19/11/2025
Negli ultimi anni di lavoro, mi accorgo sempre più spesso che la parolaccia è entrata in modo preoccupante nel linguaggio quotidiano dei bambini. Non è più solo “la parola proibita” detta di nascosto, ma diventa parte del loro modo di scherzare, di chiamarsi tra amici, a volte persino di rivolgersi agli adulti.
A scuola, in palestra, in sala di psicomotricità sento bambini anche molto piccoli usare termini forti con grande naturalezza, spesso senza capire davvero il peso di quello che dicono. Questo non è un giudizio sui bambini – che stanno solo imparando dal contesto –, ma un segnale importante per noi adulti: ci chiede di fermarci, osservare e interrogarci su che modello di linguaggio stiamo offrendo e su come possiamo trasformare queste occasioni in momenti educativi e di crescita.
Quando un bambino dice una parolaccia e gli adulti ridono, non è solo una scenetta simpatica: è un apprendimento in diretta.
Il bambino registra: “Con questa parola ottengo attenzione, rido con i grandi, mi sento potente”.
Come ricordava Maria Montessori, “Ogni aiuto inutile è un ostacolo allo sviluppo”: anche una risata fuori contesto, se rinforza un comportamento che il bambino non è pronto a gestire, può diventare un piccolo ostacolo sulla strada della crescita.
Da psicomotricista, vedo spesso che la parolaccia non è “maleducazione pura”, ma:
1)un modo per testare i confini
2)una richiesta di attenzione
un tentativo di dare forma a un’emozione (rabbia, frustrazione, vergogna) che non ha ancora parole più adeguate per uscire.
Donald Winnicott parlava della necessità di offrire al bambino un “ambiente sufficientemente buono”: uno spazio dove possa esprimersi, ma sapendo di incontrare limiti chiari, fermi e affettuosi. Le parolacce entrano esattamente qui: non come tragedia, ma come occasione educativa.
🌱 Cosa possiamo fare, concretamente, come adulti?
1️⃣ Contenere senza giudicare
Accogliamo l’emozione, non la parola:
“Capisco che sei molto arrabbiato, ma questa parola non la usiamo qui.
Proviamo a dirlo in un altro modo?”
Il messaggio è: “Tu vai bene, questa parola no”, così il bambino non si sente umiliato, ma guidato.
2️⃣ Offrire canali espressivi alternativi (specie corporei)
In psicomotricità sappiamo che il corpo è il primo linguaggio. Possiamo proporre:
“Vuoi disegnarmi la tua rabbia?”
“Facciamo 10 salti fortissimi insieme e poi mi racconti?”
“Vuoi strizzare questo cuscino finché senti che ti passa un po’?”
Aiutiamo il bambino a scaricare l’intensità emotiva in modo sicuro e poi a mettere parole più adatte.
3️⃣ Non ridere (anche se fa sorridere)
La risata dell’adulto è un potente rinforzo: conferma che quella parola “funziona”.
Possiamo mantenere un tono calmo e fermo, senza drammatizzare, ma senza trasformare la scena in uno spettacolo di famiglia.
4️⃣ Cura del linguaggio adulto
Se vogliamo che i bambini imparino il rispetto attraverso le parole, dobbiamo essere noi i primi a mostrarlo, soprattutto nei momenti faticosi.
Questo non significa essere perfetti, ma provare a:
1)evitare insulti e parolacce tra adulti davanti ai bambini
2)chiedere scusa se alziamo troppo la voce
3)nominare le nostre emozioni: “Oggi sono stanco e rischio di arrabbiarmi più facilmente”.
Così insegniamo che le emozioni non vanno negate, ma possono essere espresse senza ferire.
La relazione educativa si costruisce su ascolto, confini e presenza.
Le parolacce non sono “il problema”: sono un segnale.
La risposta dell’adulto, invece, può davvero diventare parte della soluzione.