23/01/2026
Condividere gli stati mentali è una delle esperienze più profonde che possiamo vivere nelle relazioni.
Quando riusciamo a condividere ciò che sentiamo, ciò che pensiamo, le nostre emozioni – soprattutto quelle di gioia, di felicità, di piacere – accade qualcosa di molto semplice e allo stesso tempo potentissimo: ci sentiamo più al sicuro.
Ci riconosciamo nell’altro e l’altro si riconosce in noi. È come se, per un momento, abitassimo lo stesso spazio emotivo. Ed è proprio questo che crea vicinanza, intimità, benessere. Non perché l’altro sia uguale a noi, ma perché ci sentiamo visti, compresi, accolti.
Questa condivisione, però, non è automatica.
Va cercata.
Richiede attenzione, ascolto, disponibilità a guardare davvero l’altro, non come vorremmo che fosse, ma per come è.
Quando invece di condividere presupponiamo – quando diamo per scontato che l’altro senta, pensi, desideri ciò che sentiamo, pensiamo e desideriamo noi – qualcosa si incrina. Non nasce intimità, ma inquietudine. Non sicurezza, ma una sottile minaccia. Perché l’altro, in quel momento, smette di essere un incontro e diventa uno specchio dei nostri bisogni.
È quello che spesso accade nelle idealizzazioni, soprattutto nelle cotte giovanili.
Esperienze bellissime, intense, indimenticabili. L’altro viene caricato di significati, di promesse, di desideri che nascono da un sentimento autentico, ma che non sempre trovano una reale corrispondenza. Finché l’idealizzazione regge, tutto sembra perfetto. Poi arriva l’incontro vero, la conoscenza, e talvolta la delusione.
“Pensavo fosse amore… ed era un calesse”, diceva Massimo Troisi.
È una frase che racconta benissimo questo passaggio: il momento in cui l’immaginato lascia spazio al reale.
Ma accorgersi che l’altro non è come lo avevamo immaginato non è un fallimento. Anzi.
È un passaggio necessario.
È molto meglio scoprirlo prima, mentre c’è ancora spazio per comprendere, per scegliere, per riorientarsi, piuttosto che dopo, quando l’idealizzazione cade bruscamente e lascia solo amarezza o rabbia.
Condividere davvero gli stati mentali – chiedere, ascoltare, permettere all’altro di esprimersi – non serve a evitare la delusione a ogni costo. Serve a evitare l’inganno. Serve a stare nella relazione con maggiore verità.
E anche quando la condivisione ci porta a scoprire una differenza, una non corrispondenza, non è detto che sia qualcosa di negativo.
Può essere doloroso, sì.
Ma è anche profondamente umano. Perché ci permette di incontrare l’altro come altro, non come proiezione dei nostri desideri.