Dott.ssa Michela Iacoponi

Dott.ssa Michela Iacoponi Psicologa e Psicoterapeuta ad Ascoli Piceno.

Da pochi giorni Mauro Grimoldi (CIG Enpap) ha diffuso la notizia che in seno al Consiglio di Enpap, il nostro ente di pr...
02/04/2026

Da pochi giorni Mauro Grimoldi (CIG Enpap) ha diffuso la notizia che in seno al Consiglio di Enpap, il nostro ente di previdenza, si stia discutendo sull'aumento contributivo a carico della nostra professione.
L'aumento, obbligatorio, non sarebbe da poco: integrativo da 2% al 5% e del soggettivo dal 10% al 20%, con gradualità, nei prossimi anni.

Federico Zanon, anche lui CIG Enpap, persona e professionista di cui ho molta stima, è intervenuto sulla questione affermando che questi dati non sarebbero corretti ma che sì, in seno a Enpap si sta valutando questo aumento contributivo, in ogni caso graduale, perché le pensioni degli psicologi in termini economici sono scarse in quanti moltissimi psicologi versano il minimo.
La questione, ci dice, è stata posta anche dal Governo.

Da qui è partita una discussione aperta sui social, alla quale ho partecipato e della quale sento di voler parlare.

Partendo dal presupposto che, in linea generale, condivido le analisi e le preoccupazioni previdenziali che soggiacciono questa riforma, non posso però condividerne il merito e il metodo.
Io credo che la questione contributiva degli psicologi non possa essere analizzata isolatamente, perchè è un pezzo che fa parte di uno spettro più ampio nel quale rientrano molti altri aspetti che si influenzano vicendevolmente e che parimenti vanno affrontati: occupazione, guadagni, questioni strutturali legate alla professione e ai bisogni di salute mentale della popolazione e anche altro.

Tutto parte da una semplice domanda che sta alla base della questione: come mai gli psicologi versano il minimo soggettivo alla loro cassa?

Le opportunità lavorative e professionali della figura dello psicologo e dello psicoterapeuta sono ancora scarse, incostanti, instabili.
Se da un lato è vero che negli ultimi anni la sensibilità verso la cura mentale sia aumentata, questo aumento non è certo dovuto a politiche governative strutturate. Questo aumento è dovuto ad una maggiore consapevolezza sul tema e anche, perché no, alle piattaforme che hanno creato accesso alla psicoterapia a distanza e a prezzi contenuti.
il Governo non ha aumentato le opportunità lavorative all’interno del SSN o con collaborazioni con PI, non ha fatto campagne volte a sensibilizzare sul tema, non ha lavorato per riflettere ad esempio sull’ascesa delle piattaforme stesse e come poter contribuire pubblicamente.
E se lo ha fatto - o lo sta facendo - non è stato comunicato.

Dunque il Governo ci chiede giustamente di aumentare le pensioni ma non supporta in alcun modo un aumento di introiti che renderebbe gestibile un maggiore gettito contributivo. Anche stavolta quindi, come con i Governi degli ultimi 20 anni, si è persa l’opportunità di intavolare una vera riflessone complessa sulla nostra professione, che andrebbe incentivata e spinta soprattutto da chi ci rappresenta. Non facciamo parte, dal 2018, delle professioni sanitarie?

Ci è stato fatto il paragone con altre casse, ma può davvero la nostra categoria paragonarsi a quella dei Commercialisti o degli Avvocati? Io ne dubito, basta cercare online il guadagno annuo di queste figure e rendersi conto della differenza.

Tanti terapeuti per vivere fanno anche altro: anche su questo tema vogliamo dare una risposta vera? Sono solo quelli incapaci oppure ci sono altre risposte?

Ci dicono che negli ultimi 10 anni i nostri introiti sono aumentati, ed è anche vero, ma qui ripeto quanto sopra: questi aumenti non sono dovuti ad una visione strutturale e corale, ad un'analisi dei bisogni della popolazione in fatto di salute mentale e di un piano programmatico a medio e lungo termine, che permetta alla nostra professione di rispondere stabilmente a tali esigenze. L'aumento di introiti è legato a iniziative temporanee e, se strutturali, lasciate ai privati e su cui poi si critica, senza pensare alle potenzialità e opportunità a cui aprono.

E se si vuole davvero fare il paragone con le altre casse, allora non era possibile valutare, come fa l’ente di previdenza dei medici, di far riversare tutti gli psicologi, anche quelli in seno al SSN, sul nostro ente di previdenza?

Questa riforma quindi chi la pagherà? E quali ricadute avrà su chi contribuisce anche un minimo?

C’è anche un altro aspetto di cui sono francamente stanca, e credo che come me lo siano molti altri colleghi: il fatto che vengano prese decisioni senza che queste vengano diffuse, che ci sia una socializzazione e un consenso strutturato e ampio della nostra categoria.
Sono cose già accadute in passato per altre situazioni che poi, ci si accorge oggi, non stanno rispondendo come si pensava, probabilmente perchè oltre ad essere pezze momentanee sono malviste dalla categoria che le subisce come imposizioni, tal quali sono.

Credo che questioni complesse abbiamo bisogno di analisi complesse e risposte complesse. Gli obiettivi di riforma possono anche essere buoni, il punto però spesso è il come non tanto il cosa. Obiettivi alti possono essere forieri di molti problemi se non sono sostenuti né seguiti da cambiamenti strutturali di passo e visione, di più ampio respiro rispetto alla nostra professione, che ha assolutamente bisogno di questo.
Anzi, ne aveva bisogno da ieri.

(Contenuto non generato con AI)

07/02/2026

"Il segreto della felicità è la libertà.
Il segreto della libertà è il coraggio."
Maria Rita Parsi

Ci mancherà la tua saggezza, la tua competenza, la tua capacità di parlare al grande pubblico con ponderatezza e gentilezza di temi psicologici importanti.

05/01/2026

Nel benessere psicologico, la vulnerabilità non coincide con la debolezza: è la capacità di accogliere l’incertezza e i limiti della vita, aprendo la possibilità di entrare in relazione in modo autentico.

Può favorire:
• relazioni più sincere e veritiere
• una maggiore accettazione di sé
• riduzione del timore del giudizio
• il superamento di barriere difensive

Si esprime attraverso:
• il coraggio di mostrarsi senza maschere difensive
• l’accettazione del limite, riconoscendo che non tutto può essere controllato

Coltivata nella quotidianità, con gentilezza verso se stessi e il riconoscimento del bisogno di aiuto, la vulnerabilità sostiene il benessere psicologico e contribuisce a creare contesti più umani e solidali.

18/10/2025

🔴 𝗖𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼 𝘀𝘁𝗮𝗺𝗽𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗴𝗶𝘂𝗻𝘁𝗼 𝘀𝘂𝗹𝗹’𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗲𝘀𝘀𝘂𝗼-𝗮𝗳𝗳𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗲

Le Presidenti e i Presidenti degli Ordini degli Psicologi di Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Puglia, Sicilia e Veneto prendono una posizione chiara e netta in merito al DDL del 23 maggio 2025 del Ministro Valditara.

🎓 L’educazione sessuo-affettiva è una risorsa, non un rischio. Limitare o escludere la possibilità di promuovere da parte dei professionisti della salute attività educative su questi temi significa privare bambini e adolescenti di strumenti fondamentali per comprendere e gestire i cambiamenti fisici ed emotivi legati alla crescita.

🧠 L’educazione sessuo-affettiva, quando è adeguata all’età e scientificamente fondata, contribuisce a relazioni sane, alla prevenzione di bullismo e violenza di genere, e al benessere psicologico delle giovani generazioni.

👥 Gli Ordini regionali sopra menzionati esprimono profonda preoccupazione per le implicazioni culturali e sociali derivanti dalle limitazioni previste nel DDL “Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico”.

𝗖𝗵𝗶𝗲𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝘃𝗼𝗰𝗲 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶 𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗵𝗲 𝘃𝗲𝗻𝗴𝗮 𝗮𝘀𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮𝘁𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗲𝗱𝗶 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗲𝘁𝗲𝗻𝘁𝗶, per ribadire l’importanza di un’educazione affettiva e sessuale tempestiva, continuativa e basata sulle evidenze scientifiche.

📢 La tutela dei minori passa anche — e soprattutto — attraverso la conoscenza, l’ascolto e la costruzione di contesti educativi sicuri e consapevoli.

🔗 Qui il comunicato stampa integrale: https://bit.ly/comunicatostampa-DDL-Valditara

21/09/2025

Per la serie “strane traiettorie”…

Da icona dell’imprenditoria femminile a “povera vittima del cuore spezzato”: il passo è breve… e pure molto pericoloso.

Perché se la libertà femminile diventa una maschera da indossare solo sul palco, ma poi nella vita reale si ripropone lo stereotipo della donna che vale solo se c’è “un lui” accanto… allora non stiamo parlando di empowerment, ma di regressione.

E alle ragazze che guardano dico: attenzione, non fatevi infinocchiare.

La vera libertà non si improvvisa, e soprattutto non dipende mai da chi decide di amarvi o meno.

Ecco perché il caso Ferragni è emblematico di come un brand personale possa oscillare pericolosamente tra modelli emancipativi e ricadute in stereotipi regressivi.

Solo pochi anni fa veniva celebrata come icona di imprenditoria femminile di successo, capace di sdoganare un percorso imprenditoriale autonomo e indipendente. Emblematica, in questo senso, la sua presenza a Sanremo con il messaggio scritto sullo scialle: “Pensati libera”.

Oggi, invece, assistiamo a un ribaltamento narrativo: la centralità della figura femminile non sta più nella costruzione autonoma di sé, ma nella rappresentazione di una donna definita dal dolore per la perdita di un uomo, in perenne attesa di un “lui” che le restituisca identità e valore.

È un passaggio profondamente rischioso perché ricalca, e in qualche modo amplifica, lo stereotipo più pervasivo e pericoloso ossia la donna considerata come essere incompleto, fragile, privo di senso senza un legame affettivo maschile a convalidarne l’esistenza.

Un messaggio che richiama dinamiche adolescenziali, fatto di drammi amorosi e dipendenze affettive, ma che se veicolato da una figura con milioni di follower – tra cui moltissime ragazze giovani – diventa potenzialmente tossico.

Invece di spingere verso l’autonomia, rischia di normalizzare la dipendenza emotiva e la vulnerabilità come destino inevitabile.

Non va dimenticato, inoltre, che il tutto si innesta su una cornice contraddittoria…eh già perché la “maschera della vittima” stride pesantemente con la vicenda giudiziaria legata al “caso Panettoni”, che restituisce un’immagine di potere e responsabilità imprenditoriale tutt’altro che ingenua.

Il risultato è un brand che, più che innovare, sembra giocare con cliché vecchi e pericolosi, oscillando tra la paladina della libertà e la figura femminile sottomessa al mito dell’amore perduto.

il rischio è evidente ossia promuovere come modello identificativo una narrazione che depotenzia la donna e la riconsegna a un copione di subalternità mascherata da autenticità emotiva.

Ragazze, non cascateci: questa non è emancipazione, è il solito vecchio copione travestito da novità. È ora di finirla di promuovere modelli femminili che ci vogliono sempre fragili, dipendenti e in attesa di un uomo per sentirci complete. La vera libertà è un’altra storia: scrivetela voi, non lasciate che ve la impacchettino così.

14/04/2025

Molti rapporti iniziano come incontri e finiscono come strategie di sopravvivenza.
Non ce ne accorgiamo, ma spesso non amiamo l’altro per ciò che è.
Lo amiamo per ciò che rappresenta:
una conferma, una protezione, una risposta alle nostre paure.
Lo mettiamo al servizio delle nostre insicurezze,
gli assegniamo ruoli, aspettative, missioni impossibili:
"guariscimi", "rendimi importante", "dammi ciò che non ho mai avuto", "dammi un significato", "rendi la mia vita significativa perché senza di te io non ho abbastanza valore"...
E quando inevitabilmente smette di funzionare, quando l’altro "non ci sistema", non ci riempie come avevamo immaginato... non diciamo: “non ci siamo mai incontrati per davvero” oppure "non ci siamo mai guardati per ciò che eravamo"... piuttosto diciamo: “mi hai deluso”. A volte è vero, diamo MILLE e riceviamo poco in cambio. Ma l'amore non è un baratto. È donare se stessi, e ciò che riceviamo in cambio è ciò che l'altro è... solo che noi non lo abbiamo mai guardato davvero. A volte, infatti, dalla prospettiva dell’altro, non stai ricevendo poco: stai ricevendo esattamente quanto l’altro può donarti. E se non è abbastanza per te... va bene anche così, perché puoi lasciarlo andare! Ma questo solo se vedi l'altro per ciò che realmente è, e non per le costruzioni che hai nella tua mente.

L’amore diventa vero solo quando smettiamo di usarci a vicenda come cerotti emotivi e cominciamo a guardarci davvero. Liberi, imperfetti, interi.

14/03/2025

“I disagi emotivi, i sintomi psicologici, le relazioni disfunzionali, sono segnali del cuore che dice: “Ehi, fermati, as...
16/01/2025

“I disagi emotivi, i sintomi psicologici, le relazioni disfunzionali, sono segnali del cuore che dice: “Ehi, fermati, ascoltami! Prenditi finalmente cura di me”.

Vi sembrerà strano ma la sofferenza non é qualcosa da cui scappare, é l’occasione di conoscerci veramente ed é l’opportunità di cambiare le cose.
Sì, perché se anche non abbiamo ricevuto cibo affettivo nell’infanzia e nell’adolescenza, noi non siamo condannati a ripetere gli stessi errori, o ad attendere che arrivi qualcuno di magico che finalmente ci darà il nutrimento mancato: non arriverà nessuno.

Quando eravamo piccoli abbiamo dovuto prendere quello che c’è stato dato, ma nell’età adulta possiamo scegliere, scegliere di interrompere i cibi tossici e ricercare sostane emotive che fanno bene al cuore.
Non dobbiamo dimenticarci che la vita adulta, con tutti i suoi casini e le sue complessità, é la chance che la vita ci sta offrendo per cambiare le cose.”

Dott.ssa Maria Chiara Gritti.

Attraverso la metafora del filo che ci lega sin dai primi istanti di vita, Maria Chiara Gritti ci porta a riflettere su come i nostri legami affettivi influe...

Come si manifesta la dipendenza affettiva nelle persone che ne soffrono? Queste sono alcune forme che caratterizzano chi...
09/01/2025

Come si manifesta la dipendenza affettiva nelle persone che ne soffrono? Queste sono alcune forme che caratterizzano chi soffre di questa problematica, chiamata "dipendenza" non a caso.

31/12/2024

Se non vivessimo in un universo sostanzialmente vuoto, questa notte non festeggeremmo. Gli attriti impedirebbero ai corpi celesti di muoversi con regolarità, e senza regolarità non avremmo inventato l’anno.

L’essere umano è famoso per inventare cose del tutto arbitrarie e poi comportarsi come se esistessero davvero. L’anno è una di queste cose. Ma l’anno non esiste, o meglio esistono tanti anni a seconda di cosa decidiamo che sia esattamente una rivoluzione terrestre. C’è l’anno siderale, l’anno solare, l’anno tropico e chi più ne ha più ne metta. Tanto poi arrotondiamo tutto a 365 giorni e buonanotte al secchio, ogni tanto aggiungiamo il 29 febbraio per far tornare i conti e bella lì.

Nemmeno 365 giorni è un numero scritto nella pietra. Quando la Terra è nata, il “giorno” durava tre ore e mezza. Mentre i dinosauri facevano le loro cose da dinosauri il Sole tornava sui suoi passi ogni 23 ore e mezza. Rallentiamo di 2 millisecondi ogni secolo, per via delle maree.

Come ogni anno, nel 2024 abbiamo percorso 10,3 milioni di km ruotando attorno all’asse terrestre, 940 milioni di km attorno alla nostra stella e siamo sfrecciati per ben 7,2 miliardi di km nella Via Lattea. Sì, perché come la Terra gira intorno al Sole, anche il Sole orbita attorno al centro della nostra galassia. Ci mette circa 230 milioni di anni: si chiama “anno galattico”.

Se misurassimo il tempo in anni galattici, l’Universo sarebbe un signore di 60 anni, il Sole un bellimbusto ventiduenne e la Terra una ragazza di vent’anni. La vita sulla Terra è comparsa 15 anni fa, i primi animali un anno e mezzo fa. I dinosauri si sono estinti poco più di tre mesi fa e noi Homo sapiens siamo in giro da appena sette ore e mezza. La vita di ciascuno di noi dura non più di una dozzina di secondi galattici. Per quel signore di 60 anni dureremmo quanto la sigla di un telegiornale e 7 volte al secondo festeggiamo l’ennesima rivoluzione del nostro pianeta.

Se ci pensate, è strano festeggiare il fatto che la Terra abbia compiuto un altro giro attorno al Sole. Ma lo faremo anche stanotte. La mezzanotte del 31 dicembre è un momento del tutto arbitrario, ma siamo esseri umani e ci comportiamo come se in quell’istante qualcosa effettivamente finisse e qualcos’altro cominciasse. In fondo abbiamo bisogno di un momento per fare bilanci, buoni propositi, archiviare qualcosa e sperare collettivamente che tutto ciò a cui teniamo vada bene.

Vi auguriamo cieli sereni, la voglia di guardare sempre in alto e, soprattutto, di continuare a non avere paura del buio.

-Filippo [dall'archivio]

Credits: Nicholas Roemmelt

La cosa più importante e difficile da imparare nel rapporto con gli altri  - amici, lavoro, partner, famiglia -, è accet...
22/12/2024

La cosa più importante e difficile da imparare nel rapporto con gli altri - amici, lavoro, partner, famiglia -, è accettare le persone per come sono e dove sono.

Spesso, quando le cose non vanno, ci si ostina a dare la colpa all’altro, alle sue mancanze e i suoi limiti, vedendoci come vittime impotenti degli eventi. Gli/le chiediamo di essere diverso, aspettiamo che lui/lei cambi.

Se proviamo a spostare lo sguardo su di noi, invece, vediamo quanto di quella dinamica ci appartiene, è nelle nostre mani: siamo noi a scegliere in quali relazioni stare e cosa coltivare in queste.

Se c’è qualcosa che non puoi accettare in una relazione, puoi decidere di investire su altro presente nel rapporto, oppure puoi scegliere di creare altre relazioni, su altri aspetti per te più adeguati.

“Non puoi trasformare le persone in qualcosa che non sono”.
Puoi peró trasformare te stesso e se ne capisci il potenziale, hai nelle tue mani ció che serve per stare bene nella vita.

“Soffermiamoci su almeno due grandi nuove angosce dei genitori oggi. La prima è relativa all’esigenza di sentirsi amati ...
15/12/2024

“Soffermiamoci su almeno due grandi nuove angosce dei genitori oggi.

La prima è relativa all’esigenza di sentirsi amati dai loro figli. [...] Per risultare amabili è necessario dire sempre “Sì”, eliminare il disagio del conflitto, delegare le proprie responsabilità educative, avallare il carattere pseudodemocratico del dialogo.[...]
La seconda grande angoscia dei genitori di oggi è quella legata al principio di prestazione. Lo scacco, l’insuccesso, il fallimento dei propri figli sono sempre meno tollerati. [...]

Le attese narcisistiche dei genitori rifiutano di misurarsi con questo limite attribuendo ai figli progetti di realizzazione obbligatoria.
Ma, come ha scritto Sartre, se i genitori hanno dei progetti per i loro figli, i figli avranno immancabilmente dei destini e quasi mai felici.”

Massimo Recalcati

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