02/04/2026
Da pochi giorni Mauro Grimoldi (CIG Enpap) ha diffuso la notizia che in seno al Consiglio di Enpap, il nostro ente di previdenza, si stia discutendo sull'aumento contributivo a carico della nostra professione.
L'aumento, obbligatorio, non sarebbe da poco: integrativo da 2% al 5% e del soggettivo dal 10% al 20%, con gradualità, nei prossimi anni.
Federico Zanon, anche lui CIG Enpap, persona e professionista di cui ho molta stima, è intervenuto sulla questione affermando che questi dati non sarebbero corretti ma che sì, in seno a Enpap si sta valutando questo aumento contributivo, in ogni caso graduale, perché le pensioni degli psicologi in termini economici sono scarse in quanti moltissimi psicologi versano il minimo.
La questione, ci dice, è stata posta anche dal Governo.
Da qui è partita una discussione aperta sui social, alla quale ho partecipato e della quale sento di voler parlare.
Partendo dal presupposto che, in linea generale, condivido le analisi e le preoccupazioni previdenziali che soggiacciono questa riforma, non posso però condividerne il merito e il metodo.
Io credo che la questione contributiva degli psicologi non possa essere analizzata isolatamente, perchè è un pezzo che fa parte di uno spettro più ampio nel quale rientrano molti altri aspetti che si influenzano vicendevolmente e che parimenti vanno affrontati: occupazione, guadagni, questioni strutturali legate alla professione e ai bisogni di salute mentale della popolazione e anche altro.
Tutto parte da una semplice domanda che sta alla base della questione: come mai gli psicologi versano il minimo soggettivo alla loro cassa?
Le opportunità lavorative e professionali della figura dello psicologo e dello psicoterapeuta sono ancora scarse, incostanti, instabili.
Se da un lato è vero che negli ultimi anni la sensibilità verso la cura mentale sia aumentata, questo aumento non è certo dovuto a politiche governative strutturate. Questo aumento è dovuto ad una maggiore consapevolezza sul tema e anche, perché no, alle piattaforme che hanno creato accesso alla psicoterapia a distanza e a prezzi contenuti.
il Governo non ha aumentato le opportunità lavorative all’interno del SSN o con collaborazioni con PI, non ha fatto campagne volte a sensibilizzare sul tema, non ha lavorato per riflettere ad esempio sull’ascesa delle piattaforme stesse e come poter contribuire pubblicamente.
E se lo ha fatto - o lo sta facendo - non è stato comunicato.
Dunque il Governo ci chiede giustamente di aumentare le pensioni ma non supporta in alcun modo un aumento di introiti che renderebbe gestibile un maggiore gettito contributivo. Anche stavolta quindi, come con i Governi degli ultimi 20 anni, si è persa l’opportunità di intavolare una vera riflessone complessa sulla nostra professione, che andrebbe incentivata e spinta soprattutto da chi ci rappresenta. Non facciamo parte, dal 2018, delle professioni sanitarie?
Ci è stato fatto il paragone con altre casse, ma può davvero la nostra categoria paragonarsi a quella dei Commercialisti o degli Avvocati? Io ne dubito, basta cercare online il guadagno annuo di queste figure e rendersi conto della differenza.
Tanti terapeuti per vivere fanno anche altro: anche su questo tema vogliamo dare una risposta vera? Sono solo quelli incapaci oppure ci sono altre risposte?
Ci dicono che negli ultimi 10 anni i nostri introiti sono aumentati, ed è anche vero, ma qui ripeto quanto sopra: questi aumenti non sono dovuti ad una visione strutturale e corale, ad un'analisi dei bisogni della popolazione in fatto di salute mentale e di un piano programmatico a medio e lungo termine, che permetta alla nostra professione di rispondere stabilmente a tali esigenze. L'aumento di introiti è legato a iniziative temporanee e, se strutturali, lasciate ai privati e su cui poi si critica, senza pensare alle potenzialità e opportunità a cui aprono.
E se si vuole davvero fare il paragone con le altre casse, allora non era possibile valutare, come fa l’ente di previdenza dei medici, di far riversare tutti gli psicologi, anche quelli in seno al SSN, sul nostro ente di previdenza?
Questa riforma quindi chi la pagherà? E quali ricadute avrà su chi contribuisce anche un minimo?
C’è anche un altro aspetto di cui sono francamente stanca, e credo che come me lo siano molti altri colleghi: il fatto che vengano prese decisioni senza che queste vengano diffuse, che ci sia una socializzazione e un consenso strutturato e ampio della nostra categoria.
Sono cose già accadute in passato per altre situazioni che poi, ci si accorge oggi, non stanno rispondendo come si pensava, probabilmente perchè oltre ad essere pezze momentanee sono malviste dalla categoria che le subisce come imposizioni, tal quali sono.
Credo che questioni complesse abbiamo bisogno di analisi complesse e risposte complesse. Gli obiettivi di riforma possono anche essere buoni, il punto però spesso è il come non tanto il cosa. Obiettivi alti possono essere forieri di molti problemi se non sono sostenuti né seguiti da cambiamenti strutturali di passo e visione, di più ampio respiro rispetto alla nostra professione, che ha assolutamente bisogno di questo.
Anzi, ne aveva bisogno da ieri.
(Contenuto non generato con AI)