08/03/2026
Dopo la scuola restavo ore stesa sul pavimento, col telefono posato tra la spalla e l’orecchio , un piatto di riso freddo alla mia sinistra, i libri di scuola alla mia destra.
Attorcigliando il filo tra le dita parlavo con le amiche che riconoscevano la lingua del nostro reame. Gole e polmoni gonfi, si tirava fino al cuore della notte a parlare,
a trastullarci con idee di capelli tinti e suicidi, a parlare di ragazzi che non ci amavano, che noi amavamo troppo, delle pene della notte. Ogni frase un nuovo territorio,una porta
dove qualcuno a corsa si infilava,il vetro in frantumi, nel delirio,in conoscenza,nella paura. Mia madre non si lamentava mai della bolletta del telefono, di quanto costava la sparizione di sua figlia
dietro una porta-guardava il filo stirarsi i muscoli e allontanarsi da lei, Forse pensava che era il solo modo di raggiungermi, mandandomi via
a parlare nell’oltretomba. Fintanto che parlavo, poteva porre il mio orecchio alla terra tenue,permettermi di ascoltare, decifrare. Erano questi gli elementi
di mia madre-i fili interrati, il cavo rovente- come se lei affluisse nella stanza con me in qualche modo a dire: resta dove posso raggiungerti,la stanza ombrosa
la terra oscura. Parla,si, e quando ti senti lontana tiro io il filo e ti riporto a me.
“Il filo” di Leanne O’Sullivan , poetessa irlandese (trad. di Alesssandro Gentili ) tutti i diritti riservati“Poesia” Novembre 2013, Crocetti editore
Ci sembrava una splendida poesia adatta a celebrare con uno stile colloquiale e discorsivo quel legame profondo, ma anche sottile e protettivo, che si stabilisce tra madre e figlia .