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Colloqui preventivi on-line e percorsi individuali di psicologia e Kriya Yoga

11/04/2022

Psicologia, psicoanalisi, yoga e salute
di Veronica Sarno
PsicologiNews ANNO II n. 3 Supplemento mensile ISSN 2724-6531 15 marzo 2022

Psicologia, psicoanalisi, yoga e salute

“ Sia lo yoga che la psicoanalisi hanno uno scopo comune, che consiste nel favorire l'eliminazione della sofferenza nell'uomo e di permettere la sua realizzazione, anzitutto come esseri umani; per questo fine, almeno all'inizio, il loro percorso praticamente coincide: infatti, in entrambi i casi, quello che si vuole ottenere è, prima di tutto, la realizzazione di un individuo adulto e maturo, capace di rapportarsi con la vita in modo autonomo e razionale, senza il condizionamento dei desideri infantili o l'oppressione dei fantasmi nevrotici.”

Gaia Bergamaschi ha analizzato quelle che definisce le scuole di psicologia yogica:
la psicologia Vedānta, reputa che l’attività mentale sia di tipo intellettuale, compatibile con una concezione intellettuale della mente. Lo studio della mente umana rientra nello studio del microcosmo, accordabile con le leggi del macrocosmico.
Lo yoga di Patañjali invece considera l’esistenza di una psicologia sperimentale ed applicata.
Tuttavia queste due scuole di pensiero hanno qualcosa in comune, considerano la mente uno strumento interno, mentre giudicano strumenti esterni corpo fisico ed energetico.
La mente esegue tre tipologie di attività:
1° La mente Manas raccoglie le percezioni sensoriali coordinandole con le risposte motorie.
2° La mente Ahankara riguarda il senso dell’io che va a trasformare l’esperienza sensoriale in una personalizzazione di senso dell’esperienza sensoriale rispetto alla propria identità individuale, funzionale a stabilire una sensazione di unicità e di distinzione.
3° La mente Buddhi, mente superiore, volta alla valutazione ed al discernimento delle situazioni, formula giudizi e stabilisce il comportamento della persona in quella situazione.
Queste tre menti sono interconnesse in Chitta concetto simile all’ES psicoanalitico
Vi è poi il concetto di Ahankara che comprende il concetto di Io psicoanalitico con tutte le sue difese e di ego in senso comune occidentale del termine ed anche il limite fra ciò che è Io e ciò che non lo è.
“Quando la mente entra in degli stati in c’è la separatezza, i concetti di psicologia occidentale secondo i quali l’ego comprende sempre un certo campo di senso dell’io entrano in un circolo che porta al disorientamento.”
Patañjali invece usa il termine Chitta per indicare le funzioni mentali in senso olistico e complessivo come un lago calmo limpido e trasparente, talvolta turbate da onde Vrtti generate da percezioni sensoriali, pensieri, ricordi, quando le onde si placano è possibile accedere ad importanti livelli di interiorità. Nel primo libro degli Yoga Sutra di Iyengar (1993) si descrive lo yoga come metodologia finalizzata al controllo volontario ed alla regolazione dei processi di pensiero, tale che la coscienza possa liberarsi dall’identificazione con i pensieri stessi. Patañjali classifica Vrtti in diverse capacità mentali: percezione accurata o cognizione, percezione inesatta, fantasia o immaginazione, memoria, sonno. Man mano che ci si distacca dai pensieri si superano le Klesha, cause della sofferenza, che sono:
- avidya: ignoranza,
- asmita: angusta e stagnante definizione di sé,
- raga: attaccamento,
- dvesa: avversione fobica,
- abhinivesah: terrore della morte.
La pratica dello yoga si lega alla psicologia perché promuove la salute.
Secondo Amy Weintraubm (2012), nello yoga terapeutico, il corpo è la porta che conduce alle emozioni.
Van der Kolk (2014) individua tre strade, che adoperano la neuroplasticità cerebrale, per aiutare le persone a gestire i traumi, si tratta di-
• Via top-down (dall’alto verso il basso), il dialogo, la connessione fra le persone, consentono di capire ed elaborare e memorie traumatiche (psicoanalisi, psicoterapia dinamica, psicoterapia cognitivo-comportamentale)-
• Via farmaceutica, che va a cambiare i modi in cui il cervello organizza e gestisce le informazioni.
• Via bottom-up (dal basso verso l’alto) il corpo fa esperienze che gli consentono di contrastare stati negativi come l’essere adirati ed il sentirsi impotenti.
Alcune pratiche yoga si collocano nella prima via ed altre nella terza, le emozioni vengono regolate al meglio mediante la via top-down, mentre la via bottom up crea una riprogrammazione del sistema nervoso autonomo, che attraverso il respiro Pranayama dello yoga.
B. N. Gangadhar (2018) descrive prove neurobiologiche dello yoga per la salute mentale. Da quando nel 2014 le nazioni Unite hanno proclamato una giornata internazionale dedicata allo yoga, quest’ultimo si è trasformato da pratica esoterica in un’attività per la salute, divenendo anche oggetto di studio.
Il Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Governo dell’India ha creato un piano per finanziare lo yoga e la meditazione, piano chiamato SATYAM, inoltre il governo indiano ha creato il ministero AYUSH dedicato allo yoga ed alla medicina indiana.
La parola yoga deriva dal vocabolo yui, che significa “collegare”, “amalgamare”, “unire”, ciò che unisce la consapevolezza del singolo con quella cosmica, mediante sforzi costanti (sādhana), il praticate detto (sādhaka) riceverà come beneficio una migliore salute fisica e mentale ed una maggiore padronanza della mente. Diverse ricerche hanno mostrato che i livelli di cortisolo crollano dopo aver praticato yoga, le ricerche sono state effettuate su pazienti affetti da depressione ed altri con dipendenza da alcol. Il cortisolo calava perché diminuiva il livello di depressione a seguito della pratica yoga, che a sua volta consentiva una migliore attività cognitiva.
Si ipotizza che la diminuzione dello stress ed il sentirsi rilassati ed in generale in uno stato migliore, nella pratica dello yoga siano mediati dall’acido ƴ-amminobutirrico (GABA), un neurotrasmettitore che inibisce neuroni del cervello. Alcuni medicinali seguono lo stesso principio, infatti medicine con proprietà simili vengono adoperate per trattare l’agitazione, disturbi emotivi e perfino l’insonnia; le benzodiazepine facilitano il funzionamento del GABA. I livelli GABA del cervello sono misurabili mediante risonanza magnetica spettroscopica (MRS). Gli esperimenti indicano che i livelli di GABA aumentano dopo una sessione di yoga, sia in soggetti sani e sia in soggetti malati.
Se si invia un breve impulso di energia magnetica attraverso lo scalpo, la regione cerebrale sottostante si attiva, stimolando un muscolo, lontano ma corrispondentemente collegato (come ad esempio, il muscolo della trachea), che è colpito da segnali elettrici, misurabili con l’elettromiografia (EMG). Reagendo a questa stimolazione magnetica, il cervello compensa anche generando sul muscolo effetti inibitori, che portano al silenzio elettromiografico. È un effetto di breve durata (circa 100 millisecondi) mediato dal GABA. Tale breve inibizione è chiamata periodo corticale silente (CSP). Nei soggetti stressati o depressi il periodo corticale silente è più breve e questo presuppone che l’attività GABA si sia abbassata. I pazienti con depressione, dopo quattro giorni di pratica yoga manifestano un miglioramento del 25% ed è stato osservato un significativo prolungamento del CSP, simile a quello che hanno gli individui sani. Un esperimento sulle persone sane ha visto, dopo venti lezioni di yoga in un mese, un incremento dell’estensione del CSP, ciò significa che si è verificato un potenziamento della trasmissione GABA collegata al rilassamento/riduzione dello stress portato dallo yoga.
Altri esperimenti hanno dimostrato che l’amigdala, deputata alle emozioni, agli stati di ansia e/o depressione, assieme alla zona limbica cerebrale viene disattivata dalla recitazione del mantra OM dello yoga, sembra possibile che la trasmissione GABA possa essere agevolata dalla disattivazione del sistema limbico.
È stato verificato che la pratica dello yoga è utile nel trattamento della schizofrenia, migliorando l’emotività e le situazioni, perché aumenta la produzione di ossitocina, che è risultata scarseggiare negli schizofrenici come nelle persone autistiche, entrambe queste categorie manifestano deficit ella cognizione sociale, sono meno attenti nel riconoscere le espressioni del viso altrui e le loro emozioni ed interessi, sono un po’ “disconnessi” dagli altri; in alcune occasioni si provvede con uno spray nasale di ossitocina, la pratica yoga è stato dimostrato che aumenta l’ormone dell’ossitocina. Dopo aver praticato yoga, le persone erano più precise nel riconoscimento delle emozioni facciali.
Inoltre, si è verificato un miglior funzionamento dei neuroni specchio dopo la pratica yoga, infatti, in presenza di uno stimolo emotivamente significativo, i neuroni specchio sono pronti a favorire una reazione pronta allo stimolo, come si può osservare tramite riscontro elettromiografico (EMG) a un impulso magnetico applicato a livello transcranico; questo tipo di risposta è stato maggiore a seguito della pratica yoga sia nei soggetti sani e sia in quelle persone malate di schizofrenia.
Ciò fa pensare che lo yoga prepari i neuroni specchio verso la connessione sociale, infatti, come si diceva prima, lo yoga connette l’individualità con l’universalità.
Van dder Kolk ha ipotizzato l’affiancamento della pratica yoga a quella psicologica, perché sembra che la pratica yoga stimoli nei pazienti consapevolezza delle situazioni e maggiore facilità di tollerare emozioni forte e distruttive e capacità di accettazione di situazioni ed emozioni.
Si è scoperto che lo yoga può essere affiancato a molti disturbi importanti, nel caso del disturbo post traumatico da stress è stato istituto il Trauma Sensitive Yoga, che effettua interventi di yoga di tipo bottom-up.
In altri esperimenti, lo yoga è stato affiancato a soggetti con disturbi dell’alimentazione, che sembrano averne tratto vantaggio.
Nel 2015, Khalsa, ha utilizzato lo yoga, per combattere il disturbo d’ansia generalizzato, in particolare si tratta di Kundalini Yoga affiancati ad interventi cognitivo-comportamentali e sessioni di gruppo, questo tipo di interventi sono risultati particolarmente efficaci, in quanto va ad agire contemporaneamente su processi cognitivi e fisiologici, in quanto lo yoga riduce le cause fisiologiche dell’ansia, mentre la terapia cognitivo-comportamentale si occupa di modificare i pensieri negativi quando si presentano.
Alcune tecniche yoga sono rimaste segrete a lungo tempo, come nel caso del Kriya Yoga, riportato alla luce alla fine dell’Ottocento da Mahavatar Babaji, maestro indiano illuminato; da allora questa pratica yoga continua ad aumentare i suoi praticanti.
Benefici del Kriya Yoga riconosciuti sono i seguenti:
 Aumento dell’equilibrio emotivo
 Innalzamento delle energie
 Rinforza il sistema immunitario
 Aumento della concentrazione
 Rende più saggi ed ispirati
 Riduce lo stress
 Rafforza l’intuizione
 Dona maggiori capacità di controllare la propria vita
 Ravviva flussi di energia vitale nella spina dorsale e nella mente.
 Aumenta la chiarezza mentale.
E nell’evidenza della pratica, migliora notevolmente il tono dell’umore.
Esistono diverse tipologie di yoga, ognuna pensata per fini specifici e maggiormente adatta ad alcuni disturbi piuttosto che ad altri, alla psicologia il compito di scoprire quale disturbo possa essere affiancato da una specifica tecnica yoga, in modo tale da accelerare i processi di guarigione.

Bibliografia

Bhat, S., Varambally, S., Karmani, S., Govindaraj, R., & Gangadhar, B. N. (2016). Designing and validation of a yoga-based intervention for obsessive compulsive disorder. International review of psychiatry (Abingdon, England), 28(3), 327–333.

Govindaraj, R., Varambally, S., Sharma, M., & Gangadhar, B. N. (2016). Designing and validation of a yoga-based intervention for schizophrenia. International review of psychiatry (Abingdon, England), 28(3), 323–326

L.Ioverno, “Yoga e psicoanalisi”, Eureka, 2016.

G.Bergamaschi “Disciplina yogica ed elementi di psicologia junghiana:una analisi critica, Milano Bicocca, 2011.

B. N. Gangadhar, tratto dalla Rivista Italiana di Teosofia ANNO LXXIV, N. 6, Giugno 2018.
Discorso tenuto il 31 dicembre 2017 in occasione della Convenzione Teosofica Internazionale di Adyar, Chennai (India). Tratto da The Theosophist, vol. 139.4, gennaio 2018, pagg.19-23, draduzione di Lucia Berton e Patrizia Calvi

https://www.ipsico.it/news/yoga-e-terapia-cognitivo-comportamentale-una-possibile-integrazione/

https://denisedellagiacoma.com/kriya-yoga/

28/02/2022

LA CAFFEINA QUESTA SCONOSCIUTA
mio art per la redazione scientifica di PsicologiNews
ANNO II n 2 Supplemento mensile ISSN 2724-6531 18 febbraio 2022
https://psicologinews.it/wp-content/uploads/2022/02/scientific-febbraio-2022-.pdf
La caffeina questa sconosciuta

La caffeina è la sostanza psicoattiva maggiormente diffusa al mondo, infatti, ben l’80% della popolazione mondiale ne fa uso, di cui il 25% ha una diagnosi di disturbo mentale, è significativo che “molte persone diagnosticate come malati mentali sono in realtà coloro che soffrono di avvelenamento da caffeina”
La caffeina è contenuta in dosi cospicue nel caffè, ed in dosi minori in Energy Drink e bevande gassate, consumate anche dai giovanissimi,
La caffeina agisce sul sistema nervoso centrale, essa è in grado di penetrare la barriera emato-encefalica, che serve a garantire l’omeostasi cerebrale, penetrata questa barriera va ad incidere su comportamenti e pensieri della persona che ne fa uso, anche a livelli preoccupanti.
“A riguardo del funzionamento della caffeina sul nostro sistema nervoso è bene sapere che: un segno della attività dei neuroni del cervello è la produzione di adenosina, i cui livelli sono costantemente monitorati attraverso i recettori del sistema nervoso. Di solito, quando i livelli di adenosina nel cervello e nel midollo spinale raggiungono certi valori, il corpo ci spinge verso il sonno, o perlomeno, ci consiglia di “rallentare”, mentre la caffeina fa accelerare l’organismo. La caffeina agisce sul sistema nervoso proprio perché simula l’adenosina, viene cioè scambiata per adenosina dal nostro organismo. I 90/100 mg contenuti in un caffè puntano dritto verso i recettori dell’adenosina, e, a causa della somiglianza con quest’ultima, entra nei recettori. Con i recettori bloccati, gli stimolanti del cervello, la dopamina e il glutammato, possono svolgere il loro lavoro più liberamente. In poche parole, la caffeina si limita a bloccare il principale “freno” del cervello. La caffeina è un modo per impedire al cervello di rallentare. Tuttavia, più assumiamo caffeina, più il nostro corpo aumenta il livello di tolleranza, così, per ricevere lo stesso stimolo del primo sorso di caffè ci serve una quantità maggiore di sostanza, creando un meccanismo di dipendenza dalla caffeina. Come si sviluppa il livello di tolleranza? Molti studi suggeriscono che, esattamente come nella dipendenza dalle droghe, il cervello prova a tornare alle funzioni normali mentre è “sotto l’attacco” della caffeina creando più recettori dell’adenosina. Ma è anche dimostrato che assumere regolarmente caffeina diminuisce il numero di recettori per la noradrenalina, un ormone simile all’adrenalina, e insieme alla serotonina, un potenziatore dell’umore. Quando dal “consumo” si passa all’ “abuso” è possibile che si instauri una vera e propria dipendenza da caffeina, caratterizzata dai sintomi psichici e fisiologici descritti per le altre dipendenze (tolleranza, craving, assuefazione…). Con un uso limitato a due/tre tazzine di caffè al giorno non si ha un quadro sintomatologico patologico, ma si possono avere effetti psico-fisici positivi (attivazione mentale, attenzione, memoria, concentrazione…). Quando però vi è un uso ripetuto, prolungato e quantitativamente eccessivo, possono verificarsi più o meno gravi conseguenze sulle sfere vitali della persona, come quella sociale, lavorativa, affettiva, familiare. Ciò accade perché quando viene a mancare la dose specifica di caffeina l’individuo inizia a sperimentare emicrania, dolori muscolari, sonnolenza, difficoltà di concentrazione, irritabilità ed affaticamento (una vera e propria sindrome di astinenza). La sperimentazione dei suddetti sintomi sospinge l’individuo a consumare nuovamente bevande a base di caffeina, in un ciclo sempre più chiuso e dannoso. Al crescere delle dosi si possono esperimentare ulteriori sintomi come ansia, flessione del tono dell’umore, disturbi del sonno, confusione mentale e suscettibilità. A livello fisico possono manifestarsi disidratazione, cefalea, squilibri pressori, tachicardia, nausea, vomito, tensione muscolare, disturbi gastrici e spossatezza. Gli effetti della dipendenza da caffeina possono anche essere più gravi, laddove il consumo di caffeina si leghi al consumo di altre sostanze psico-attive, come ad esempio l’alcol.”
La caffeina è una molecola liposolubile dalle minute dimensioni, simile all’alcol, alla nicotina ed ad alcuni antidepressivi. La scarsa consapevolezza di sé può essere una conseguenza di un cervello tossico. Le azioni che la caffeina svolge sul sistema nervoso centrale sono mediate dall’antagonismo dei recettori adenosinici con derivata modulazione dell’attività dopaminergica, questo spiega la ricerca di caffè da parte dei pazienti depressi, come auto medicamento; in realtà i dati indicano che il consumo di caffè peggiori i disturbi dell’umore, Rusconi (2014) per la rivista di psichiatria, ha effettuato una ricerca bibliografica su Medline/PubMed e PsychINFO con le seguenti parole chiave “coffee AND major depression”, “coffe AND dysthymia”, sono stati selezionati gli studi in lingua inglese e condotti esclusivamente sull’uomo. Le donne in depressione post-partum che assumono caffeina peggiorano la loro situazione depressiva e presentano spesso co-morbilità con attacchi di panico. L’assunzione di alte dosi di caffeina può indurre disregolazione dell’equilibrio timico, deteriorare i ritmi circadiani e i sintomi d’ansia e favorire stati affettivi alterati.
Studiosi dell’università di Ann Arbor del Michigan di, Greden e Fontaine (2020), hanno potuto constatare che molti dei ricoverati in ospedale con sindrome depressiva ansiosa risultava essere consumatore abituale di 7/8 tazzine di caffè di caffè al giorno, ingerendo fra i 250g fino ai 750g e spesso li associavano anche ad alcool e fumo, il tutto associato al consumo di tranquillanti prescritti, contro la sonnolenza prodotta da tali farmaci, i depressi iniziavano ad assumere caffè, ma in realtà più utilizzavano la caffeina e più si sentivano stanchi. Questi studiosi suggeriscono di andare sempre ad indagare i sintomi del caffeinismo nei depressi. Alcuni studi hanno confermato che buona parte delle persone che soffrono di depressione assumono caffeina, che va a peggiorare le loro condizioni, anche perché l’assunzione di bevande che contengono caffeina o caffè, non solo può rendere difficile l’addormentamento, ma anche influire sulla capacità di restare addormentati, questo potrebbe accadere poiché l’organismo potrebbe star tentando di elaborare ancora tutta la caffeina assunta nella giornata.
Il neuroscienziato M.Walker (2020), spiega che il 25% della caffeina contenuta in un espresso consumato a pranzo, è ancora in circolo nel cervello quando si va a letto a mezzanotte, per cui ci si riposa male, ci si alza spossati e allora si corre ai ripari, bevendo un caffè per compensare, entrando in un pericoloso circolo vizioso.
La caffeina interferisce quindi anche con i cicli di sonno dei pazienti bipolari, i medici raccomandano a questi pazienti di evitare l’uso di caffeina. Chi soffre di disturbi dell’umore può osservare che l’umore peggiora dopo l’uso di caffeina, in quanto il sistema nervoso viene stimolato soltanto temporaneamente, quindi il tono dell’umore cala vertiginosamente assieme alla fine dell’effetto della caffeina. Uno studio del 2009 condotto da Baethge su pazienti sardi bipolari ha scoperto che molti fanno uso di nicotina e tutti quelli che consumano anche il caffè aumentano i loro tentativi di suicidio. La caffeina può anche far incrementare i mal di testa, far sorgere senso di irrequietezza e palpitazioni cardiache, far sorgere nausea e far aumentare la pressione cardiaca; alla lunga tutti questi sintomi possono condurre ad infiammazioni o malattie. Le persone che soffrono di attacchi di panico sperimentano con maggiore frequenza attacchi dopo l’assunzione della caffeina. L’uso di caffeina è sconsigliato a tutte queste persone.
Inoltre, si è evidenziata una stretta connessione tra il consumo di caffè e l'aumento del tasso di colesterolo totale. Si è dimostrata una connessione tra caffeina e bilancio negativo del calcio. Il caffè è controindicato per: aritmie cardiache, ipertensione, ipercolesterolemia, gastrite, ulcera gastrica.
L’esperto di alimentazione M.Pollan (2019) ha sottolineato che la voglia di caffè appena svegli e di un espresso ogni qualvolta finisce l’effetto della dose precedente di caffè, indica che il caffè è una sostanza subdola che crea una dipendenza invisibile, poiché scandisce la quotidianità di molti, rendendoli assuefatti del tutto inconsapevolmente. Pollan parla anche di un nuovo tipo di lavoratore, creato proprio dal caffè, infatti le aziende, per ottimizzare la produttività degli operai dagli anni Quaranta, per rendere il lavoratore più attivo hanno introdotto la pausa caffè per i lavoratori, perché si è verificato che a dosi particolarmente basse di assunzione di caffeina, aumentano attenzione, arousal e performance psicomotorie. Pollan si è domandato se davvero l’essere attivi dipendesse dall’assunzione di caffè, a questo proposito Pollan ha smesso di assumere caffeina per tre mesi, come se volesse disintossicarsi, ne ottiene difficoltà di concentrazione, irritabilità, affaticamento, mal di testa, sintomi dell’astinenza così come individuati dal DSM V.
La neurologa e responsabile del Centro regionale per la Diagnosi e Cura delle Cefalee dell'Irccs Fondazione Mondino di Pavia, Grazia Sances, spiega che: "la caffeina interagisce principalmente con il sistema nervoso, spegne i segnali di stanchezza, consentendoci di rimanere svegli più a lungo, e lo fa mettendo il bastone tra le ruote all'adenosina, una molecola con effetto sedativo sulla nostra attività neuronale. Quando l'adenosina vorrebbe entrare in azione perché siamo stanchi, la caffeina prende il suo posto nei recettori del cervello stimolandoci a rimanere attivi. Dà una marcia in più e quando non c'è, si sente. Il cervello ne apprende il meccanismo d'azione e la riconosce come una sostanza di allerta. Perciò può desiderarne l'assunzione per mantenere la vigilanza più a lungo, questo processo, a volte, porta inconsapevolmente ad aumentare le dosi giornaliere di caffè per combattere la stanchezza e avere maggiore concentrazione sul lavoro. La caffeina entra nel nostro sistema circolatorio in breve tempo, entro quaranta minuti, e raggiunge il resto del corpo in quattro-sei ore, ma la durata del suo effetto varia da persona a persona”
La psicoterapeuta Elena Pasquali ha dichiarato: “E' certamente possibile, che si verifichi sia un abuso di caffeina e sia l'instaurarsi di una vera e propria dipendenza da caffè con sintomi psico-fisici quali il craving, la tolleranza e l'astinenza.
Bignamini, membro del Comitato scientifico dell'Istituto europeo delle dipendenze di Milano ha detto: "La caffeina può generare sia tolleranza che astinenza, perché per continuare ad avere gli stessi effetti stimolanti c'è la necessità di aumentarne le quantità e perché quando la sospendiamo ne sentiamo la mancanza. La caffeina agisce prevalentemente sulla corteccia prefrontale, che, pur essendo coinvolta nel circuito della gratificazione, produce sensazioni di euforia, ma non come esperienza di cambiamento profondo e duraturo”
La dipendenza da caffeina è una forma di dipendenza psico-fisica indotta e mantenuta dall’assunzione continuativa ed eccessiva di caffeina. La caffeina è uno psico-stimolante, ovvero induce la liberazione di adrenalina e noradrenalina, attivando la parte psico-cognitiva e fisica.
E’ risaputo che il caffè aiuta a stare svegli, ma uno studio scopre che questo effetto svanisce dopo qualche giorno di perdita di sonno continua.

Lo studio pubblicato su Progress in Neuro-Psychopharmacology and Biological Psychiatry, ha preso in esame l’effetto della caffeina su 26 volontari (uomini e donne) che erano portatori omozigoti dell’allele C di ADORA2A (gene che codifica per i recettori dell’adenosina A 2A). A questi soggetti particolarmente sensibili alla caffeina, si è chiesto di dormire al massimo 5 ore a notte per 5 giorni; ad un gruppo è stato dato caffè con caffeina, mentre ad un altro gruppo caffè decaffeinato.
I ricercatori hanno quantificato la caffeina e i principali metaboliti della caffeina (paraxantina, teobromina e teofillina) nella saliva dei partecipanti prima che andavano a coricarsi. Durante l’esperimento sono stati fatti test per monitorare le funzioni cognitive: livello di vigilanza, il tempo di reazione, l’accuratezza e la memoria. Risultati dei test: gli effetti della caffeina sono transitori. Si è scoperto che gli effetti della caffeina sono solo temporanei e che dopo i primi tre o quattro giorni di mancanza di sonno non c’erano più differenze fra chi assumeva caffeina e chi non la assumeva. Il caffè normale ha però contrastato per i primi giorni l’impatto della ripetuta perdita di sonno sull’attenzione sostenuta e selettiva, così come il controllo esecutivo, rispetto al caffè decaffeinato. In conclusione, il caffè con caffeina ha indotto benefici iniziali o transitori su diversi aspetti delle prestazioni di base durante il periodo di sonno insufficiente. Denise Lange, una delle autrici dello studio, afferma che questi risultati dimostrano che il caffè riesce ad attenuare gli effetti dell’accumulo di mancanza di sonno sulle attività cognitive negli individui geneticamente sensibili alla cafferina, ma non a lungo termine. “Il nostro studio indica che l’assunzione moderata di caffè può mitigare alcune ripercussioni della riduzione del sonno in pochi giorni, tuttavia, questo non è un sostituto per una buona notte di sonno a lungo termine”. Dunque se per periodi protratti di tempo si continua a perdere sonno, bere caffè diventa inutile. Lo studio voleva verificare l’impatto di bevande contenenti caffeina nel contrastare gli effetti della mancanza di sonno, infatti si stima che oltre il 30% degli adulti in Occidente dorme meno delle sette-otto ore raccomandate nei giorni feriali, mentre il 15% dorme regolarmente addirittura meno di sei ore. Questa abitudine può avere ripercussioni sulla salute e compromettere la vigilanza e l’attenzione. P.J. Rogers racconta di diversi studi sulla caffeina (2010), gli studi condotti dall’università di Bristol affermano che gli effetti stimolanti della caffeina indicano che gli effetti stimolanti della caffeina sono un’illusione e che il solito caffè del mattino non produce benefici per l’organismo, perché i consumatori abituali di caffè sviluppano tolleranza agli effetti stimolanti della caffeina, anche se gli stessi consumatori abituali di caffè riferiscono di sentirsi maggiormente attenti sotto l’effetto della caffeina, questo in realtà è dovuto, secondo gli studiosi, all’ inversione degli effetti della fatica provocati dall’astinenza da caffeina. Anche le ricerche effettuate dalla John Hopkins Medical School hanno dimostrato che il miglioramento della performance legato al consumo abituale di caffeina è legato all’astinenza da caffeina, senza l’astinenza non esiste alcun miglioramento della performance del soggetto, inoltre la caffeina incide anche negativamente sull’umore.
Secondo il Dr. T. Bradberry (2017), la caffeina ha un periodo di dimezzamento pari a sei ore e questo significa che impiega 24 ore per lasciare l’organismo, quindi dodici ore dopo in circolo vi è ancora il 25% del caffè e questo se se ne beve soltanto una tazza al mattino, figuriamoci quando si assume anche quella pomeridiana come viene disturbato il sonno, infatti la caffeina disturba il ciclo del sonno, riducendo la durata dell’importante fase del sonno REM; inoltre la caffeina induce picchi di adrenalina come quelli che si verificano dinanzi ad un pericolo dinanzi al quale bisogna decidere velocemente se reagire o fuggire. Le conseguenze sono che ci si alza stanchi e si assume dell’altro caffè e ricomincia il circolo vizioso, al pomeriggio poi, pensando di migliorare la situazione si assume ancora altro caffè e questo aumenta la deprivazione di sonno, e più quest’ultima aumenta e più gli effetti pimpanti tipici della sensazione di assunzione di caffeina perdono di effetto, mentre si sviluppa l’attaccamento alla sostanza contenete la caffeina.
Nel DSM-V tra i disturbi correlati alla caffeina sono presenti:
“Intossicazione da caffeina
Criteri diagnostici per il DSM-V
A. Recente consumo di caffeina (tipicamente in dosi elevate ben oltre i 250 mg).
B. 5 o più dei seguenti segni o sintomi che si sviluppano durante, o subito dopo, l'uso di caffeina:
1. Irrequietezza
2. Nervosismo
3. Eccitamento
4. Insonnia
5. Vampate al volto
6. Diuresi
7. Disturbi gastrointestinali
8. Contratture muscolari
9. Flusso incoerente del pensiero e dell'eloquio
10. Tachicardia o aritmia cardiaca
11. Periodi di resistenza alla fatica
12. Agitazione psicomotoria
C. I segni o sintomi del criterio B causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
D. I segni o sintomi non sono attribuibili ad un'altra condizione medica e non sono meglio spiegati da un altro disturbo mentale, compresa una intossicazione da altra sostanza.”
Questo quello che riporta il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, tuttavia, ammonisce Mendolicchio, psichiatra psicoanalista responsabile della riabilitazione dell'Ospedale Auxologico Piancavallo, che diversamente da quanto indicato nel manuale, che la tolleranza da caffeina non è dose correlata, ma soggettiva; questo significa che “una persona può svilupparla anche consumandone quantità normali" lo si può capire, se interrompendo in maniera brusca l’assunzione di caffè, nel giro di un giorno, si presentano disturbi del sonno, affaticamento, mal di testa, scarsa concentrazione.
Inoltre il DSM V parla anche di astinenza da caffeina:
“Astinenza da caffeina
Criteri diagnostici per il DSM-V
A. Uso quotidiano prolungato di caffeina.
B. Brusca cessazione o riduzione dell'uso di caffeina, seguito entro 24 ore da 3 o (più) dei seguenti segni o sintomi:
1. Cefalea
2. Affaticamento marcato o fiacchezza
3. Umore disforico, umore depresso o irritabilità
4. Difficoltà di concentrazione
5. Sintomi tipo influenza (nausea, vomito o dolori muscolari/rigidità)
C. I segni o sintomi del criterio B causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
D. I segni o sintomi non sono associati agli effetti fisiologici di un'altra
condizione medica (per es., emicrania, patologia virale) e non sono
meglio spiegati da un altro disturbo mentale, compresa intossicazione od astinenza da altra sostanza.”
Sembra dunque evidente che la caffeina abbia effetti importanti sulla psiche, oltre a questo livello, il DR. F. Batmanghelidj (2004) sostiene che sia anche particolarmente dannosa per l’organismo. “la caffeina sembra funzionare come un’energia che libera potenza nel corpo, è uno stimolante del sistema nervo centrale e libera l’energia dell’ATP immagazzinato e lo converte alla sua fase bruciata di AMP, la caffeina quindi effettua un prelievo forzoso quando il corpo non desidera liberare l’energia per una certa azione. La caffeina causerà un prelievo forzoso fino a raggiungere un livello molto basso di scorta di energia. L’eccessivo uso di caffeina esaurirà l’energia ATP immagazzinata nel cervello e nel corpo, che contribuisce alla stanchezza cronica. In alcuni esperimenti è stato dimostrato che la caffeina inibisce un sistema enzimatico molto importante, il PDE, che è implicato nel processo di apprendimento e di sviluppo della memoria. Nelle cavie usate negli esperimenti, la caffeina ha alterato la percezione visiva e la memoria, strumenti essenziali delle capacità di apprendimento. Dovete adesso rendervi conto che le persone affette dal morbo di Alzheimer e i bambini con difficoltà di apprendimento non dovrebbero bere altro che acqua. L’eccesso di caffeina infine stancherà il muscolo del cuore a causa della sua iper-stimolazione. Allo stesso tempo la caffeina è un disidratante. Le bevande contenenti caffeina non dovrebbero ASSOLUTAMENTE essere consumate.”

Spesso, la persona che fa uso di caffeina, si riconosce dei sintomi di malattia, ma non sa che dipendono dalla caffeina stessa, inoltre la caffeina peggiora i sintomi di quei pazienti che soffrono di patologie organiche.
Tuttavia, recentissimi studi, condotti da un gruppo di psicologi, hanno dimostrato che piuttosto che assumere per davvero la deleteria caffeina con caffè o energy drink, pensare ad una tazzina di caffè ed al suo aroma genera un effetto di attivazione dell’organismo.

Binliografia

F.Batmanghlidj, “Il tuo corpo implora acqua”, Macro Edizioni, 2004.

Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali DSM V, American Psychiatric Association (APA), 2013.

M.Pollan, “In difesa del cibo”, Adelphi, 2019.

Riviste

A.Rusconi, Riv Psichiatr 2014;49(4):164-171, Agosto 2014, Vol. 49, N. 4
C.Baethge, Coffee and cigarette use: association with suicidal acts in 352 Sardinian bipolar disorder patients, 2009 Aug;11(5):494-503. doi: 10.1111/j.1399-5618.2009.00727.x.

G.Masoero Regis, Processoalla caffeina. È davvero la droga psicoattiva più consumata al mondo? Colpevole di rubarci anche il sonno? I nostri esperti spiegano cosa succede nel cervello quando vuotiamo la tazzina, La Repubblica.
Data: 26.08.2021 Pag.: 34,35.

M. Pollan “The invisible addiction: is it time to give up caffeine?” The Guardina 6 luglio 2021

P.J. Rogers, et. Al. (2010) Association of the Anxiogenic and Alerting Effects ofCaffeine with ADORA2A and ADORA1 Polymorphisms and Habitual Level of CaffeineConsumption. Neuropsychopharmacology.

T.Bradberry, “Emotional Intelligence 2.0, and president of Talent Smart, world's leading provider of emotional intelligence. 2017.

Sitografia

https://Caffeinweb.com

https://www.theguardian.com/news/audio/2021/aug/13/the-invisible-addiction-is-it-time-to-give-up-caffeine-podcast
https://www.comunicaffe.it/caffeina-killer-silenzioso/

https://www.abodybuilding.com/CAFFE3.html

https://www.focus.it/comportamento/psicologia/caffeina-non-fa-miracoli-sonno

https://it.sputniknews.com/20190516/gli-psicologi-per-sentirsi-piu-svegli-basta-pensare-a-un-bel-caffe-7651194.html

www.elenapasquali.it/addiction-dipendenza-caffe

https://it.graphistik.com/is-there-connection-between-caffeine

https://www.surfsitesusa.com/kRwZO3kD/

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https://www.ipsico.it/sintomi-cura/dipendenza-da-caffeina/

https://www.huffingtonpost.it/dr-travis-bradberry/la-caffeina-e-il-killer-silenzioso-delle-nostre-prestazioni_a_22191890/

- Coffee effectively attenuates impaired attention in ADORA2A C/C-allele carriers during chronic sleep restriction
- Consuming caffeinated coffee can temporarily mitigate repercussions of reduced sleep)
E’ vero che il caffè aiuta a stare svegli?
BY: TEA Blog tutto è conoscenza ON: 23 GENNAIO 2021 IN: ALIMENTAZIONE E SALUTE, CURIOSITÀ, SCIENZE MEDICHE

https://www.centropsy.it
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La Psicologia ed il Kriya Yoga

Un breve percorso di inquadramento psicologico ed una formazione individuale tese alla pratica del Kriya Yoga, sono gli obiettivi che ci prefissiamo di raggiungere al fine di ottenere da subito grandi benefici di ordine mentale accelerando il processo evolutivo della persona.

La Dr.ssa Sarno Psicologa Clinica e praticante il Kriya Yoga, definisce un quadro generale di ordine psicologico finalizzato al risveglio delle vere facolta intuitive, attraverso l uso di questa disciplina scientifica millenaria.

Verrete successivamente seguiti da Matteo Stefano gia Kriyaban con due iniziazioni al Kriya Yoga con il quale verrete indirizzati alle pratiche piu consone ad ogni eventuale problematica psicofisica per arrivare ad utilizzare il Pranayama (controllo dell Enegia Vitale) a fini curativi, evolutivi e spirituali.