11/01/2026
DALL’IO AL NOI, IL GIOCO DI IMITAZIONE ALLA SCUOLA DELL’INFANZIA
Nella mia pratica psicomotoria quotidiana ho la fortuna di poter lavorare all’interno delle scuole dell’infanzia e collaborare con le insegnanti. In questi mesi ho potuto osservare come i bambini abbiano bisogno di adulti capaci di mostrare concretamente come la comunicazione con l’altro non sia solo legata al linguaggio ma fermamente ancorata al corpo. In un contesto come il nostro, di zone ad alta concentrazione di etnie diverse, il linguaggio del corpo non è solo mediatore della comunicazione ma diventa ponte tra culture e passaggio fondamentale per la costruzione di una società inclusiva.
I percorsi di psicomotricità educativo preventiva hanno tra gli obiettivi anche questo, dare la possibilità ai bambini di sperimentare il proprio corpo nella relazione con l’altro, anche quando la relazione è resa più difficoltosa da lingue diverse o culture diverse.
Lavorare su ciò che ci accomuna tutti li aiuta maggiormente a fare operazioni di decentramento, di poter sperimentare un NOI rispettoso per sé e per l’altro.
Come amo spesso ricordare, in sezione non serve fare di più. Serve vedere meglio.
Spesso mi capita di sentire le insegnanti in modalità “organizzo, preparo, produco”. Perché la società in cui siamo inseriti da maggiormente valore al prodotto piuttosto che al processo. Se proviamo a spostare il baricentro, cioè, meno attività nuove, più osservazione di ciò che i bambini stanno già costruendo tra loro possiamo riuscire ad agganciare il gruppo anche su un piano di lavoro legato alla relazione e al concetto di sé e di gruppo. Un punto di svolta nella routine di sezione possono essere i giochi di imitazione tra pari (specchio, “faccio come te”, leader silenzioso). Che diventano una palestra di sperimentazione sociale, non solo un gioco fine a sé stesso.
Quando un bambino imita un altro, sta facendo tre cose insieme:
• Aggancia l’altro (attenzione congiunta: “ti guardo davvero”)
• Si regola (controllo del corpo, del tempo, dell’intensità)
• Co-costruisce (accordi impliciti: chi guida, chi segue, quando si scambia)
In pratica: il gioco diventa un osservatorio naturale su leadership, inclusione, confini e cooperazione.
Perché sono una lente potentissima: costringono i bambini a decentrarsi (da “io” a “tu”), usando soprattutto canali non verbali: sguardo, postura, mimica, distanza, ritmo. E lì, davanti a noi, si accendono i meccanismi di gruppo. Il gruppo comincia a percepirsi, ad organizzarsi.
Questo processo spesso parte con il CAOS.
Voci sovrapposte, corpi che si muovono senza un ritmo comune, inizi e interruzioni continue. È il momento che spesso infastidisce di più l’adulto, perché è poco controllabile e sembra “non stare succedendo nulla di educativo”. Eppure, quel caos è spesso un passaggio obbligato.
Perché?
Perché il bambino, se può attraversare il caos (nel tempo e con tempo), sperimenta gradualmente due cose fondamentali:
1. Regolazione su di sé
Prima si organizza il singolo: prova, eccede, si ferma, riparte, calibra voce, distanza, intensità.
È un lavoro corporeo prima che mentale: “quanto forte?”, “quanto vicino?”, “quanto veloce?”.
2. Regolazione nel gruppo
Quando la regolazione individuale inizia a stabilizzarsi, si generalizza: il bambino diventa capace di sintonizzarsi con gli altri.
Ed è qui che nasce il gruppo: ascolto, turni, ritmo condiviso, attese.
In altre parole: il controllo non arriva dall’esterno (dall’adulto che “mette ordine”), ma si costruisce dall’interno, grazie all’esperienza.
Il caos diventa un terreno di apprendimento: è lì che il bambino impara a decentrarsi, a spostare il baricentro da:
(io + il mio impulso) → (noi + il nostro gioco)
Il sé e l’impulso interno vengono progressivamente decentrati rispetto agli interessi del gruppo.
E questa è una competenza enorme: è la base della cooperazione, della convivenza, della cittadinanza quotidiana.
Prova a passare da: “a che gioco stanno giocando? A “come stanno facendo questo gioco?”. Perché è lì che succede l’essenziale.
Non nel nome dell’attività, ma nei processi: chi aggancia chi con lo sguardo, chi aspetta, chi invade, chi si ritira, chi guida, chi segue, chi ripara quando “salta” la scena. Anche quando sembra caos, spesso è il gruppo che sta cercando un ritmo: prima la regolazione su di sé, poi la sintonizzazione con gli altri. Con tempo e nel tempo.
Lo psicomotricista in sezione allora può rappresentare una risorsa per il team e non “un’ora in più” da incastrare. È una presenza che, dentro la routine quotidiana, fa la differenza perché lavora sui processi, le relazioni attraverso il gioco.
Psicomotricista Mariachiara Cani