15/01/2026
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Succede spesso in studio.
Bambino accompagnato dal padre.
Alla prima domanda, però, parte la chiamata alla mamma.
Oppure il pizzino scritto da lei.
O la nota sul cellulare da farmi leggere.
Da pediatra e da padre, questa cosa — per quanto normalizzata — mi infastidisce parecchio.
È il riflesso di una narrazione tossica che conosciamo bene:
la madre come unica depositaria della cura,
il padre come “aiutante”, da monitorare e guidare a distanza.
Una narrazione che fa male a tutti.
Fa male alle madri, caricate di una responsabilità continua e totale, sempre reperibili, sempre sul pezzo, fino a esaurirsi senza mai staccare davvero.
Fa male ai padri, infantilizzati, deresponsabilizzati, trattati (e spesso percepiti) come incapaci di gestire da soli i propri figli.
E poi ci sono le frasi che sento dire:
“oggi la mamma lavora, faccio io il babysitter”
oppure “oggi faccio il mammo”.
No.
Non fai il babysitter.
Non fai il “mammo”.
Fai il padre.
Accompagnare tuo figlio dal pediatra non ti rende “bravo”. Ti rende semplicemente… genitore.
La genitorialità è una responsabilità condivisa.
Non un favore.
Non un’eccezione.
Di chi sia la colpa non lo so davvero.
Di alcune madri iper-controllanti?
Di alcuni padri eterni Peter Pan?
Di una cultura che ancora oggi racconta la cura come una cosa “da donne”?
So solo che finché continuiamo a raccontarcela così, continueremo a crescere madri stanche
e padri poco presenti.
E i bambini, più di tutti, meritano di meglio.