05/01/2026
Ho dovuto abitare in silenzio le mie emozioni prima di lasciare spazio ai pensieri sulla tragedia di Crans-Montana. Il tribunale in rete a cui sto assistendo non mi lascia però comoda nella mia quotidianità e nella mia veste di psicoterapeuta. Le parole più illeggibili sono quelle pronunciate dai tuttologi e dai tanti esperti di flashover che colpevolizzano e giudicano i comportamenti dei ragazzi che “sono rimasti lì a filmare anziché scappare”. Giovani vittime bagnate oramai da fiumi di lacrime dei loro affetti che, se proprio volessimo nutrire in modo costruttivo il nostro ego, avrebbero solo bisogno di silenzio, empatia, riflessioni mature da parte di noi adulti, unici responsabili del mondo che stiamo facendo loro abitare.
La reazione di questi adolescenti non è stata figlia della stupidità, sostantivo maggiormente digitato in questi giorni sempre dai tanti esperti della vicenda, o di processi decisionali intenzionali, ma è stata guidata prevalentemente da meccanismi neurofisiologici automatici. La psicologia dell’emergenza insegna che, di fronte a un evento improvviso e traumatico, il cervello non reagisce sempre in modo razionale.
Accanto alle più note risposte di attacco e fuga, il congelamento (freezing) rappresenta una reazione adattiva del sistema nervoso autonomo. La sospensione dell’azione consente una momentanea riduzione dell’attivazione, ma può manifestarsi come immobilità, fissità attentiva o comportamenti apparentemente incongrui.
L’atto di filmare può configurarsi come strategia dissociativa: lo schermo diventa un filtro che riduce il contatto diretto con l’esperienza emotiva, favorendo una percezione di distanza e irrealtà.
In contesti caotici, il comportamento del registrare può rappresentare un tentativo di ristabilire un minimo di agency, trasformando una posizione passiva in un’azione simbolicamente attiva.
Il comportamento del gruppo funge da regolatore implicito della risposta individuale. In assenza di modelli di azione chiari, la stasi collettiva può rinforzare l’inibizione comportamentale.
Questo pi***ne di psicologia per dire che ciò che hanno fatto questi adolescenti è stato il meglio che il loro sistema nervoso autonomo alla loro età ha potuto in quello specifico contesto e che la reazione al trauma non segue criteri morali, ma neurobiologici. Comprendere questi meccanismi dovrebbe renderci più umani, più consapevoli e meno inclini a puntare il dito.
La prevenzione passa anche dalla conoscenza. I nostri ragazzi vanno protetti, se non abbiamo gli strumenti adeguati per farlo, restiamo in silenzio, interroghiamoci, al posto del giudizio teniamo stretto quel dolore collettivo che è il dolore di ognuno di noi.
Solidarietà profonda alle famiglie, agli amici, ai compagni di classe.
Dott.ssa Daniela Uglia