18/11/2023
È successo di nuovo.
Ancora un’altra vita strappata con violenza. Giulia non potrà più vivere la sua vita: l’ansia che sale il giorno della laurea, l’orgoglio di aver concluso un percorso, la ricerca di un proprio posto nel mondo, i viaggi, le risate, i pianti, le uscite con le amiche, i litigi con la famiglia, gli abbracci, i film al cinema, la noia,… Giulia è morta. E per l’ennesima volta ad una donna è stato negato il diritto di poter vivere in totale libertà la propria vita. Ogni femminicidio porta via a tutte noi qualcosa: per un attimo pensiamo a lei, poi pensiamo a noi. Ed è davvero giusto sentirsi fortunate per la vita che abbiamo? Si tratta davvero di fortuna? No. Si tratta di aver normalizzato l’idea che alla donna possa capitare qualcosa di molto brutto per il semplice fatto di essere nata donna.
Si tratta di aver accolto il segnale che “questa gonna è forse un po’ troppo corta”, “mi piacerebbe andare alla festa ma poi si fa tardi e sarei da sola a tornare a casa. Sarà per la prossima volta”, “devo andare a buttare la spazzatura, mi accompagni che fa buio?”, “mi raccomando in metro, ricordati lo spray al peperoncino”, “vorrei viaggiare da sola ma non si sa mai, vieni con me?”, “questo trucco effettivamente è un po’ troppo” e “mi raccomando stai attenta, sta dove c’è della gente”. Mi fermo ma ne avrei altri mille.
Possiamo definire questa vita una vita in cui ci sentiamo libere di essere donne senza paura di essere troppo indifese o troppo donne per essere lasciate libere di esistere?
Ci siamo rotte le p***e di aueste limitazioni, di queste situazioni e di questi pensieri. Ci viene tolta la libertà e la serenità di vivere. Non vogliamo più pensare di essere fortunate ma di star vivendo nella normalità ad avere un compagno o una compagna che non ci ammazza o ci minaccia di morte. Vogliamo poter litigare senza timori, lasciare ed essere lasciate, star male come è normale sia quando una relazione finisce, ma non temere un agguato o di poter morire.
B A S T A.
Come professionisti abbiamo il dovere di seminare il buono e di accompagnare alla consapevolezza di riconoscere cosa è sano da quello che non lo è affatto.
Facciamolo nelle scuole, facciamolo nel nostro piccolo ma facciamolo.