare è porre domande.
Domande curiose, autentiche, che facciano sentire i ragazzi davvero ascoltati e non meri spettatori della propria vita.
Alcuni esempi:
• Cosa pensi succeda dentro una persona quando si sente in pericolo e non sa cosa fare?
• Ti è mai capitato di sentirti trascinato dal gruppo anche se dentro avevi dei dubbi?
• Come riconosci quando il tuo corpo ti sta dicendo “fermati”?
• Cosa ti aiuterebbe a chiedere aiuto senza sentirti giudicato?
• In una situazione di caos, a chi o a cosa pensi che ti affideresti?
Non sono domande per controllare.
Sono domande per esserci, sono inviti al pensiero. Parlare di queste storie non serve a puntare il dito.
Serve a costruire consapevolezza, relazione, fiducia ed e’ proprio da qui che, silenziosamente, inizia la vera prevenzione.
Con profondo rispetto per tutti coloro che sono coinvolti direttamente in questa terribile vicenda.
Dott.sa Marianna Bello