24/05/2026
C’è qualcosa di profondamente potente quando la ricerca clinica incontra l’arte.
E quando un oggetto apparentemente semplice — una bambola — smette di essere “solo” una bambola e diventa relazione, memoria, regolazione emotiva, possibilità di cura.
Sono davvero orgogliosa di aver contribuito, attraverso il mio lavoro sulla Doll Therapy, al progetto artistico “Per una bambola” di Simone Benedetto Fraschini, nato come ricerca sulla terapia della bambola e trasformato in un laboratorio avanzato di arti visive e in una mostra capace di interrogare il nostro modo di guardare la fragilità, la demenza e la cura.
Nel testo del catalogo emerge con grande sensibilità qualcosa che chi lavora ogni giorno con la demenza conosce bene:
la bambola non è infantilizzazione.
Non è finzione.
Non è “far finta”.
La bambola può diventare:
oggetto di attaccamento,
mediatore relazionale,
contenitore emotivo,
strumento terapeutico,
rituale di cura,
spazio in cui riaffiorano identità, memorie, bisogni profondi.
Nel progetto vengono messi in dialogo arte, pedagogia e terapia, mostrando come la Doll Therapy possa aprire riflessioni contemporanee sulla cura e sulla soggettività della persona con demenza. Ed è esattamente questo il cuore del lavoro che porto avanti da anni con SOFIA e nella mia attività clinica e formativa: difendere un approccio umano, scientifico e profondamente centrato sulla persona.
Mi ha emozionata leggere tra le fonti bibliografiche anche il mio manuale:
📘 “Doll Therapy. Manuale operativo umano e scientifico per chi si prende cura della demenza” (Publiedit, 2025).
Perché significa vedere riconosciuto un lavoro costruito con studio, esperienza sul campo, ascolto delle famiglie e rispetto assoluto della dignità delle persone con demenza.
Ringrazio Simone Benedetto Fraschini per avere avuto il coraggio e la sensibilità di trasformare un tema spesso frainteso in una ricerca artistica autentica, capace di generare domande e non solo immagini.
La cura, a volte, passa anche da qui:
da un oggetto tenuto tra le mani,
da una memoria che ritorna,
da un gesto di accudimento che permette ancora di sentirsi qualcuno.